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Full text of "I primordi dello Studio di Bologna"

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CORRADO RICCI 



I PRIMORDI 

DELLO 



STUDIO DI BOLOGNA 

ERCOLE GONZAGA ALLO STUDIO BOLOGNESE 

ORIGINI DELLO STUDIO RAVENNATE 

DANTE ALLO STUDIO DI RAVENNA ECC. 



SECOT^DA Eno>izio:NiE 



BOLOGNA 
Romagnoli Dall' Acqua editore 

MDCCCLXXXVIII. 



Stabii.imknto Tipografico Succ. Monti 



-{"aBR A R, 




Df,C 1 4 1967 )j 




INDICE 



I primordi dello Studio di Bologna. . . . pag. 3 

Documenti .... » 75 

Ercole Gonzaga allo Studio di Bologna . . >■> i8g 

Origini dello Studio ravennate « 201 

Dante allo Studio di Ravenna » 221 

Tigrino » 239 

Imelda Lambertazzi » 249 

Pietro di Mattiolo e la sua cronaca di Bo- 
logna » 258 

Preti in gabbia » 281 

Notti malinconiche - . . » 295 

Povera martire » 309 

I Zappata » 319 

II conte Vezzani » 331 

Claudio Monteverdi alla corte di Mantova . » 337 

Cavalleria barocca » 357 

Aggiunte e correzioni ,■> 367 



k 



I PRIMORDI 

DELLO STUDIO DI BOLOGNA 



CNiOTA STORICA 




ESSUNA festa della civiltà è più de- 
gna di quella, onde s' intendono 
solennizzare i primordi d' uno 
Studio. Infatti, mentre si suole rimproverare 
alle nazioni Tuso invalso di commemorazioni, 
che ricordano fatti, in paragone, di poca im- 
portanza; le feste di Bruxelles, di Upsala, di 
Edimbourg, di Heidelberg e di Graz, com- 
memorative della fondazione di cinque Uni- 
versità, furono generalmente encomiate. 

Ma da Bruxelles come da Upsala, da 
Edimbourg come da Heidelberg e da Graz, 
un saluto ed un augurio furono mandati al 
più antico Studio del mondo, a quello di 
Bologna. Non può quindi V Italia vantare 



maggior gloria di questa, (^onic una pic- 
truzzn, gettata sullo acque iianquillc d\\u 
lago, desta un moto di circoli conceniiici 
che si dilTondono sino alle sponde più lon- 
tane, così da Bologna, centro di coltura, si 
spiegarono i moti intellettuali che abbraccia- 
rono r Europa. 

Sono più d' ottocento anni che, sen/.' in- 
terruzione, Bologna insegna. Insegna dal pri- 
mo secolo della nuova civiltà. Essa s' è de- 
sta dal fosco sonno medio-evale, proprio sul- 
r aurora d' una vita nuova, madre che s'alza 
avanti i (ìgliuoli per preparar loro il vitto 
quotidiano. 

Col secolo XI si rinfranca lo spirito 
dalle paure del mille. L'arte si sveglia; sul 
volto dei santi dipinti torna a fiorire la vita; 
mentre V elemento classico s' insinua nella 
scultura. Le chiese, piccole e fosche dap- 
prima, s'alzano più solenni sulle piazze e si 
rivestono di colori (i). 

(i) L.T pittura romanica ncU' Fimilia e gli affre- 
schi sulle arche di S. Giacomo in Bologna, negli Atti 
e Memorie della Deputatone di Storia Patria per le 
Provincie di Romagna — Terza Serie, Voi. IV, fase I-I II, 
pag. 48. 



3 

Non festeggiare questa gloria di otto- 
cento anni, dopo V esempio dato dal Belgio, 
dalla Svezia, dalT Inghilterra, dalla Germania 
e dair Austria, sarebbe mancare al proprio 
decoro. 

Non è una festa bolognese; è una festa 
nazionale che deve soddisfare e toccare il 
cuore degli Italiani! 

Gli studi in Bologna fiorirono rigogliosi 
in breve corso d' anni. I giovani volonterosi 
vi concorsero da tutte le parti del mondo 
civile. Spagnuoli, Francesi, Alemanni, Brit- 
tanni, Greci e di ogni altra più remota parte, 
sino a raggiungere, coi nostri, il numero di 
diecimila (i). Da Dante a Copernico, dal Pe- 



(i) Odofredi Juris utriusque peritissimi dicaearchi, 
in primam Codicis partem complectentem I, 11^ III^ 
un, (£• V lib. Prcelectiones ecc. {Lugduni^ M. D. LII) 
carta 204 recto — Cfr. anche. Odofredi, Juris utrius- 
que peritissimi dicaearchi , super tribus libris Co- 
dicis^ Prcelectiones [Lugduni M. C. L.) carta 2 recto 
— Il testo del primo voi. citato è: « Nani vidi hoc in 
civitate istj tempore domini Ajonis quod scholares po- 
terant -declinare forum in caiissa criniinali ; et erant 
hic tunc temporis bene X millia scholarium ecc. « Il 



irarca a (ìiovanni Ikirera. si può dire clic 
la iliai^i^idl' palle ilei più cclrhii ini;ci;ni dei 
secoli scorsi abbia siiidiato ed aj^pi'cso a 
Bologna, o \' abbia iiisei;nal(>. 

("dii imagina Bologna ira il secolo XI 
ed il Xn'? — Qi'^i '-'^11 P<^po e con Trncrio, 
con (ìra/.iano e con Accursio si ristaura a 
poco a poco lo studio delT antica i^iurispiu- 
dcn/a, si rientra più esattamente nello spi- 
rito delle leggi raccolte da Giustiniano. Qua 
col Guinizelli s' inizia nella poesia il dolce 
stil nuovo (i). La necessità di fornire di 
libri gli studiosi fa sorgere una scuola di 
miniatori e d' amanuensi. Anche le donne 
si mettono a copiar codici, che sono re- 



Sarti, varia di poco nelle parole, ma il passo è piut- 
tosto diverso nel Muratori, che forse ha tolta la ci- 
tazione da qualche altra lezione: « Vidi ego Bonouice 
celate Donini Azonis, quiuii scholares poterant vitare 
Forum in caussa criminali, et aderjiit eo tempore fer- 
me decem millia scholarium. » 

(i) Ernksto Monaci esprime l'opinione che la 
nuova scuola poetica sia sorta in Bologna prima an- 
cora che in Palermo. Vedi la Nuova Antolo£ria: Se- 



conda serie. Voi. XIA'I. p. 612. 



Celti alle scuole dai servi che seguono gli 
scolari (i). 

Si narra che alcuni dottori insegnassero 
sulle pubbliche piazze, ed è credibile. Quale 
scuola avrebbe potuto capire sei o sette mila 
scolari? E infatti anche San Francesco parlò 
agli studenti bolognesi sulla piazza. Tom- 
maso da Spalatro lo trovò lercio ed esaltato, 
ma due scolari gettarono il lucco alle ortiche 
e indossarono la rude tonaca. 



II. 



Anche il fiume alT origine non è che un 
piccolo ruscello, ma a poco a poco pel con- 
corso di delicate vene d' acqua, d' altri ru- 
scelli, e man mano di canali e torrenti, si 
amplia e scorre solennemente per le cam- 
pagne e le rende fertili ed ubertose. 

(i) Mauro Sarti. De claris Archigymncisii Bono- 
niensis Professoribus a sceciilo XI usque ad sceculum 
XIV (Bologna, 1769). T. I, parte I, pag. 186 — Vedi 
anche la Memoria di Luciano Scarabelli « Delle an- 
tiche discipline e riforme dell' antico Studio bolognese 
(Piacenza, 1876). A p. 179 riproduce le citazioni del 
Sarti. 



Ma i ^co^^atì non si contentano Ji se- 
lunare sulle carie il luoi^o do\c il lìiime è 
già formalo. Kssi salgono per le nude vette 
o tra le selve intralciate, seguendo il suo 
letto su su. lìn do\e consiste in un filo d'ac- 
qua, che geme da uno scoglio, e se potessero 
frangere lo scoglio e scoprire le latebre dove 
s' ascondono le prime goccie, sen/.a dubbio 
segnerebbero Torigine del lìume a quel punto. 

Nessuno del pari può credere che uno 
Studio nasca e cresca in un giorno. Esso 
segue la legge, delT evoluzione a cui tutte le 
cose sono sottomesse. Come, quindi, si può 
pensare che la Scuola bolognese potesse sa- 
lire alla altezza, cui giunse fra il secolo XI 
e il XII, senza ammettere che il diritto giu- 
stinianeo non fosse durato nella pratica a tra- 
verso i secoli? anzi senza ammettere che fosse 
durato quale oggetto di studio e di scuola? 

Perocché, se il Savigny (i) conclude 
soltanto in favore della prima parte, aller- 

(i) Storia del Diritto Romano ucl medio evo per 
F. Carlo de Savigny — Traduzione in ital. di Eni. 
Bollati. (Torino, 1854) — Voi. I, cap. XXI, pag. 545 
e seg. e voi. II, cap. XXVII. pag. 9 e seg. 



— 9 — 
mando che V ii.^o pratico del diritto romano 
persistette nel Medio Evo, il Pitting a sua 
volta sostiene con valida serie di ragioni 
che, oltre a ciò che opina il Savign}', si deve 
aggiungere che, con lo stesso Diritto, « deve 
avere resistito alT urto della barbarie anche 
la scienza giuridica, » (i) 

Il Pitting trova una continuità d' inse- 
gnamento, e questo serve almeno a mitigare 
le esagerate affermazioni, per le quali si pre- 
tendeva da molti che fin dalT esordio del 
medio-evo non fossero sorvissuti del diritto 
romano se non deboli e laceri avanzi. Il 
Chiappelli seguendo il Pitting scrive: «La 
tradizione scientifica non si è mai spenta 
in Italia anche nelle più fitte tenebre del 
Medioevo, ed il vivo splendore della scuola 
dei Glossatori non potrebbe spiegarsi se la 
loro dottrina non fosse stata il frutto di una 
lunga evoluzione storica, come non può pen- 
sarsi nel mondo organico ad una vita fio- 



(i) Luigi Chiappelli: La glossa pistoiese al codice 
giustinianeo tratta dal manoscritto capitolare di Pi- 
stoia. (Torino, Loescher. 1885). Capo IV. p. 22. 



reme spuntata a un iiaito, e nella scicn/.a 
storica a passa^i^i rapidi e immediati che 
escludano le irablurnia/ioni lente e ben ma- 
turate. i> (lì 

Per tal modo si comprende Io sviluppo 
d'una Scuola bt^loirnese durevole: si com- 
prende mei^lio come il suo costituirsi debba 
essere stato progressivo, mentre dapprima 
si voleva presentare miracoloso e come do- 
vuto al vivo balenare della mente d' Inierio: 
si comprende quanto tutto ciò sia impor- 
tante per risalire ai primordi della Scuola 
bolognese. 

Intanto giova avvertir subito che i fatti 
dispersi nei documenti e nelle storie con- 
fermano pienamente che anche nei secoli 
antecedenti al mille e ad Irnerio, si prepa- 
rava il terreno perchè V attività sua potesse 
esercitarvisi. Il Ficker con le sue ricerche 
inclinò a confermare questa opinione che 
ebbe validi sostenitori nel Stintzing, nel 
Rivier e nel Landsberg. (2) 

(i) Lj glossa pistoiese ecc. IV, 22. 
{2) Seguo sempre 1' opuscolo del Chiappiìu.i : La 
glossa pistoiese qcc. 



Alla tesi del Pitting però è sorto un op- 
positore, il Conrat. Questi non tarda a rico- 
noscere che nel medioevo durò certo una 
trattazione pratica del diritto romano, ma 
nega assolutamente che sia perdurata la scien- 
za del giure. « Anzi paragonando la fin qui 
detta letteratura prebolognese con quella 
dei Glossatori, esso trova più straordinario 
far derivare questa da quella tanto differente, 
che ammettere un progresso indipendente 
della ^ienza bolognese, resultante dal ri- 
torno allo studio diretto delle fonti (i). » 
Nullameno anche quest' autorevole scrittore 
fa risalire il risorgimento scientifico alla 
metà del secolo A'/, e poiché il Pitting basa 
le sue osservazioni su scritture da lui rite- 
nute prebolognesi, egli finisce per sostenere 
con vari argomenti che questa opinione è 
più fittizia che reale. 

Allo scritto del Conrat rispose il Pitting 
con un nuovo corredo di documenti, inteso 
a togliere ogni dubbio circa a questi punti: 
esser state le fonti del diritto romano, com- 

(i) Chiappkm.i. Gap. IV. p. 23. 



preso il Digesto, conosciute da tutto il Medio- 
evo, o sia dair età giustinianea sino ai pri- 
mordi della Scu(>la bolognese e specialniciiie 
nei secoli X e XI essersene data no/Jone 
insieme alle arti liberali. Però durante i se- 
coli più foschi, Tesisten/.a della scienza giu- 
ridica s' era ridotta a un li lo e lo stesso 
Pitting non disconosce che solo nel pi-ùicipio 
del secolo XI s' arveì-lì il ci'epiiscolo del ri- 
sorgimento. 



III. 



Se nei secoli \'l e \'II ardeva, secondo 
Cassiodorio, T amore degli studi (i), come 
avrebbe potuto T invasione dei Longobardi 
spegnere a un tratto ogni fiamma di coltura? 
E d'altronde, non doveva, appena cessati i 
danni delle grandi invasioni, vivere di nuovo? 
— Le scuole infatti non risorgevano solo 
nella capitale longobarda, ma anche in città 

(i) Cassiodorii Opera oniiiia (Venezia 1729) Tom. 
II ; De institutione T>ivi)ìarum Liiterarum. Pag. 508 
e seg. 



italiane d'assai minore importanza, pur con- 
servando sempre,, più che nelle altre nazioni, 
caratteri spiccatamente laicali. 

Sarebbe assai lungo e fuori di proposito 
enumerare qui tutta la serie dei maestri dei 
quali s'è rinvenuta qualche traccia. 

Il seme di tali ricerche, oggi fiorenti in 
terreno germanico, fu gettato dagli italiani 
nel secolo scorso. Il Muratori nella Disser- 
tazione XLIV parlò della fortuna delle let- 
tere in Italia dopo Tanno iioo (i). Più 
diffusamente e risalendo a più remoto tempo, 
trattò lo stesso argomento Girolamo Tira- 
boschi (2), e più di recente lo svolsero ancora 
il Giesebrecht, T Ozanam e il Ficker (3). 

Che infatti lo studio delle leggi rifiorisse 
suir esordio del secolo XI, lo provano me- 
morie preziose di due scrittori stranieri : 

(i) Antiquitates ìtalicce medii oevi, sive Dìsserta- 
tiones ecc. (Milano, 1741) Tom. Ili, col. 881 e seg. 

(2) Storia della Letteratura italiana. (Modena, 1787) 
Tom. Ili, lib. IV,- pag. 413. 

(3) Forschungen zur Reichs-und Rechtsgeschichte 
Italiens von D.' Julius F"icki-.r (Innsbruck, 186S-70). 
III. cap. XXXV. 



W'^ippoiìc che scrisse un panegiiico in lode 
di Arrigo 11, e Miloiie (Pispino che iieUa 
\ita di S. LanlVanco vescovo di C^aiiioi hery 
lasciò ricordo come questi alle obiezioni 
di Bonolìiio opponesse un passo delle ///- 
sii tu la di (ii Listi ni a no. 

Così Anselmo il reripatetico. c(MUem- 
poraneo di LanlVanco, mentre dimostra di 
conoscere alcuni dettami dcllantica sapienza 
giuridica, scrive che a suoi tempi fiorivano 
uomini instrutti nelle leggi romane, ma che 
però r insegnamento del diritto non si se- 
parava mai da' quello della grammatica. 

Il Muratori (i), il Savigny (4), il Fi- 
cker (3) ed altri minori danno anche un'im- 
portanza notevolissima alla Scuola di Ra- 
venna, durata dal finire del regno teodoriciano 
a tutto il sec. XIV circa. Dalla testimonianza 
d' un documento del 7(37 (4) e dall' afVerma- 

(i) Muratori. Dissert. XLIV, col. 893. 

(2) Savigny. Op. cit. II, 23 e seg. 

{3) FicKER. Op. cit. Ili: cap. XXXV, pag. 83 e seg. 

(4) Muratori Dissert. XLIV, col. 889-92 « Donatio 
complurium bonorum facta ab Eudochia Scinctimoniale 
Moììjsterio Sanctj.' Maria.' in CusnicJin, Raycnne sito; 
Anno 767. " 



— '5 — 
zione di Pier Damiano che sapienti ravennati 

mandarono una decisione, sopra una con- 
troversia dei gradi di parentela, ai Fioren- 
tini (i), si fa palese che uno Studio a ba- 
stanza notevole crebbe in Ravenna nei secoli 
di mezzo (2). 

Giovanni Merckcl rintracciò le prove di 
un' altra scuola giuridica, quella di Pavia, 
sorta sin dallo scorcio del sec. X e fiorita 
nella prima metà del secolo successivo. La 
quale, benché si occupasse più specialmente 
di diritto longobardo, non dimenticò il ro- 
mano, cui anzi attribuì valore di gius gene- 
rale, inteso a riempire le lacune e a mettere 
luce nelle oscurità del diritto longobardo. 
Anche qui, come in altri casi e come per 

(i) S. Petri Damiani. Opera omnia (Bassano, 1783). 
Tomo III, Opuscolo Vili, col. 179. 

(2) GiNANNi P, P. Dissertazione epistolare sulla 
letteratura ravennate (Ravenna, 1749) pag. 38 e seg. 
— Atti e memorie della R. Deputazione di Storia 
Patria per le provincie di Romagna : Serie terza. Voi. I 
pag. 40. Origini dello Studio ravennate di C. R. — 
Negli stessi Atti e nella stessa Serie al voi. IV, p. 29 
è un articolo del can. Antonio Tarlazzi sulla Scuola 
del Diritto Romano in Ravenna ed in Bologna. 



— li) — 
Inurio, lo studio della 1cì;i;c sct;iii quello 
della grammatica. 11 INlcickcl voricbbc lar 
risalire rorii;ine della scuola al tempo dì 
Ottone I, mciuro il lioreiius ed il Fickcr 
sostengono che è meno remota. 

(ili antichi giuristi pavesi, dopo gli 
studi d' interpretazione, cominciarono ad il- 
lustrare le leggi con maggiori commentari; e 
a questo fine introdussero non pochi Tram- 
menti di diritto romano, sostituendo man 
mano una vera giurisprudenza al vecchio 
diritto popolare allora moribondo. 

Ma poiché effettivamente fino allora a- 
veva predominato a Pavia il diritto longo- 
bardo, questa Scuola era destinata a cadere 
pel declinare delTautorità degli Arrighi quan- 
do appunto sorgeva la Scuola bolognese. 

Forse le scuole di Ravenna e di Pavia 
ebbero influenza su quella di Bologna, ma 
è certo che la cultura giuridica in Bologna 
rimonta molto più indietro di quanto fino 
ad ora si è pensato. 

Di Pavia sopravvivono tuttora alcuni 
lavori giuridici, sui quali è dato rilevare 
come il metodo delle citazioni, delle glosse 



»7 



e dei commenti fosse pressoché uguale a 
quello di Bologna: mentre di Ravenna si 
rinvennero esplicite memorie che bastarono 
a convincere il Savigny (i), il Ficker (2) e 
il Padelletti (3) di ciò che avevano esposto il 
Muratori, il Tiraboschi e il Ginanni. 

E poiché non è a dimenticare che fra 
Ravenna e Pavia le relazioni furono nei se- 
coli di mezzo frequentissime (4), non è forse 
strano pensare che fra le due Scuole esi- 



(i) Op. cit Voi. II, cap. XXII. 

(2) Op. cit. Ili, p. 83 e seg. 

(3) Guido Padelletti. Dissertazione su Nuovi 
studi sulla storia del Diritto nell' Archivio Giuridico, 
Voi. VII (Bologna 1881) A p. 271. — Il Pitting rite- 
neva che molte memorie oggi attribuite alla scuola di 
Ravenna, riguardassero invece ad una scuola ch'egli 
argomentava fiorita in Roma. 

(4) Epistolce codicis Carolini nel Muratorl Rerum 
hai. Script. Voi. Ili, part. II. col. 75 — A.nt. Zirar- 
DiNi, Antichi edifici profani di Ravenna (Faenza 1762) 
p. 146 e 247 — Muratori. Annali^ IV, 253 — Carlo 
Dandolo, Chronicen, nel Muratori Rer. Ital. Script., 
XII, col. 134. — Pauli, Historia Longobarclorum nel 
voi. XVI dei Monumenta Germania^ Historica {Han- 
nover, 1878), a p. 165 ecc. 



— iS — 
stesse una qualche C(ìmunaii/.a d'iJec e che, 
ainendue esauste, cedessero in parte, se non 
tutta, la h)r() \italilà scientitìca a H()l()<;na 
che sorge\'a Ira eh loro ! 

La Scuola di Bologna cresceva infatti 
mentre quella di Ra\cnna declina\a. l''ra le 
tante cause non si deve dimenticare la po- 
stui'a di Bologna: tia le Romagnc, le Marche, 
la Toscana, la Lombaidia e il Veneto. 

Se un giorno Ravenna, per le sue pa- 
ludi, aveva olTerto un luogo di sicui'e//,a 
alla \iltà di (^norif) e di Valcntiniano. più 
tardi per le stesse paludi e per la remota 
sua sede, sul mare, doveva cadere. Dalla sua 
ruina emanava la fortuna di due grandi 
città: Venezia e Bologna. 

Una derivazione romagnola è infatti Ta- 
diettivo causidico. Dalla Romagna ascende 
alla Toscana. Il Ficker (i) dice che tutto ciò 
dimostra chiaramente V influenza esercitata 
da Ravenna, influenza che durò anche quando 
le scuole di 15ologna e di Nonantola pren- 
devano o avevano preso il sopravvento. Non 

(i) Op. cit. Ili § 487. 



— 19 — 
è quindi da farsi alcuna maraviglia se anche 
più tardi, in alcuni tribunali di Toscana, 
troviamo dei Romagnoli, (i) 

Ad ogni modo, nella seconda metà del 
sec. XI appaiono le traccie d' alcune auto- 
rità giuridiche, che il Ficker trasse in gran 
parte da libri a stampa, ed alle quali oggi 
posso aggiungere parecchi nomi raccolti nelle 
antiche pergamene delT Archivio di Stato di 
Bologna, Rinunzio volontieri alla carta, che 
ritengo inedita, dell'anno 982, dove si trova 
notato un leo notai^ius et index (2), perchè 
né il documento né la storia lasciano intra- 
veder cosa alcuna di quel remolo giudice, 
cui la critica non può dar peso. 

Ma dal 10(37 i'^ P^i le notizie appaiono 
a bastanza frequenti, in documenti che il 
Savioli, il Sarti e altri ricordano solo, e che 
stimo utile pubblicare integralmente in ap- 
pendice. In uno (3) è scritto: « Ego Albertus 

(1) Op. cit. Ili §. 488. 

(2) Archivio di Stato — Archivio degli Etiti Au- 
tonomi — Abbadia di Santo Stefano e di S. Barto- 
lomeo di Musiano, busta 967' doc. n. <). 

(3) Vedi, in fine, il doc. I. 



'.it 



/i'Uis Jor/or /mie yai^inc infcr/'iii ci manii nu\i 
siibsct'ipsi. nai;li stessi sioiici, ora citati, e 
mentovato, sulla fede di «.lue carte sinoi-a 
inedite 1 1\ un Iniiiul/'iis che nel maggio 107Ò 
si segna Icu^is iiocior e nel loS^ t7///ct' rc'/,'/"t' 
index. A questo iriudice aggiungo un Petrus 
index di cui ho trovato ricordo in un rogito 
del 23 ottobre 1070 delT Archivio (2), e un 
Riislicìis le2Ìs doc/iis ricordato in un docu- 
mento del 108S; il qual Rustico è indub- 
biamente il Riisticìis legis doclus che appare 
in un documento di sei anni appresso edito 
dal F'icker (3}. 



IV. 



a Clini stiidiiun essel destnictnm Rome, 
libri legales fiierunt deportati ad Civitatem 
Ravenne et de Rarenna ad civitatem istam 
(Bologna). Quidam dominns 'Pepo cepit auto- 
ritate sua legere in legibus, tamen, quidqiiid 

(i) Documenti IV e VII. 

(2) Doc. VI. 

(3) Documenti Vili e IX. 



fiierit de scientia sua, niillius nominis fuit. 
Sed douiimis Ynieriiis, diim doceret in artibiis 
in civitate ista, ciun fuerwit deportati libri 
legales, cepit per se stadere in libris nostris, 
et studendo cepit docere in legibiis; et ipse 
fuit niaximi nominis et fuit primus illumi- 
nator scientie nostre, et quia primus fuit qui 
fecit glosas in libris nostris vocamus eum 
lucernam iuris (i). »> 

Nulla prima del 1781, oltre questo ce- 
lebre passo d' Odofredo, ricordava Pepo. 
L' autorità dello stesso Odofredo poteva 
essere scossa dal dubbio che quel legis doctor 
non fosse mai esistito. Ma per amore di 
campanile la nostra storia si guardò bene 
dal sacrificare un antico studioso; e questo 
bastò a salvarlo dalT essere vittima della cri- 
tica che vorrebbe distruggere ciò che oggi 
sfugge alla sua competenza. 

NuUameno V asserzione d' uno storico 
bolognese, proprio negli anni in cui lo Studio 

(i) Z)o;«/«/ Odofredi in iure absolutissimi matura, 
diligentissimeque repetita interpretatio ecc. (Lione 
1550). Carta 7 recto. — De Jus/itia et Jure. 



i.ii\ curava oggetto ^li Imiouc l'icorclvj, gettò 
buio e confusione sul passo citato d' ()- 
dolVedo. 

Questo storico lu Nicolò Pasquali A- 
lidosi che nel Hvio stampò : « Peppo ()8o. 

Fu il primo che cominciasse ad csponcre 
le leggi. Scrisse alcune glose sopra i testi, 
come ne fa mcniione Odofredo, il quale 
attesta essere stato il primo, che le comin- 
ciasse a glosare, e non fu Irnerio, perchè 
fu dopo lui circa 150 anni; ben è vero che 
Irnerio fu il primo, che le cominciasse ad 
interpretare pubblicamente con autorità 
imperiale (1). » 

Il Bumaldi nelle Miìicìiwilia venti anni 
dopo notava: « Aìiìi. g8o, Peppiis Philoso- 
plius primiiin, dciude Juris Glossatorum pi'i- 
nius (2) ». 

Gli errori crescono, e crescono ancora 
per virtù del Dolfi, che, avendogli il Bumaldi 

(1) Nicolò Pasquali Alidosi : Li dottori bolognesi 
di legge canonica e civile (Bologna, 1620) p. 178. 

(2) Giovanni Ant. Bu.maldi (Ovidio Montalbani) 
Minervalia Bonon. Civiiim Anademaia, seu Biblio- 
theca Bunoniensis. (P)olo,^'na l'^i), p. 187. 



•^3 



dato buon giuoco con ricordare Pepo come 
fondatore della casa Pepoli (i), scrisse: « Al- 
cuni hanno detto derivare (la casa) da Pepo 
dosatore antichissimo fino del 980. » 

Non mancherà certo qualche critico che 
troverà come questi scrittori si considerino 
oramai destituiti di qualsiasi autorità. Ora, 
invece, a me sembra che per ispiegare la 
perpetuazione delT errore e delle false con- 
seguenze che da questo derivarono, fosse 
indispensabile discendere anche ai più me- 
diocri. Non è per constatare il loro valore 
di storici, ma è per dileguare un errore che 
minaccia di diffondessi per mezzo degli scrit- 
.tori di secondo, terzo e magari ultimissimo 
ordine, i quali sono in contatto quasi im- 
mediato con la maggior parte dei lettori. 
Infatti dair Alidosi, dal Bumaldi e dal Dolfi, 
che chiamerò, se si vuole, autorità negative, 
è nata la falsa opinione, che tuttora non 
cessa d' essere seguita da molti, del tempo 
in cui visse Pepo. 

(i) Pompeo Scipione Dolfi: Cronologia delle fa- 
miglie nobili di Bologna (Bologna, 1670) p. 5S4. 



— 24 - 

Ma proscgiu) in ordine. 

Mauro Sai'ii. ^iuaniiMU|uc si sL"r\isse 
molt(ì spesso clcUo schede di (ìaelano Monti ( i ) 
citandole molto di rado, pure \a lodato per 
un' opera '.■!) utile nel complesso e tenuta 
l>ei" autore\'oIe dai dotti italiani e straniei^i. 

Ora, basia\'a che il Sarti a\esse un'idea 
più esatta dello stato in cui si tro\ava la 
coltura i^iuridica avanti il mille, e non cieca 
lede nel miracolo S Irncrio, perchè avesse 
ragione a dubitare di quel Pepo ricordato 
solo da Odofrcdo e rimandato, da storici 
senza valore, al qSo. Non tardò inlatti a 
scrivere che Odofredo registra un certo 
Pepo, di cui. scn/.a quel ricordo, sarebbe 
perita ogni memoria e tinisce dettando " Sed 
hidiiiit aliqiii in Pcponis nomine, quasi hoc 
ipso nomine eius ìnscitia et tardilas ingenii 
notaretiir (3). » 

Il Tiraboschi non cercò più in là. e 

(i) Si conservano nella R. Biblioteca Universitaria 
di Bologna fra i mss. col numero 1404- 

(2) De Claris ecc. 

(3) Op. cit. a p. 7. A questo punto riconferma con 
ragione la falsità d' una medaglia col ritratto di Pepo. 



25 



sulla sua fede e sul passo di Odofredo lasciò 
nel 1787 che si ditfondesse la credenza che 
V infelice Pepo fosse vissuto avanti il mille (i). 

Non era adunque valso che Prospero 
Ferdinando Fossi pubblicasse nel 1781 un 
documento che gettava la luce su Pepo; né 
valse che Lodovico Savioli lo ripubblicasse 
nel 1784. Giovanni Fantuzzi, che stampò le 
Notizie degli scrittori bolognesi (2) dopo il 
Fossi e il Savioli, non avvertì quel docu- 
mento e scrisse che se Pepo fiorì cento- 
cinquanta anni prima d' Irnerio, dev' esser 
vissuto intorno V anno 963 « lo che, con- 
tinua, non ha grandissima discrepanza dal 
980 assegnatogli dall' Alidosi; e può quindi 
conchiudersi, che V Alidosi in questo punto 
eziandio non si demeriti la nostra credenza. » 

Ed ecco intanto ribadito T errore ; fatto 
anzi più grave. Non bastava adunque che 
si credesse che Pepo fiorì nel 980, che il 
Fantuzzi lo manda ancor più lontano, al 963 

(i) Op. cit. Ili, 42S. Cfr. anche il Voi. II, 17. 
(2) Giovanni Fantuzzi : Notizie degli scrittori 
bolognesi (Bologna 1788). Tom. VI, pag. 368. 



— 2(1 — 

rcspiiiiTendo poi, per una siiaiia Loiiiiaddi- 
zione, lo frasi onde il Sarti sembra far poco 
conto di Pepo, (.jii.isi (.piasi iMiiipioNeraiulo^li 
di non a\erne fallo tiitlo quel ca^o clic polca 
farscìic. 

Nò meno adunque il bioi^rafodi Pepo vide 
il documento di cui si parlerà in appresso. 

Per cui, ecco una nuova serie di scrittori 
farsi seguaci (oltreché delT Alidosi) del Fan- 
lu/./.i e del Tiraboschi e ripeterne, nel caso 
nostro, gli errori. Seratino Mazzetti nel 1847 
mette Pepo sempre nel secolo X, e cita il 
Fantuzzi (r). Salvatore Muz/.i nelle S/ofic e 
ritraili d^ uoìiiiìii illush'i all'erma: « Prima 
al cerio del inille un Pepone fra noi inse- 
gnava la giurisprudenza (2). » Luciano Sca- 



(1) Repertorio di tutti i professori antichi e mo- 
derni della famosa Università e del celebre Istituto 
delle Sciente di Bologna (Bologna, 1847), pag 240. 

{2) Storia e Ritratti di uomini utili e benefattori 
dell' umana famiglia e di tutti i paesi e di tutte le 
condizioni. (Bologna, Marsigli, s. d.) Voi. II. Biografia 
d' Irnerio scritta d:i Salv. Muzzi, il quale ne inserì altra 
più breve a pag. 83 dell' Iride. Albo Felsineo per 
l'anno I833 (Bologna, tip. della Volpe). 



— 27 — 

rabclli stampa nel 1876: " Parlavasi di un 
Peponc discepolo di Chiliano e sarebbe stato 
nel secolo decimo (3). » Finalmente, nel 1886, 
si può ancor leggere: « Chi salisse fino a 
Pepone, espositore delle leggi romane e glos- 
satore del testo, pubblico insegnatore, ed in- 
terprete per autorità imperiale, porterebbe 
il principio dello Studio bolognese agli ul- 
timi anni del secolo X (4) >• ! 

Non mi dilungo con altre ricerche in- 
torno a questo punto; non discuto l'autorità 
deijli storici citati, benché non siano tutti 
da confondere insieme, che anzi alcuni 
sono autorevoli assai, ma credo che questo 
esame fosse indispensabile per comprendere 
come non sia stata mai giudicata a dovere 
r importanza di Pepo e come la critica facile 
e a buon mercato abbia finora tentennato 
a credere ad Odofredo. 



(3) Delle Costituponi, Discipline e Riforme del- 
l' antico Studio bolognese ecc. a p. 17. 

(4) Lo Studio bologjiese art. inserito nella /?J5- 
segna na^iionale {V'ivenzQ^ 1S86). Anno Vili, voi. XXXII 
p. 137. 



•x 



V. 



Mi sembra però che il Fantu/./.i abbia 
acutamente osservato che « Odofredo con- 
fronta r uno coir altro, Pepone ed Irncrio; 
dice deir uno e dell' altro, che in questa sua 
patria insegnarono le leggi; discende al para- 
gone della lama delT uno colla lama delT al- 
tro, e di Pepone decide che luilliiis noìninis 
Jiiìf, e d' Irncpio decide che ipse fui/ ì?iaximl 
nomiiiis. (i) ') Con ciò determina la supre- 
mazia d' Irnerio su Pepo, come lece Dante 
nel confronto di Oderisi con Foraneo bolo- 
gnese, di Cimabue con Giotto, di Guido 
Cavalcanti con Guido Guinizelli e forse di 
sé con gli ultimi due (2), 

Ma questi confronti sono senza verun 
dubbio immediati: si parla di artisti, di let- 
terati e di dotti, che iniziano tutti un'era 

(1) Scrittori bolognesi. VI, 368. 
fi) Divina Comedia. Purgatorio, cant. XI, v. 78-84 
e 94-99 



— 29 — 
nuova, nella pittura, nella scienza giuridica 
e nella poesia. Non è il caso d' un ravvici- 
namento comparativo fra persone vissute in 
varie civiltà, o a certa distanza di tempo, ma 
è un accenno determinante un progresso che 
senza sosta si va svolgendo col risorgimento. 

Certo, quando la critica è sussidiata dai 
documenti, tutte le cose appaiono più chiare, 
più facili. Nullameno male si spiega come 
non sia sorto subito il dubbio esser la data, 
prodotta dalTAlidosi e seguita da moltissimi, 
per avventura erronea. 

Ma, come ho detto, nelT anno 1781 il 

Fossi stampa un documento del 1076 (si 
noti), dove è nominato Pepo legis doctoì\ 

documento che tosto il Savioli riproduce (i). 



(i) Vedi le citazioni bibl. al doc. II. Oltre al 
Fossi e al Savioli, ha pubblicato questo doc. il Ca- 
mici (Serie croiiologico-diploììicttica degli aiìliclii Duchi 
e Marchesi di Toscana del capitano Cosimo della Rena 
con supplemento e note dell' ab. Ippolito Camici r.'or- 
dinata e pubblicata dall' abate Agostino Cesaretti — 
Firenze 1799 — Voi. Ili, p. 78) ma con errori ed omis- 
sioni incredibili fra le quali è notevole quella dei 
nomi di Guglielmo e dello stesso Pepo. 



Inlaui, questo documento ha cosi buon 
valore, che benché T a\essero };ià pubbli- 
cato il Fossi e il Sa\Toli. il b'ickei^ volle 
rijMibblicarlo per la tei/.a volta nella sua 
storia. Si l; nardi perciò come a conforto di 
quanto dissi più su taholta un errore possa 
superare, al pari delle verità più sicure, qual- 
siasi ostacolo. Dal Fossi, dal Savioli e dal 
Savi^ny (i), salvi il Del \'ecchio (2), il Fi- 
cker (3), il Gloria (4), il Gozzadini (5) e il De- 



li) Savigny. 4, 416. 

(2) Ai.BiiRTO DEL Vecchio nell'opuscolo Di Irnerio 
e della sua scuola (Pisa 1869) a p. 13. — Colgo 
quest'occasione per ringraziarlo degli schiarimenti 
onde mi è stato cortese ed al suo nome aggiungo 
quello dei professori Vittorio Rugarli e Giuseppe 
Brini, che mi diedero notizie ed aiuto. 

(3) Op. et loc. cit. 

(4) Monumenti dell' Università di Padova raccolti 
dal M. E. Andrea Gloria. (Venezia 1885) p. 332. 
« Certamente Pepone innanzi Irnerio insegnò le leggi 
in Bologna. » 

(5) // Pala^jo detto di Accursio memoria di Gio- 
vanni Gozzadini inserta negli Atti e memorie della 
R. Deputatone di Storia Patria per le Provincie di 
Romagna Serie IH. voi. I, pag. 427. 



3' 



nilie, nessun altro forse tenne più in conto 
o avvertì o lesse quel documento. 

Il Fossi ne scrisse così : « La carta del 
mese di Marzo 1075 , scritta in Marturi 
presso Poggibonsi territorio Fiorentino, e 
allor Diocesi per sin di Firenze, ove non 
può cadere equivoco alcuno , e da cui 
consta che non solo i Digesti erano noti in 
quel tempo in Toscana, ma che ancor si 
decidevano e sriudicavan le liti a norma dei 

medesimi. consiste in un giudicato 

per cui Nordillo Messo Regio della contessa 
Beatrice, Guglielmo Giudice, e Pepone dottor 
di Legge con molti altri restituiscono al 
Monastero di Marturi, oltre ad alcune terre, 
la chiesa di S. Andrea di Papuiano spo- 
gliandone Sigizone di Firenze, che allegava 
la prescrizione del possesso quadragenario 
appoggiando la loro decisione sulla legge 
delle Pandette Lib. \\\ Tit. VI. Ex quibus 
causis maiores 25 annorum in integrimi 
restituantur Leg. § 26. sed et si ait Prcetor 
ivi sed et si magistratus copia non fuit, labeo 
ait restitutionem facieudam, nel qual testo si 
tratta di restituzione in intcL>:rum contro la 



•> •) 



prcscri/ionc . come e il caso della (lana. 
nella quale si lef^gono le sei^ueiiti parole; 
I/is yi'i\}c/is siipradic/ns Nordillus pfcdic/c 
domine Ih'alì'icis Missiis I. Digesforitnt lilvis 
iìiscr/a coiisido'j/a per qiiMìi copiani Ma- 
'p;ish\ìlus non liabcnlibus, rcslilutioncin in inle- 
gì-uìu Pì-clor polli:ctHr, rcsliliiit in in/ci>'rnni 
Eccli'sijni et Monasterinni S. Michaelis de 
ciccione oìiinique iure quod aniiserai eie. (i). » 



(i) Congetture di un Socio Etrusco [civv. Miguo- 
ROTTO MaccionO sopra una carta papiracea dell' Ar- 
chivio diplomatico di sua alte^^a reale il serenissimo 
Pietro Leopoldo Arciduca d'Austria Granduca di 
Toscana ecc. ecc. con la prefazione dell' editore 
(Prospero Ff.rdinando Fossi) (Firenze 1781). A pa- 
gina XXXI li. — In altri due documenti (vedi nel- 
r Appendice i numeri II e V). 1' uno del 1072, l'altro del 
1078, si trova nominato un Pepo avvocato del convento 
di S. Salvatore di Monte Amiato, in due cause trattate 
alla presenza della duchessa Beatrice e della contessa 
Matilde. Il Fìcker{Op.cit. IV, 104) scrive laconicamente 
che questo Pepo non può essere lo stesso col giurecon- 
sulto ricordato da Odofredo e nel doc. III. — Senza 
punto discutere 1' affermazione dello storico tedesco, 
non posso nullameno omettere alcune considerazioni. 
Questo Pepo advocatus o advocator s'\ trova nello stesso 



•1 '^ì 



Che questo Pepo sia appunto quello 
indicato da Odofrcdo , come primo maestro 
di Diritto in Bologna, non si può metter 
in dubbio; e che « malgrado la sua com- 
parsa in un tribunale toscano, egli non fosse 
un giurisperito toscano, lo prova la desi- 
gnazione, non mai usata per un giurista 
toscano, di legis doctor^ usata invece ed 
esclusivamente in Romagna. » Come i giu- 
reconsulti di Ravenna e di Nonantola, pensa 
il Ficker, egli sarà stato in Toscana per 
professare la sua dottrina giuridica. E ri- 
guardo a questo atto il Savigny scrive : 
« Questo documento si distingue sugli altri 
della stessa età per buona logica e scienza 
vera di legge (i). » 

decennio, negli stessi luoghi e presso lo stesso tribu- 
nale, in cui si trova il Pepo legis doctor. Il suo titolo 
di advocatus determinò, forse, 1' opinione del F"icker, 
ma è notevole che documenti editi dallo stesso (num. 72 
e 78) provano come il monastero di S. Salvatore 
avesse anche un secondo avvocato (appunto nel giudi- 
zio di Beatrice) e come talora un memhro del tribu- 
nale potesse fungere da avvocato per una delle parti, 
(i) Op. cit. I, 4 II). 



Con questa carta adunque si viene a 
mietermi naie in modo assoluto clie Pepo non 
è un figlio deir imairina/ione d' Odofredo, 
ma è \issuto veramente; che non fu ante- 
riore ad Irnerio di cento cinquant' anni , 
ma gli lu contemporaneo , quantunque Pepo 
fosse adulto qur.ndo Irnerio era giovine 
d'almeno vent' anni, e che in lui era cultura 
giuridica in buona parte di i,'7'//,s' romano. 
Le quali cose non furono considerate a 
dovere riguardo alla loro importanza (ij cui 
accennò lo stesso Ficker, quantunque dopo 
il Savign}', alcuni, togliendosi dalla volgare 
schiera, stabilissero l'esistenza di Pepo in- 
torno al 1076. 

Ad un insegnamento saltuario, a scuole 
tenute a tutto agio da dottori di legge , come 
crede il Denitle (2), e come poterono forse 
tenere i citati Alberto, Iginulfo, Rustico ecc. 
senza nessun dubbio siamo tutti indotti a 



(i) Ettore Coppi: Le Università italiane nel Me- 
dio Evo (Firenze i88ó), 

(2) Die Universi tiiten des Ali t telai ters bis 1400 von 
P. Heinrich Denifi.e (Berlino, 1886). A p. 44, nota 16. 



— 35 — 
pensare. Ma non sembra troppo ardito spin- 
gere questa congettura a Pepo che Odofredo 
indica tanto distintamente? 

Adunque, riguardo a questo dottore di 
legge, per le notizie finora esaminate, Odo- 
fredo acquista diritto alla fede degli storici. 
Egli d'altri dottori di legge, come inse- 
gnanti, non fa parola; e mentre afferma 
invece che Pepo cepit auctoritate sua legere 
in legibus e che Irnerio lo superò in celebrità, 
i documenti confortano il suo asserto, sia 
rispetto alla data storica, sia rispetto a un 
sensibile progresso giuridico. 

Odofredo narra dapprima del tanto di- 
scusso trasporto dei libri legali da Roma a 
Ravenna e da Ravenna a Bologna. Il Sarti 
trova tutto ciò favoloso, (i) ma il Tiraboschi, 
più sapiente e prudente, mitiga le denega- 
zioni deir altro e scrive : « Io penso che il 
buon dottore Odofredo abbia qui voluto 
usare il senso allegorico non il letterale; 
e che sotto V idea del trasporto de' libri altro 



(i) Op. cit. p. f). 



— ■:,(] — 
non miciula (Jì;1ì \cr;uncnic che il trasporlo 
dello Studio ilj. .) 

Le parole del 'l'iraboschi non hanno 
certo un' assoluta conferma storica. Ad ogni 
modo la critica moderna ammette che, intima 
di Bologna, Ravenna vantava scuole giuri- 
diche e che anzi esercitò una inliucn/.a no- 
tevolissima su Bologna. Si dia, se si vuole 
largo campo a\V allcirorìa, ma resterà sempre 
il fatto che Odofrcdo diede cenno della pre- 
minenza cronologica di Ravenna. 

Da una glossa inedita di Azonc s' argo- 
menta anche che Pepo non ha lasciato scritto 
nulla (2). E non può esser questa la causa 
che spinse Odofredo a scrivere le parole 
nidlius nomiìiis fiiit ? 



VI. 



Dopo quanto si è detto. V opera d' Ir- 
nerio non parrà più così miracolosa, come 
si e preteso per lungo tempo. Egli ha, come 

(i) Op. cit. Ili, 427. 

(2) Savigny, Op. cit. II, 17. 



— 37 — 
tutti i grandi, i suoi precursori. E ben vero 

che, seguendo V evoluzione de' suoi tempi, 
per la potenza delT ingegno 1' aiuta forte- 
mente a procedere ; ma tutto è piano, è na- 
turale. Lo studio del diritto romano, che a- 
veva con istento traversato il medioevo, con 
raccostarsi del mille accenna a rifiorire nelle 
scuole di Pavia, di Nonantola e di Ravenna. 

Bologna intanto risorge: risorge poli- 
ticamente, artisticamente e intellettualmente. 

In Bologna appaiono giureconsulti dalla 
metà del secolo XI, che si vanno addensando 
man mano che si procede verso la fine del 
secolo stesso. Ne ricordai alcuni contempo- 
ranei a Pepo ; ne aggiungo parecchi altri 
contemporanei ad Irnerio. 

Nel 1103, in un giudizio tenuto dalla 
contessa Matilde (1) si trovano i causidici 

(i) M'.'inorie della gran Contessa Matilde . . . 
di Franc. Maria Fiorentini, sec. ediz. illustrata con 
note critiche, e con V aggiunta di molti documenti 
appartenenti a Matilda, ed alla di lei casa^ da Gian 
Domenico Mansi ([.ucca, 1756), Tom. II, pag. 187-188. 
Cfr. M. Sarti, Op. cit. I. 8; e G. Ficker. Op. cit. 
Voi. Ili, p. 133, S488. — Vedi in AppcnJiceii.doc. XI n. 



- sS - 



Joanncs lìoniis e ^L^^\•hisL'lllts. i ^|iiali lasciano 
pensare clic la scuola niuiidica di Boloi^na 
i;odcssc uià d' mìa certa noniinan/.a. In un 
documento del dicembre delP anno se- 
guente, che riassume un i^indi/.io del pari 
matildico. si tro\a il passo: Joaiiiie Bono el 
MArcìiiscUo Boìioiiit'iisihus (i), al quale atto 
oggi posso aggiungere una terza pergamena 
del luglio 1 104 iìrmata : « Ego iohanes Bonus 
causidicus (2). » 

Il Ficker avverte che di un quarto cau- 
sidico per nome Anselmo, testimonio presso 
Matilde nello stesso 1104, non è possibile 
stabilire la patria (3). Si può invece ritener 
bolognese un Gandolfo al scrvi/.io della Con- 
tessa nel 1103 (4), il quale del iii() è chia- 
mato Gandolfi iiidicìs de Ai^ gelata (5), pae- 



(1) Ferdinando Ughelli , Italia sacra. (Vene- 
zia, 1718) Tom. III. col. 711. — Cfr. Ficker. Op. et 
loc. cit. — Vedi in App. il doc. XV. 

(2) Doc. XIV. 

(3) Op. et loc. cit. 

(4) Fiorentini, Op. cit. II, 188 — Doc. XIII. 
(3) Doc. XXVI. 



— 39 — 
setto a pochi chilometri da Bologna verso 

Ferrara. 

Nel settembre iioy s' ha ricordo di un 
Pietro legis doctor di Monte Armato (i). 

Nel giudizio di Matilde del 1113 (2) al 
nome d'Irnerio sono aggiunti quelli d'un 
Lamberto e d' un Alberto. Lamberto si trova 
anche in un placito del 11 13 dove è chia- 
mato esplicitamente causidicus de Bononia (3). 
Il nome d'Alberto ricorre in parecchi do- 
cumenti e spesso insieme a quello d'Irnerio, 
ma forse si tratta di più persone, mentre 
i nomi d'altri sono da ritenere ripetuti in 
parecchie carte, quantunque manchino gli 
elementi per identificarli (4). Nel documento 
del 1113 riappaiono anche i nomi di Marchi- 
sello e di Rolando, del quale s' ha forse 
memoria del 1 1 16. 



(1) Doc. XVI. 

(2) Doc. XVII. 

(3) Doc. XVIII. 

(4) FiCKER. Op. cit III, 134 5 488. — Vedi pel 
nome Alberto i doc. X, XI, XVII, XXII, XXVI, 
XXVIII, XXXIII e XXXVI. 



I) 



Agli sicssi anni circa, il Saxioli (i) 
ricorda anche un (iuido di Rolando e un 
Raimondo da Zcna , villaggio sui niouii a 
20 chilometri da Bologna. Questo Raimondo 
è il medesimo causidico che si trova chia- 
mato l->oloij;}iesc con Irnerio nel 1125 (2). 
Si firma esrouiet raniniiiìidus lci>is lator ed 
è detto de Gena, in una carta inedita del- 
l' Archivio del 1127 (3) e Rainiìiìidiis de Al- 
giii{a) causidicus in un doc. del 11 18 (4). 

A questi nomi ne aggiungo altri tratti 
dalle pergamene dell' Archivio di Stato di 
Bologna. Del 1115 si trova un Tegrimiis 
tabellio atque causidicus (3); del 11 17, un 
Fanlinus causidicus et tabellio (()). In un 
documento del 1118 sono ricordati un riso 
judex e un Angelus causidicus (7), il quale 
ultimo riappare in atti del 11 io, 1121, 

(i) Op. cit. Voi. I. p. I, p. 133 

(2) Doc. XXXIV. 

(3) Doc. XXXV. 

(4) Doc. XXX. 

(5) Doc. XIX. 

(6) Doc XXIX. 

(7) Doc. XXX. 



— 41 — 
1124. Ili»), ii3'^i I 145 ^'cc. (i); e finalmente 
air anno 1123 un Gcrardus caiisidiciis et 
tabellio (2). 

Neir atto citato, dove si trova memoria 
di Lamberto al 11 13, è fatto cenno anche 
di un Albertus gramaticiis de sancto marino , 
che torna ad essere nominato nel 1130 (3) 
fra molti laici bolognesi: Albei^to maistro 
de Sancto Mainino, Nel libro del Ficker si 
riscontrano le inesattezze del documento 
secondo la pubblicazione del Savioli. Ol- 
tracciò , il S. Marino di Alberto bolognese, 
non è molto probabilmente (come pretende 
il Ficker) il « S. Marino ai confini della 
Pentapoli , » ossia la solitaria repubblica, 
ma un S. Marino a dieci chilometri da 
Bologna, fuori di porta Galliera. 

Non si creda, ripeto, che con tutti questi 
giuristi pretenda insinuare V idea d' uno 



(i) Archivio di Stato — Archivio degli Enti Au- 
tonomi — Abazia di S. Stefano e di S. Bartolomeo 
di Musiano. 

(2) Doc XXXI 1. 

(3) Doc. XXXVI. 



studici delle le^gi lìoi-entissiino. Mi limito 
solo ad otìrii'iie i nomi e :i notare come 
alcuni S essi si tro\ino a t^iiKlicare insieme, 
in \ari giudi/i, con Irnerio sin dal 1113, 
senza dubbio, con uguali criteri. Non discuto 
la superiorità d' Irnerio , ma non posso a 
meno di avvertire, come allo sviluppo in- 
tellettuale di lui si fosse in tal modo pre- 
parato un buon letto. Per tale abbondanza 
di dottori di leiT£TC o causidici mi sembra 
che si abbiano mille ragioni a credere ad 
un precedente, notevole insegnamento e a 
credere inoltre che parte dei nominati pos- 
sano essere usciti dalla scuola di Pepo. 

VII. 

D' Irnerio si è scritto molto. Chi ha cer- 
cato di portar luce nella sua biografia, chi 
di determinare T importanza dell' opera sua. 
Ad ogni modo, giova notare che tutti con- 
vengono sul valore giuridico d' Irnerio. Ed 
anche il Chiappclli, ultimamente, in un 
dotto opuscolo sopra alcune glosse ti' Irnerio 
e della sua scuola, scrive: « Alle scarse 



— 43 — 
notizie sopra Irncrio e la sua attività scien- 
tifica, le quali ci sono offerte dalla compi- 
lazione deir Accursio, dalla letteratura giu- 
ridica bolognese e dal glossario raccolto 
dal Savigny, poco aggiungono le glosse da 
noi trovate nel manoscritto pistoiese... Esse 
non ci rivelano il valore, che certamente 
ebbe Irnerio nel commento delle leggi, ma 
danno una conferma della estesa conoscenza 
che egli possedeva delle varie parti delle 
f Oliti (i) » 

Enrico Denifle scrive che, con l'appa- 
rire d' Irnerio, in Bologna la cosa si muta, 
e al nome d' Irnerio si legano, non certo 
i principi! della scuola di Diritto, come il 
Savigny crede , ma la stabilità della scuola 
giuridica che oscurò le altre (2). 

(i) Glosse d' Irnerio e della sua scuola tratte 
dal Manoscritto capitolare pistoiese dell' Authenticiim 
con un introdupone storica dell' Avv. Luigi Chiap- 
PEtxi — Estratto dalle Memorie della Classe di sciente 
morali, storiche e filologiche della Regia Accademia 
dei Lincei. — Anno CCLXXXIII (18S3-86. Serie IV. 
Voi. II). A p. 12. 

(2) Op cit p. 4v 



La disiiii/ioiic e lilla, ne i;i()\a discu- 
terla. Nella sostan/.a non crea ostacolo alle 
nostre opinicìiii, perocché r sicuro che il 
periodo di formazione dello S/iidio bolognese 
non dev'essere stato ne improvviso né rapido. 
Per conto mio, il passo d' Odo/redo, mi con- 
vince che la stabilità della scuola giuridica 
risale a Pepo; e così anche doveva in cuore 
parere al Ficker quando dettava che, nel 
senso d'una congiunzione del metodo e 
della scienza dei giuristi longobardi con 
una più estesiv conoscenza delle fonti del 
diritto romano, la fama della scuola di 
Bologna deve risalire a prima d'Irnerio, e 
che forse i tentativi antecedenti a lui, annun- 
ziati dalla presenza di Pepo, non furono così 
insignificanti come pretendono molti (i). 

Della vita d' Irnerio si conosce più 
tosto poco, anche dopo un documento, sco- 
perto dal Ficker, e le congetture del Gloria. 
Ma conviene star contenti a quelle povere 
traccie, sulle quali è pur dato disegnar 
qualche cosa. 

(0 Op. cil. IH. 14^. S 493. 



— 43 — 
La forte e serena critica italiana del 

secolo scorso ha già eliminato i più gravi 
errori. Pel nome scritto variamente Irnerius, 
Yrnerius, Wernerius, Warnerius, Guarne- 
rius, Gernerius ecc. alcuni avevano supposto 
che il giureconsulto fosse tedesco. Il Sarti 
per primo (i) e quindi il Tiraboschi (2) 
stabilirono , sulla fede dei documenti , ch'egli 
era bolognese, togliendo per tal modo anche 
il dubbio di altri che lo volevano di Milano. 
E fa sorpresa, come gli storici posteriori, 
massime tedeschi, non abbiano rimessa la 
polemica in campo! 

Di poi si disse che Irnerio aveva studiato 
legge a Ravenna, ma il Savigny notò che 
il D'Asti, che ciò sostenne, in luogo di 
« studiiim fiiil Rai^enUiV » lesse erroneamente 
in Odofredo « studium fecit Ravennce (3). » 
E pure altri, cui forse le scuole di Ravenna 
parevano troppo vicine, lo mandarono senz'al- 
tro a studiare a Costantinopoli ; ma il 



(i) Op. cit. Tom. I, p. I. pag. 12. 

(2) Op. cit. Tom. Ili, lib. IV, 428. 

(3) Savigny. Op. cit. II. p. 21 e 27, nota b. 



K» 



Sarti (i), il Tiraboschi (i), il Savigii}' (3) 
ed alili lo fecero rimanere sempre a Bologna, 
grammatico prima, quindi giuieconsulto ; 
passaggio che s'è \isto in alni ancoi'a. 

Mutato di scolaro in dottore, le favole 
lo seguono sen/.a posa. Dapprima lo si fa 
professore in Ravenna ed in seguito a 
Roma (4;. Ricondotto da altri in Bologna, 
Roberto da Monte, nei 1032 (sic) gli dà per 
compagno nelT insegnamento il vescovo Lan- 
franco (5). Ma il Muratori, con una critica 
che può sembrare ovvia, dice che l'autorità 
di quel cronista a questo punto gli casca 
assai, tanto è inverosimile che Irnerio , sano 
e attivo del 11 16, potesse insegnare nel 
1032 (6). Questa opinione fu sviluppata con 



(i) Op. cit. I, part. I. p. 12. 

(2) Op. cit. Ili, 428 

(3) Op. cit. II. 26. 

(4) Op. et loc. cit. 

(5) Roberti de Monte, Accessiones ad Sigeberti 
Gemblacensis chronicon in appendice alle opere di 
Guiberto da Novigento : (Parigi, 1G51) e. 721. — Sa- 
viGNY, II, 20. 

(6) .\nt. ital. Diss. XXIV. Voi. III, col. 880. 



— 47 — 
nuovi criteri dal Savigny « Dicono ciie 

Irnerio fosse collega di San Lanfranco; il 
quale ultimo avrebbe poscia rinunziato alla 
giurisprudenza e lasciata V Italia. Questo 
racconto poggia sopra V antichissima autorità 
di Roberto da Monte; ma, secondo costui, 
Irnerio sarebbe vissuto forse un mezzo secolo 
prima; poiché Lanfranco morì nell'anno 1089 
e la carica di professore deve averla eser- 
citata in gioventù. Siccome dunque sì fatto 
racconto è in contraddizione coi documenti, 
colla cronaca dell' Abate di Usperga e ( si 
notino queste parole del Savigny) colla im- 
mediala anleceden^a di Pepane^ vuol essere 
rigettato come erroneo (i). » 

Il Sarti procurò di salvare una parte 
della notizia di Roberto da Monte, dicendo, 
che, se anche Lanfranco non è stato contem- 
poraneo, può nullameno avere insegnato be- 
nissimo da sé in Bologna (2); ma il Tiraboschi 
dimostrò chiaramente che tanto la notizia 
di Roberto_, quanto l' opinione del Sarti, 

(i) Op. cit. II, 25. 

(2) Op. cit. Tom. I, part. I, pag. 4 e seg. 



_ ,s _ 

non erano Cdiilormi al xcro, e clic Miloiic 
(h'ispino, vissuto nello stesso monastero e 
assai più prossimo a Lanlianco, non lasciò 
ricordo che dcW insegnamenlo fatto da lui 
in Pavia sua patria (i). 

Vili. 

Il DcniHc fa risalire una vera stabilità 
di scuola giuridica in Bologna ai primi anni 
del secolo XII, riconoscendo sotto questo 
aspetto il merito d' Irnerio (2). 

Egli sostiene che le scuole furono dap- 
prima come private, e che tanto a Parigi 
che a Bologna a nessun dottore riuscì di 
formare una scuola durevole prima dell'e- 
sordio del sec. XII (3). 

E come si spiegano, chiede il Denitle, 
questi fatti ? « Non è verosimile che la sola 

(i) Op. cit. Ili, 424. 

(2) Denifle. op. et loc. cit. I, p. 34"4''- 

(3) Op. cit. II, 2. — Del resto lo stesso Denifle 
non è alieno dal credere che i primordi dello Studio 
bolognese possano risalire al sec. XI. 



— 4'J — 
fama di un maestro e il desiderio suscitato 

nei giovani di ascoltarlo abbiamo potuto 
produrre scuole permanenti. Qui debbono 
esserci stati altri fattori attivi. Per non 
andare errati s' ha da distinguere tra il pri- 
mo fiorire di queste scuole e il loro svi- 
luppo durevole. Parigi e Bologna si segna- 
larono quasi improvvisamente su tutte le 
altre scuole, quasi nello stesso tempo, cioè 
a dire nei primordi del sec. XII, perchè in 
quei luoghi una speciale disciplina venne 
trattata da uno o più maestri con un metodo 
corrispondente ai nuovi bisogni del tempo 
e quasi ignorato dai contemporanei, di guisa 
che sorse una nuova era della ricerca scien- 
tifica. Questo nuovo metodo possedeva at- 
trattiva per maestri e discepoli di paesi di- 
versi. I discepoli spesso viaggiarono mezza 
Europa con lo scopo di associarsi ad un 
maestro, che insegnava secondo le loro idee; 
di questa guisa a Parigi e a Bologna venne 
posto il fondamento a stabili istituti della 
scienza. Il numero ognor più crescente de- 
gli scolari, fece crescere V attività dei maestri. 
L' emulazione scientifica degli uni e degli 
altri fu svegliata. » 4 



"ì-> 



— so — 

Come s' è veduto, anche avendo ferma 
opinione che la slabiliià deUa scuohi giuridica 
debba risalire a Pepo, seguendo il parere 
del Denille. la cosa, nella sua sostanza, non 
\ienc a muiar punio, massime se si accet- 
tano le ultime congettiu'e del (ìloria. 

Le varietà susseguitesi nelT ordine degli 
studi, a traverso lo svolgersi dei secoli e 
delle idee, non tolgono che i primordi del 
nostro studio non risalgano a Pepo e ad 
Irnerio, senza interruzione, o pure, con in- 
terruzioni brevissime. E può sembrare quasi 
inutile frugrare altri argomenti a sostegno 
di tutto questo. Le scienze sono andate 
progredendo, secolo per secolo, e direi quasi 
lustro per lustro, ed hanno quindi inevita- 
bilmente obbligato gf istituti a modificarsi 
con loro e per loro, assumendo anche una 
varietà di nomi. 



IX. 



Sino a pochi anni fa i documenti, che 
si citavano a proposito d' Irnerio erano sette 
dal iii3 al 1118. Oggi se ne conoscono 
tredici. 



5f 



Dei due discussi dal Gloria parlerò poi. 
Intanto registro gli altri. 

Il primo consiste in un placito tenuto 
dalla contessa Matilde nel 1113. — Irnerio è 
ricordato innanzi a tutti gli altri causidici (i). 
Il secondo è un'investitura di un monastero 
padovano fatta per placito di Enrico nel 
giorno 18 marzo 11 16 (2). Col ter-{o (22 marzo 
II 16) Enrico prende sotto la sua protezione 
il monastero di San Michele di Candiana (3) 
Col quarto (8 aprile 1116) lo stesso Enrico 
conferma una sentenza a favore della chiesa 
di Parma (4). Il quinto è un documento in 
favore del monastero di Pomposa firmato 
da Irnerio per lo stesso sovrano nello stesso 
anno, ma del 6 maggio (5). Il sesto^ contiene 
una donazione di terra fatta dallo stesso En- 
rico al monastero di Polirone (12 maggio 
1116) (6). Il settimo^ del 15 maggio 11 16, la 

• 

(i) Doc. XVII. 

(2) Doc. XX. 

(3) Doc. XXI. 

(4) Doc. XXII. 

(5) Doc. XXIII. 

(6) Doc. XXIV. 



cui autenticità dal MurattM^i è messa, forse 
a torto, in dubbio, contiene un {privilegio 
concesso da Enrico al popolo bolognese (i). 
[.' oì/lìì'o del is novembre iii('» è un atto 
di donazione del conte Smilo o Milo di Pa- 
nico (2). Il Jiono e il decimo sono due atti, 
r uno del 1117 e F alti^o del iiiX, dell' Im- 
peratore. Gol pi'imo Ivnrico prende in pro- 
te/ione i Canonici regolari di Corte Melara; 
col secondo concede T immunità ad un ospe- 
dale (3). Il (ice/;;/ ojt7r/;«o finalmente, del 1125 
riguarda una lite tra i conventi di S. Bene- 
detto di Polironc e di S. Zenone in \^e- 
rona (4). 

Ora, si guardino quali induzioni bio- 
grafiche se ne sono tratte o possono trarre. 

Se nel 11 13 la fama dMrncrio era già 
fondata e diflusa al punto di consigliare Ma- 
tilde a metterlo in testa a tutti gli altri 

(i) Doc. XXV. Vedi nella Tavola dei Documenti 
al numero rispettivo, le ragioni per io quali lo ri- 
tengo autentico. 

(2) Doc. XXVI I. 

(3) Doc.'' XXVIII e XXXI. 

(4) Doc. XXXIV. 



~ 53 — 
causìdici per un placito di molta importanza, 

bisojrna logicamente rimandare indietro di 
parecchi anni il primo insegnamento d' Ir- 
nerio. Come infatti avrebbe potuto in breve 
acquistarsi tanta autorità in una scienza 
che richiedeva speciali speculazioni e ricer- 
che, proprio in quei tempi, in cui la fama, 
per le condizioni peculiari della società, a 
diffondersi procedeva lentissima? 

Ma rimandando le congetture e le illazioni 
a suo tempo, raccolgo poche altre notizie 
sopra Irnerio. Landolfo nella Storia di Mi- 
lano all'anno iiiS scrive: ^^ Magister Giiar- 
nerius de Bononia et pliires legis Periti po- 
pulum T^omanum ad eligeìidiim Papam convenite 
et quidam expeditus lector in pulpito S. Petri 
per prolixam lectionem decreta Pontijicum 
de substituendo Papa explicavit (i) » D' Ir- 
nerio^ che allora mise ai piedi d' Enrico la 
propria autorità perchè fosse eletto V anti- 
papa Burdino contro Gelasio II, il Muratori 



(i) l.ANDULPHi /zm/om Hist. Mediai, edita dal Mu- 
ratori ne' Rer. hai. Scrip. V, pag. 502. 



- M — 
si lamenta (i), e lo accusa di servilità e quasi 

quasi ne discute il sapere. Ma, non man- 
cando il Tirabosclìi di spendere buone pa- 
role per Irnerio {2), la cosa si quietò e la 
critica tacque. 

Due altre piccole ed ultime notizie ri- 
mangono a registrarsi. Alcuni dissero che 
irnerio prese ad insegnare legge per consiglio 
di Lotario. Questa notizia è presto smentita, 
perchè, quando Lotario diventò imperatore, 
Irnerio già insegnava da parecchi lustri. 
L'altra è di (]!orrado abate Urspergense che 
fra il 1 125 e il 1 13(8 scrisse : « Eisdem quoque 
temporibus dominus Wenierius libros Icgum, 
qui dudum neglecli fucraut, nec qiiisquam 
in cis sluduerat, ad petitionem Malìiildcu Co- 
jniliss.v renopavit. » Perdonata al vecchio cro- 
nista la confusione delle date (3), gli storici 
in genere non ebbero alcuna difficoltà a cre- 



(1) Annali d' Italia (Milano, 1744). Tom. VI, 391. 
Vedi anche a p. 383. 

(2) Op. cit. Ili, 430 

(3) Matilde morì nel luglio del 11 15. 



— OD — 

dergli;cdal Sigonio in poi (i) nessuno più 
sorse a contrastare, se non forse il Sarti (2) 
e il Savigny (3), ma senza energia e non 
alieni dal supporre un qualche incita- 
mento o semplice richiesta di Matilde, « non 
essendo la città di Bologna sotto la sua si- 
gnoria. » Ma poiché alcuni critici più re- 
centi non vollero menar buono l'argomento 
a favore di Matilde, e sostennero che prima 
del 1(13, data del placito ricordato, Matilde 
non conobbe Irnerio, Leonardo Leonardi (4) 
per dimostrare che i vecchi storici avevano 
ragione stabilì che Matilde fu a Bologna 
nel 1102 quando Enrico IV V espugnò, e 
che vi tornò nel 1106 per l'arrivo di papa 
Pasquale, e che potè ben conoscere Irnerio 

(i) Caroli Sigonii Hist. Bononiensium. (Bolo- 
gna, 1578) Lib. II. pag. 81. — Dapprima, nell'altra 
sua opera De regno Italice, Lib. XI, aveva negata fede 
air abate Urspergense. 

(2) Op. cit. I, parte I, pag. 26. 

(3) Op. cit. p. 41. 

(4) Intorno ad Irnerio ed alla sua scuola^ Disser- 

razione. Atti dell' Accademia di Lucca. Voi. XVII. — 
Cfr. Del Vf.cchio Op. cit. 42. 



— u,(, — 

Ili quci^li anni. 0:;ì;Ì le ()ssci"\a/.i(ini del 
(ìloria tcndLTchbcro a scnolcrc anclic t;li 
arnonicnii del Leonaidi. Nnllanieno a sue 
pare che non si dovesse accettare per nessun 
modo la testimonianza dell' abate Usper- 
gense, non tanto per le ragioni esposte dal 
Del "W'cchio (i), quanto per uno strano pa- 
radosso che spesso inganna critici e lettori. 
Infatti, che Matilde invochi il consiglio di 
un giureconsulto quando è già divenuto fa- 
moso, si capisce: ma non si capisce eh' ella 
cerchi persone ignote o quasi, per dir loro 
che studino o diritto o lilosoria o astro- 
logia ! 



X. 



Su buona parte delle notizie esposte 
si è venuta formando un' opinione appros- 
simativa del tempo, in cui si svilupparono 
le prime forme dello Studio bolognese. 

u) Op. cit. 43. 



Ar atterrò solo agli scrittori assai auto- 
revoli, o che almeno presentano una certa 
serietà, tanto da essere o letti o consultati 
ancora. 

Il Sigonio, che mette V insegnamento 
d' Irnerio al 1 102 (i) è seguito da Giov. Fran- 
cesco Negri (2). Il Del Vecchio (3) scrive: 
« Se nel i 1 14 si aveva già di lui sì alta 
stima da chiamarlo ne' placiti, e da porlo 
primo ad ognuno, bisogna credere che fino 
dal cominciare del sec. XII egli si fosse ri- 
volto allo studio delle ìts,s,ì. » 

La maggior parte opina senz'altro che 
la predetta scuola sia sorta nello scorcio 
del sec. XI. 

Leggo nel Muratori : « Hanc ergo laudem 
primam sibi procuravit Bononiensis Civitas 
Sceciilo Undecimo, nempe Scholam Romani 
Jiiris illustrem aperire, qiialem ceterce antea 
mimquam habuerat » (4), e nel Sarti (5) : « Sed 

(1) Hist. Boìwn. lib. II, 81. 

(2) Annali di Bologna^ ms. nella Biblioteca Uni- 
versitaria di Bologna: Tom. I, carta 4 verso e 5 recto. 

(3) Op. cit. 25. 

(^4) Antiquit. Dissert. XLIV. Voi III, col. 893. 
(3) Op. cit. Voi. I. part. I, 23. 



- e>« - 

j,i fcDìfits c///Oif allinei, qnamqnaìii ccflis nio- 
nuniciilìs UDII liccal, ììoii innnihiis lanicii co- 
nicc/iuis Jrìicn\ìiLV sclioLv cj:(H-lhvn fiacre 
licci cit'Cii fiìiciìi XI Scvcitli, ani ììììIìuiìì XII. » 

(iirolanio Tiraboschi, a sua volta scrive: 
« Da' iiK^numcnti sopraccennali l'accogiiesi 
ancor« il tempo, a cui Irnerio fiorì, cioè al 
principio del sec. XII, ed è perciò verosimile, 
che fin dagli ultimi anni del secolo precedente 
ei cominciasse a tenere in Bologna la scuola 
di giurisprudenza (i) » K altrove: » Tali 
furono fin dal secolo XI, i tenui principi 
deir Università di Bologna. Ma j'oso la fine 
del secolo sfesso e al cominciar del seguente 
assai maggior fama ella ottenne per lo stu- 
dio delle leggi che ivi cominciò a risor- 
gere (2). » 

Omesse le testimonianze di quanti altri 
nel secolo scorso seguirono il Muratori, il 
Sarti e il Tiraboschi, riproduco un passo 
del Savigny: « Or queste faccende di Stato 
e di Curia non potendo Irnerio avere con^ 

(i) Storia della Lett. III. 431. 
(2) Op. cit. III. 426. 



— 59 — 
dotte quand'egli era grammatico in Bologna, 

ma poiché s' ebbe procacciato fama e au- 
torità coir insegnare leggi, ne segue che la 
origine della scuola bolognese è di gran 
lunga anteriore alla data di quei docu- 
menti : vien, cioè_, naturalmente a collocarsi 
fra lo scorcio dell' undicesimo e il principio 
del duodecimo secolo (i). » 

Pel nostro secolo bastino i nomi del 
Ficker e del Gloria, di cui il primo non 
dubita, sin prima d' Irnerio esser fiorita in 
Bologna una serie di giuristi superiori, e 
fatte le distinzioni, cui sopra accennai, con- 
clude dicendo che, nel senso già stabi- 
lito, la fama della scuola di Bologna deve 
esser stata fondata già prima d' Irnerio e 
che i tentativi di Pepo sono piuttosto da 
prendersi in considerazione (2). 

In seguito a tutto ciò Andrea Gloria 
ha scritto: « Vogliono gli scrittori che Ir- 
nerio abbia tenuto scuola nella fine del se- 
colo XI o nel principio del XII, ma pare a 

(i) Op. cit. Ili, 23. 

(2) Op cit. Ili ;• 193. p. 144- 



— (»() — 
me. per le notizie e considerazioni seguenti 
che uià nella line «.lei secolo XI a\esse ei;li 
acquistato col suo inse^nanienio la <;i\mde 
fama predetta (i). » 

E noto che Knrico IV, dopo la clamo- 
rosa sua sommissione di Canossa, fu libc- 
nedetto nel gennaio del loyl); che poco dopo 
tornò contrario al papa; che, scomunicato 
di nuovo nel 1080, sollevò contro Oregorio 
l'arcivescovo ravennate Giberto, quale an- 
tipapa, ed altri vescovi ed altre città, mas- 
sime dopo espugnata Mantova (loyi); è noto 
che restò in Italia sino al 1097, in cui tornò 
in Germania, dove, dopo alcuni anni, errò 
vittima d'ogni avversa fortuna sino alla morte 
avvenuta a Liegi nel 1 106. 

Il Gloria ripresenta nel suo Codice diplo- 
matico Padovano due documenti, nei quali ei 
crede di trovare «forti indizi di servigi prestati 
dalrnerio ed Enrico IV. » Il primo documento 
riferito al iioo riassume la questione d'un 

(i) Memorie del R. Istituto Veneto. Voi. XXII, 
p. II. — Monumenti della R. Università di Padova^ 
raccolti da Andrka Gloria. Pag. 353 e seg. 



— Gì — 
certo pallio o zendado, che il monasterio di 
S. Zaccaria (i) doveva o no dare ad ogni 
nuovo governatore. Il secondo documento 
è un memoriale d' un placito del 25 mag- 
gio iioo, e dichiara che Guarnerio Messo 
deir Imperatore era in Monselice a render 
giusti\ia (2). 

« E ora sorge la domanda (scrive il Glo- 
ria, dopo aver risolta una difficoltà del docu- 
mento ed implicitamente discussa una breve 
obiezione del Ficker) chi fu quel Guarnerio 
personaggio cotanto distinto, che abbia me- 
ritato l'alto ufficio di Messo imperiale? I 
documenti e gli scrittori di quel tempo da 
me esaminati non ci danno che Guarnerio 
marchese della Marca d'Ancona e il giure- 
consulto Guarnerio o Irnerio (3). » Ma poi- 
ché il primo è sempre distinto col titolo 
di marchese, e poiché il Messo fu mandato 
a definire serie questioni legali, « io, con- 



(i) Doc. XII. 

(2) Doc. XI. 

(3) Of. cit. 338. Pel Warnerio marchese vedi il 
doc. IX. 



02 

elude il Ciloria, sono lortcmcntc sospetto 
che il messo imperiale ameJciio sia sialo 

il giureconsulto Irnerio Per la t-nial j^ro- 

babiliià adunque che Irnerio abbia a\'uto 
sì alto onore nelTanno i loo, credo iiiiclic 
probabile c7/Vo7/ se lo aì'cssc ìiicrilalo ìn- 
iiaii\ì col ixraìidc uouic, che secondo Odo- 
iVedo ci si acquistò mercè la sua scuola del 
romano diritto. Quindi reputo probabile pure 
che il principio di questa scuola per la ri- 
nomanza del suo maestro debba essere stata 
popolata da scolari italiani e stranieri. » 

Se quando non si conosceva documento 
d' Irnerio più antico del 1113, il suo inse- 
gnanienio era per congettura, che chianìc- 
rei iìievitabilc^ respinto nel secolo XI, natu- 
ralmente qualora il Gloria abbia veramente 
trovato che Irnerio era già famoso nel- 
r anno iioo, bisognerà per lo stesso crite- 
rio rimandarlo più indietro e fermare nel 
modo più assoluto che a quel secolo risal- 
gono i primordi del nostro Studio. Su che, 
del resto, non può nascere dubbio, come 
questo argomento non può lasciare alcun 
appiglio se non a chi non si faccia riguardo 



— Q-i — 
d' offendere la logica più elementare e di- 
struggere le autorità storiche più ricono- 
sciute. 

Per questo complesso intanto mi pare 
che si possa determinare con maggior sicu- 
rezza il tempo in cui visse Irnerio. S' egli 
insegnò grammatica prima che scienze giu- 
ridiche, e se, come è quasi certo, cominciò 
il nuovo insegnamento intorno al 1090, è in- 
dispensabile ritenere che la sua nascita sia 
avvenuta poco oltre la metà del secolo XI, 
circa al 1060. Su questa data le disparità 
sono poche, ma non sono poche sulla data 
della sua morte. Non mancò chi la disse av- 
venuta del 1120 circa (i), chi del 1126 (2), 
chi del 1 140 (3). Il Diplovataccio e il Pan- 
droli fecero finalmente risalire la morte 
d' Irnerio al 1 190! 

L' opinione che più mi sembra tener 
del vero è che sia morto poco oltre il 1125, 



(i) TiRABoscHi, III, 431. 

(2) Fantuzzi, Op. cit. IV, 364. 

(3) Sarti, Op. cit. Tom. I, part. I, p. 26 — Del 
Vecchio, Op. cit., 28 



— (][ - 

perocché non si può i-iciisarc che d' un uumo 
ciotto e ;uitoic\(>lc. come hii, possano scom- 
parir le ti'accie in un momento. Noi tio- 
viamo di hii: due presunte prove del i loo, 
LUI doc. del 1 I is, sei del i i K), uno del 1117 
uno del I I iS e V ultimo del i \2^. Tutte que- 
ste date, se si pensa all' antichità S Irnerio 
e alle s\enture de' nostri archivi, debbono 
parere più tosto dense. Come mai, s' egli 
fosse vissuto ancora assai in lungo, aumen- 
tando naturalmente di coltura e di autorità, 
sarebbero poi dileguate tiiUc le sue memorie 
anziché crescere ? (i) 



(t) La congettura, per la quale si pretende che 
r insegnamento d' Irnerio debba esser stato posteriore 
al novanta, perchè i quattro giureconsulti bolognesi, 
che intervennero alla Dieta di Roncaglia furono suoi 
discepoli, non ha base logica. Infatti, dato anche per 
sicurissimo che fossero suoi discepoli, resta a provarsi 
se furono dei primi o degli ultimi discepoli. Oltracciò 
ognuno può giudicare da sé, quando sappia che la 
Dieta di Roncaglia fu del 11 58, e che Bulgaro morì 
decrepito tutta! più nel 1 167, che Martino fioriva 
nel 1140, che Jacopo morì vecchissimo nel iij^e 
che finalmente Ugo insegnava nel 1141. 



- 05 



XI. 



A questo punto avrei finito, ma bramo 
dilungarmi ancora un poco per raccogliere 
poche altre notizie che comprovano V anti- 
chità dello Studio bolognese, e avanti tutte 
metto il privilegio di Teodosio! 

Chi sa mai quanti, a questa dichiara- 
razione, inarcheranno le ciglia e apriranno 
la bocca! — Come? c'è chi crede ancora 
nel privilegio di Teodosio? 

Si, per r appunto: e' è ancora chi crede 
che lo Studio nostro possa risalire al z|43, 
ed io stesso ho letto opuscoli ed articoli 
che tentano provarlo neir anno di grazia 
1886. Per loro, Celestino Petracchi (i), il 



(1) Della insigne abballale Basilica di S. Stefano 
in Bologna. Libri due (Bologna, 1747) Gap. IV., n. 8, 
pag. 30 e seg. Per la confutazione del privilegio teo- 
dosiano, il Petracchi ebbe una lettera dal Muratori, 
edita da C. Malagola., Della vita e delle opere di An- 
tonio Urceo detto Codro (Bologna, 1878) a p. i2<\. 



— (>(■) — 
Muratori, il Tirabosclii e cento altri hanno 
discusso indarno. 

Ma per fortuna, a sìmWc frirola impo- 
stura oggi nessuno che studi sul serio presta 
più fede, né quindi credo utile sfondare 
le porte aperte. 

Il privilegio di Teodosio è falso, falsis- 
simo ; ma nuUameno ha una storia consi- 
derevole e una bibliografìa degna di studio, 
e io m' auguro che qualche dotta persona 
se ne occupi con accuratezza e con passione. 

Nella Biblioteca dclT Università di Bo- 
logna e altrove ne esistono parecchie copie 
del sec. XV, ma nelT Archivio di Stato si 
trova prodotto in testa al Regislro nuovo, co- 
piatovi in forma autentica « sub anno do- 
mini millesimo ducentesimo quinquegesimo se- 
ptimo. indictione quintadecima, (i) » Queste, 
ed altre prove raccolte dal Savioli (2) e dal 

(i) Doc. XXXVII. 

(2) Annali boi. Voi. III. p. I pag. 30S e 315; p. II, 
p. 489 e seg. Il Savioli scrive : « Rolandino de' Passeg- 
gieri Maestro d" Arte notarla custodiva allora gli ar- 
cani pubblici, né posso conseguentemente astenermi 
dal sospettarlo partecipe dell'impostura, se non a caso 
il fabbricatore » ! 



-67- 
Savigny (i) stabiliscono clic quel pri\ilci;io 
fu falsificato nel sec. XIII e che dovette certo 
diffondersi sollecitamente ad utile dello stato 
bolognese. Infatti in un libro di Provvisioni 
deir Archivio trovo scritto in data del 1321. 
« Qitia Seneiises ut acquirant honoreìii studii 
Cii'itatis bononie et quem (bononienses) obti- 
nuerunt ferre Mille annis decursis cum magno 
honore et augmento status bononiensis e.cc. (2); 
dove senza dubbio le parole « mille annis 
decursis » debbono essere scritte sulla fede 
del privilegio teodosiano. 

Ma però mi domando come simile docu- 
mento sarebbe stato ritenuto autentico sin 
dalla metà circa del sec. XIII, se T antichità 
dello Studio non avesse per lo meno oltrepas- 
sato, verso Tantico, tutto il secolo precedente. 
Si può in buona fede, ed anche basandosi sulla 
tradizione più che sulle carte autentiche, 
credere che, se T Università di Bologna fosse 
sorta nel secolo scorso, si potesse fingere 
oggi un documento fosse pure del sec. XV 
o XVI ? 

(i) Op. cit. I, 531-532. 
(2) Doc. XXXVIH. 



— ("iS — 

11 pri\ilcgio, ripcio. e apocrifo, ma è na- 
turale inferire clic V anliehiià della sua fal- 
sifica/ione resta sempre a provare V anti- 
chità dello Suidio. 

Un secondo argomento me T oltre il pri- 
vilegio di Federico I che tjeneraimcnte si 
ritiene concesso dapprima alla Scuola bolo- 
gnese, (i) Un carme, scritto per quelT im- 
peratore, narra che quando questi nella Pen- 
tecoste del II 55 si trovava accampato presso 
Bologna, gli uscirono incontro cittadini , 
scolarle dottori, i quali ultimi dichiararono 
d'essere contenti in genere, ma che però li 
tormentava qualche piccola disposizione o 
esigenza a loro danno. Continua dicendo 
che Federico, dopo avere richiesto qualche 
consiglio, promulgò un privilegio per gli 
scolari. 

lamque super Renum^ quo darci Bononia fulget, 
Castra locat paucisque placet recreare diebus 
Agmina fessa nimis fractasque resumere vires. 
llicet egreditur populus servire paratus, 
Quem Guido, vir prudens, solus tunc rite regebat. 

(I) Savigny, I, 553. 



- 69 - 

Occiirrunt cives Friderico dona ferentes, 
Agminibus [qué] simul datur in gens copia rerum. 
Procediint pariter doctores discipulique 
Omnes Romanitm ciipientes visere regem, 
Quorum te numerosa, Bononia, turba colebat, 
Artibus in variis noctuque dieque laborans. 
Quos placide recipit venientes rex Fridericus 
Alloquiturque simul perquirens multa benigne. 
Querit enim, quibus urbe modis habeantur [in ista\ 
Cur magis hec placcai, quam quelibet altera tellus, 
An cives aliqua sint illis parte molesti, 
Ant teneant promissa dolo firmata remoto, 
Si caros habeant, si servent hospita iura. 
Doctor ad hec doctus respondens ordine quidam 
Discentum mores recitat vitamque beatavi: 
Nos, ait, liane terram colimus, rex magne, refertam 
Rebus ad utendum multumque legentibus aptam. 
Confiuit huc variis lectiim de partibus orbis 
Discere turba volens, auri argentique talenta 
Huc ferimus dites nummos quoque, pallia, vestes. 
Urbe domos media nobis conducimus aptas, 
Res emimus insto predo quibus utimur omnes 
Preter aquas, usus quariim communis habetur. 
Nocte die studiis intenta mente vacamus: 
Tempore quo sumiis hic dulcis labor iste videtur. 
In multis, fateor, cives nos urbis ìionorant. 
Qui tamen hac una sunt re quandoque molesti, 
Cum cogant aliquem, quod non acceperit ipse, 
Solvere, tollentes propter non debita pignus. 



7" 



yjtnqnc djttiiii )i(>stris viciiiis jc.v ulirninii 
A nobis repctiiiit qui nullo iure Iciiciiiur. 
Vndo, pjtcr, pclimus pcrì'crsuììi corrii^n' tìiorciii, 
Lege tu.i lici\U tiiios liic esse legentes . — 
l'uììc rc.w yriìiciyiluis eousultis ordine cunctis, 
Lei^eiii yroiniil^jt, qite sit tutela leL;eiitiiiìK 
Scilicel ut )ienu) studi uni exercere vulentes 
Impediat stantes noe entens ncc redeutites, 
Nec prn vicino qui nullo iure tenetur 
Solvere cogatur^ quod non dedissc proba tur, 
Inde rogat cives, ut honorent urbe scolares, 
Hospita iiira dolis servent illesa renio tis, 
Postque dies paiicos repara tis viri bus inde 
Castra movens diictor Tuscorum visitat urbes. (i) 

Questo poemetto fu riassunto, nella 
parte che ci riguarda, anche dal Denille, (2) 
il quale aggiunge che il Oiesebrecht e quindi 
il "\\''inkelniann pensano che il Privilegio 

(I ) Zeitschrift der S>avigny-Stiftung Jìlr Reehtsge- 
scliichte — Romanistische Abtheilung (Weimar, 1880) 
\'ol. 1, fase. II, p. 8. — Ilo riprodotti i versi da que- 
sto periodico non avendo potuto avere il fase, dei 
Sitpingsberichten der M'ùnchener Akademie (histo- 
rische Klasse iSjcj, 2 Heft 3) dove furono pubbli- 
cati prima. 

(2) Op. cit. I, 48 e seg. 



— 71 — 
nel IIS5 fosse etìettivamente concesso a Bo- 
logna, ma che nel novembre 1 158, alla Dieta 
di Roncaglia sia stato rifuso ed esteso a tutte 
le scuole nella forma di una legge dell' im- 
pero, spiegandosi come nella cosidetta Au- 
thentica Habita, quale si legge nel Corpus^ 
non si faccia più menzione di Bologna, ma 
si parli generalmente di tutte le scuole, al 
che, se non erro non s' oppone lo stesso 
Denifle. (i) 

Da tutto ciò, nullameno, sembrando 
provato che la prima scuola protetta da un 
privilegio è stata quella di Bologna, s' ha_, 
mi pare, sufficiente ragione a pensare an- 
che che fosse la più antica. 

A questa testimonianza ne aggiungo 
un' ultima già citata da parecchi storici e 
che parrà più d'ogni altra validissima. L'au- 
tore anonimo che narrò in un poema la 
guerra mossa da Milano a Como nel 11 18 
e finita nove anni dopo, ricordando i col- 

(i) Op. cit. I, 30 e 51. Il Denifle fa anche notare 
che i Dottori bolognesi mostrano di non conoscere 
privilegiò imperiale antecedente al 11 58. 



lci;ati che Milano aveva spinio contro la 
città nemica, al i i h ) sci'ive: 

Docta siias seenni diixìl Bononìa lef!;es, 

e neir anno i i 27 

/>(h7c7 Tioìioìiia vcììil ci line cnm Ici^ihns una. 

E se prima del 1130 circa, Bologna go- 
deva di già presso le altre città del titolo di 
dotta nelle /i'ì;^/, non è ogli indispensabile 
pensare che già da molto tempo fosse il suo 
Studio iniziato ? (i) 

XII. 



Mi sembra inutile fare qui una sintesi 
di quanto ho già scritto. Essa del resto, a 
mio parere, si riassume in poche parole : 
« ÌA) stndio bolognese per eonsonan^a di 
docnmenti, di fatti e d' opinioni sembra ri- 
salire evidentemente al secolo XI. » 

(i) De Bello et excidio urbis Comensis ed. dal 
Muratori, Rcr. hai. Scriptorcs. V, p. 41S, vers. 211 — 
p, 433, vers. 1848. 



73 



Questo mio scritto ha titolo di ilota 
storica nò io intendo di farlo valere di più. 
Tornando quindi alT immagine dell'origine 
di un fiume, pensi il lettore eh' io ne sia an- 
dato alla ricerca. Le prime sorgive mormo- 
rano nascoste fra gli scogli, poi a un tratto 
luccica fra l'erba un filo d'acqua^ che 
scompare di nuovo per riapparire più in 
là fatto maggiore. 

Nessuno ha rinvenuto le date prime e 
sicure della fondazione della nostra scuola 
giuridica, e nessuno, nella penuria dei docu- 
menti e per la natura stessa dei fatti, potrà 
forse trovarle. Io perciò mi limito a quelle 
approssimativamente fornite dai documenti. 
Questi mi ricordano Pepo nel 1076; questi 
mi fanno a fil di logica rimandare 1' inse- 
gnamento d' Irnerio a circa il iioo e forse 
prima, e queste due date, dico, sono per 
noi le due prime memorie. 






DOCUMENTI 



AVVERTENZA 



Raccolgo in appendice alla noia storica 
su 1 primordi dello Studio di Bologna / do- 
ciimenti che mlianno servito e che riguardano 
ai primi giuristi bolognesi e ad Irnerio. 

Questi documenti sono in parte inediti^ 
in parte editi, ma dispersi in tanti volumi da 
tornare piuttosto malagevole cercarli e trovarli. 

Gli inediti, tratti dall' Archivio di Stato 
di Bologna, quantunque non contengano sco- 
perte peregrine, non mancano d'importanza. 

Nella compilaiione di questa appendice 
e nelle ti^ascririoni degli originali mi fu di 
validissimo aiuto il chiar.mo canonico D. Luigi 
^reventani, alla cui dottrina e cortesia mi 
sento oltremodo obbligato. 



TAVOLA DEI DOCUMENTI 



I. — 1067; gennaio, 27 — I coniugi Anardo 
e Maria di Borgo Galliera vendono una vigna 
nella pieve di San Vincen\o — • Vi è la firma 
autografa di Alberto legis doctor. Il docu- 
mento è inedito, ma conosciuto dal Sarti, 
che ne riproduce un brano con inesatlewe 
[De claris q.cc. Voi I, p. I, pag. 7, in nota). 
La sua citazione è seguita dal Savioli {An- 
nali^ Voi, I, p. L pag. 162), dal Ficker [For- 
schungefi qcc. Voi. Ili, 136) ecc. — L'originale 
su cui si pubblica, si conserva neW Archivio 
di Staio di Bologna, nella busta 1-4133, e 
apparteneva aXV Archivio di San Francesco. 

II. — 1072; giugno 7 — Placito tenuto 
dalla duchessa Beatrice con Matilde, sua fi- 
glia, nel contado di Chiusi — Vi si ricorda 
Pepo advocatus — Edito dal Muratori {Ant. 
ìtal. Il, col. <J54), dal F^iorentini {Memorie di 



— -N 



Miì/ildL\ \'()K li. p. ti;^i e dal (damici (Rena: 
Sci-ic •.it'gli aìitichi ditelli di Toscana, ly-'^o; 
- III. I, Wl). 

III. — i<)7'>; mar/o . . — Xordilo messo 
di I)ca/rice duchessa ai>\^'iiidica al nioua- 
stero dì S. Michele, nel castello di Mai-liiì'i, 
alcuni possedinteii/i occupati da Sii^lyOtie fio- 
rentiuo — Contiene il nome di Pepo leu;is 
doctor — Fu .siampato prima dal (>amici 
nella seconda ediz, delTopera del Rena: Seì'ie 
degli antichi' duchi e marchesi di Toscana 
(Firenze, i7()4). nia per noi inutilmente, per- 
chè senza il nome di Pepo, come nelTediz. 
del 1789; poi integralmente dal Fossi {Con- 
getture di un socio etrusco ecc. p. XXXIII), 
dal Savioli (Annali, voi. I, p. II, pag. 123) 
e dal Ficker {Forschungen ecc., IV, qg). Il 
Fossi aggiunge un fac-simile di alcune li- 
nee. Ho seguita la lezione d'una copia fatta 
suir originale esistente ncW Archivio di Stato 
di Firenze « Sezione del Diplomatico, prove- 
nienza di T^onifa^io » , chiudendo alcune la- 
cune colla lezione del Ficker. Gli scrittori 
in genere lo riportano al 1075, data scritta 



— 79 — 
nel documento stesso; ma, risolvendo lo 

stile fiorentino e secondo T indizione, deve 

mettersi al 1076. 

IV. — 1076; maggio, 31 — Enfiteusi con- 
ceduta da Moranda, vedova di Agimo, e da 
Lamberto suo figlio a Pietro chierico, per 
una metà, e ad Alberto e Bona coniugi, per 
r altra — Vi è nominato Iginulfo legis do- 
ctor. — Inedito ma, ricordato dal Savioli 
(Voi. I, p. I, pag. 162) — L'originale è nel- 
V Archivio di Stato boi. busta 2-938. Appar- 
teneva aW Abazia di S. Stefano. 

V. — 1078; febbraio, 19 — L'Abate 
di S. Salvatore di Monte Amiata, innanzi a 
Matilde contessa, esige dal conte Ugo la ri- 
nun-yia a tutte le pretese sui possessi del mo- 
nastero. Vi si nomina Pepo advocator — 
Edito dal Ficker {Forschungen ecc. IV, 103) 
sull'originale àtW Archivio di Stato di Siena. 

VI. — 1079; ottobre, 18 — Teucia, ve- 
dova di Romano ed il figlio Giovanni, auto- 
ridato dal tutore, cedono al Monastero di 



• — N,) — 
N. S/c/[ììi<) iìlciiiii posscdinii'ti/i del loro rispcl- 
lii'o )iil1ì-ìI(ì e padì'c. (loiiiiciic hi liiiiia aiiio- 
grala di Pieno index — Inedito. L'originale 
si trova neir .lrt7///70 di Stato boi. busta 
33-i)()2 e proviene dall' /l/'a^/J di S. Stefano. 

VII. — loX^; maggio, 5 — Alberto dona 
al monastero dei Ss. Apollinare e Gregoi'io 
in Campo, la chiesa dei Ss. Giopanni e Paolo 
in l^oloiTìia con tutte le pertinente — Porta 
la firma di Igi nullo auLv renie index — Ine- 
dito, ma rico-rdato dal Savioli {Annali, I, 
part. I, pag. i()2). L'originale, conservato nel- 
r Archivio di Stato boi. busta 3-939 appar- 
teneva aW Abazia di S. Stefano — Nel doc. 
si trova che la chiesa dei Ss. Giovanni e 
Paolo era sita in Poiale, e s'aggiunge que 
diciturvA-MTEO. Questo documento appartiene 
alla serie delle carte, non ancora studiate a 
dovere, sulle quali sarà dato stabilire la Bo- 
logna antica posta per l'appunto presso pia 
Poggiale. (Cfr. le Cose notabili della città di 
Bologna, di Giuseppe Guidicini — Bologna, 
18G8 — Voi. I, p. 12). 



— S( — 
vili. — 1088; agosto, 12 — ì\'>idila di 
una casa ìiel castello di Medicina — Reca 
il nome di Rustico leo-is doctus — Inedito — 
L'originale è noXV Archivio di Stato boi. bu- 
sta 3-()<39, e appartenev^a alT Aba-:^ia di S. 
Stefano. 

IX. — 1094; marzo ... — Giudizio te- 
nuto dal conte Bernolfo messo del duca IVar- 
nerio nel territorio di Séni ga glia N'x è nominato 
Rustico legis doctus. Edito negli Annali Ca- 
maldolesi (Venezia, 1773 — Voi. IX, p, i(3) 
e dal Ficker {Forschuugen ecc. IV. 134) — 
La data 1093 del doc. , per le ragioni alle- 
gate al doc. Ili, è stata portata al 1094. 

X. — 1098; luglio, 5 — Memoria della 
contesa fra il Monastero di S. Prospero di 
Reggio e il Comune della Valle , per beni 
posti nel territorio di Nasela, e del duello 
fra i loro campioni — Vi è ricordato Alberto 
causidicus , che il Ficker {Forschuugen ecc. 
Ili, 134) ritiene di Bologna riferendosi ad 
un documento del 11 18 edito dal Savioli 
{Annali.. Voi. I, p. II. pag. i()X). Lo stesso 

6 



Alberto è forse quello che appare ni un pla- 
cito della contessa Matilde del i 107, pub- 
blicato dal Muratori ^Aii/. ìlal. I, e. (jyi; e, 
con Irnerio, nel placito del 1113 (\edi al 
n. W'Il) — \'edi anche nei ^V^c. XI, XII, 
Wll. XW'I. XW'II, XXXllI e XXXV. — 
l"u edito dal Muratori [Aìit. i/al. II L e. <)47), 
da Camillo Alfa rosi [Notizie storiche della città 
di Reggio di Lombardia — Padova, 1755 — 
Append. di documenti, pag. VII) e dal Ficker 
[Forschungen (zcc. IV, 135). Dove nel testo 
niuratoriano si leg2;e III A^o;/<:75 .//////, T Affa- 
rosi ha /;/ Non. Julii. Il doc. sarebbe così 
posposto di due giorni, ma il Ficker segue 
il xMuratori. 



XI. — II 00; maggio, 23 — JVarnerio, 
messo imperiale, esaminati., i documenti man- 
tiene al monastero di S. Zaccaria di Venezia 
il possesso della cappella di S Tommaso. — 
Fu pubblicato dal Muratori {Ant. ital. I, 
e. 475), da Flaminio Cornelio {Ecclesia.' ve- 
neta^ antiquis monumentis nunc etiam primum 
editis illustrata^ — Venezia, 1749 — Decade 
XII, parte ultima, p. 366), da Francesco Dondi 



- 83 - 
Dall' Orologio [Disserta\ione Qiiarta sopra 

V istoria ecclesiastica di Padova — Padova, 
1807 — Doc. XXXI, a p, 41) e finalmente 
dal Gloria ( Codice diplomatico padopano 
dal secolo sesto a tutto l' widecimo — Ve- 
nezia, 1877 — doc. n. 334, a p. 356) il quale 
in altro volume {Codice diplomatico padovano 
dell'anno noi alla pace di Costanza — Vene- 
zia, 1881 — Part. II, p. 503, n. 1529) reca 
parecchie varianti prese dalT originale, va- 
rianti che ho introdotte nel testo. 

XII. — iioo (?) . , : — Guarnerio, messo 
imperiale, giudica che il Podestà di Monse- 
lice non può pretendere dal monastero di S. 
Zaccaria nessun pallio o zendado — Fu pub- 
blicato dal Cornelio {Ecclesice venetce ecc. de- 
cad. XIII, parte ultinia, p. 367) e dal Gloria 
Codice dipi. pad. dal sec. sesto a tutto l' iin- 
decimo, n. 332, a p. 355) che offre altrove {Co- 
dice dipi pad. dall'anno noi ecc. Part. II. 
p. 502, n. 1528) alcune varianti prese da una 
copia del doc. del sec. XII, da me introdotte 
nel testo, salva Y omissione (certo delT ama- 
nuense) della firma del giudice Alberto. Il 



- S., - 
nome Ji (ìiiarncrio, ricordalo ben cinque 
volte nel doc, solo nell" ullinia si noxa pre- 
ceduto dal titolo di coincs^ mentre secondo 
r liso, il Comes doviebbe essere stato ripe- 
tuto sempre. Il (jhìria dubita quindi, e molto 
ragionevolmente, che si tratti d'un ei'i^oi'e 
deir amanuense. Infatti anche nel doc. pre- 
cedente, con la data sicura del 25 maggio 
1 100, il nome d' linerio non è preceduto 
da titolo alcuno. 

XIII. — 1103; novembre, 11, — Resli- 
tuiione di beni all' abate di S. Pieifo in Po- 
theoli (Passeveri) fa/la per precello della 
contessa Matilde in un giudizio tenuto a Mar- 
turi. — W sono ric(~)rdati Gandolfo index, 
Giovanni Bono e Marchisello causidici — 
Edito dal Fiorentini [Memorie (ice. Voi. II, 
p. 187) e dal Camici (Rena: Serie ecc. IV, I, 88). 

XIV. 1104; luglio, 17. — Guido e Pietro 
cugini, in Bologna, cedono la chiesa di S. 
Maria in Buita al monastero di S. .Uberto 
nell'isola Pereo presso il Po. — Contiene 
la firma di Giovanni \^ono causidicus — Ine- 



- 85 - 
dito. I/originale, già appartenente alle mona- 
che di S. AgJiese di Bologna, si conserva 
nellMrf/nr/'o di Siato boi. busta 1-5591. 

XV. — 1 104; dicembre, 28. — La contessa 
Matilde investe il vescovo di Populonia dei 
beni offerti alla chiesa di S. Gerbone — Vi 
sono nominati Giovanni Bono e Marchisello 
causidici come bolognesi, ed Anselmo caiisi- 
dicus. Fu pubblicato dall' Ughelli [Italia Sa- 
cra — Venezia, Coleti, 17 18 — Tom. Ili, 
col. 711) e dal Fiorentini {Memorie ecc. II, 
199). — Per errore di stampa nelT Ughelli 
si legge 1404 invece di 1104. 

XVI. — II OC); settembre, 27 — Dona- 
zione fatta al monastero di S. Cristina di 
Pasleno, presso 0:iyano^ dai fratelli Manfredo, 
Ubaldo e Guido di Bisano, di alcuni beni 
posti in Sassonero. — Vi si trova Pietro da 
Monte Armato legis doctor — Fu stampato 
dal Mittarelli {Annales Gamaldulenses — Ve- 
nezia, 1758 — Tom. III, col. 221 dQÌV ap- 
pendice). Il Sarti ne riproduce un brano 
[De claris ecc. Voi. I, p. I, pag. 7) e lo ri- 
cordano il Savioli e il Ficker — Si ripub- 



— St". — 
Mica siiir (^rii^inalc ci^nscrxaio iicll' . Irt7///'. 
lÌì SIlI/o boi. busta i)-2X~<), che apparteneva 
al com'entt) «.li S. C^ristiiìa. Il Mitiaielli, 
invece di di\i ^cm/n'cc nos/ì-a, ha letto, ac/a 

gCìlClì'ÌCC ÌU)Slì\ì. 

W\\. — 111;-;; magf^io La 

contessa Matilde, udita la domanda di Sichel- 
mo, sentenzia in suo fai'ore iìitoiiio a beni 
dati in enfiteusi dal monastero di S. Andrea 
di Ravenna. — \^i sono ricordali Warncrio 
de Bononia, L^imberto, Alberto, March isello, 
Rolando, Gislezonc q.cc. — Fu pubblicato 
da Girolanio Rossi [Ilist. Rav. — ^Y'ne/.ia. i 5'S() 
— lib. V, p. 31S) ma non compiutamente. 
Infatti aggiunge: Atque hactenus habet for- 
mula, cui Mathildis ipsa, circa Crucem lineis 
designatam, in lume nioduni subscribit: Ma- 
tilda Dei gratia sie]uid est, mox reliqui Ju- 
dices, postremo Dominicus sacri palatii nota- 
rius. » 11 Rossi, che sono costretto a seguire, 
non è forse scrupolosamente esatto. Dove 
porge : Domina Matilda , grandis Ducatrix 
Q.CC. deve certo leggersi Domina Matilda gra- 
tia Dei Ducatrix ì:.cc. Quel grandis non si 



-87 - 
trova fra i titoli di Matilde, e la risoluzione 
paleografica in grafia Dei è evidente. Anche 
invece di g'isle Zone deve leggersi Gisle-{one, 
forse lo stesso che si trova nel decreto di 
Bombiano (doc. XXXI) — Il Savioli ripub- 
blica il doc. [Annali, Voi. I, p. II, pag. 151) 
con gli stessi errori. Fu edito anche dal 
Camici ( Rena: Ser/<? q.cc. IV, II, 92). Cfr. il 
Savigny [Storia del D. R. II, 21). 

XVIII, — 1113; giugno, 7 — In pre- 
senta della contessa Matilde si risolve una 
lite con sentenza favorevole al monastero di 
S. Prospero di Reggio. — Ricorda Lam- 
berto causidicus de Bononia e Alberto s^ra- 
tnaticus de Sancto Marino. — Fu edito da 
Girolamo Tiraboschi [Memorie storiche mo- 
denesi — Modena, 1793 — Voi. II, pag. 80 
del Codice diplomatico., doc. n. CCCXII). 

XIX. — II 15; dicembre, 29 — Il conte 
Uberto, figlio del conte Alberto, dichiara di 
aver ricevuto il pre\\o dei beni da lui dati 
in feudo nella corte di Pianoro. Contiene il 
nome di Tegrimo tabellio atque causidicus — 



— 8S — 
Kdito dal Savioli {Aìiìi.ìIi\ \'()1. I. p. II, pag. 154.) 
ma sopra una copia fatta da Tendo iiotaro 
nel 1 1 1.3. e portato ciToncamcntc al 1 1 1 4. — 
L' originale si conserva ncWArcìili'io di Stato 
boi. busta 34-1)70 e serve a questa edizione; 
ma perchè presenta \aiMe lacune si compie 
sulla copia conosciuta dal Saxioli e conser- 
vata nello stesso Archivio caps. 7-<)4;-;. H 
notevole il passo nel quale Uberto dichiara: 
« Trofcssiis siim, ex natioiie inea, lege l'i- 
ì'ere romaìia » perchè dal doc. XX\'I sem- 
bra che il conte Uberto fosse di Bolo<rna. 

— La parte del doc, compresa fra le pa- 
role Hactitni iìi antiqua e la line, si trova sol- 
tanto nella copia. 

XX. ir 1(3; mar/o, 18 — Enrico V (IV 
imperatore di questo nome) concede all'aba- 
dessa del monastero di S. Stefano di Padova 
i investitura di alcuni beni che erano con- 
trastati — Vi si ricorda Warnerio. — Fu 
pubblicato dal Gloria ( Cod. dipi. pad. del- 
l' anno noi tee. part. I, pag. 05, doc. n. 79. 

— Cfr: la Disserta-ionc p. XII e XCVIII). 



~ 89 - 

XXI. — li 16; marzo, 22. — L impera- 
tore Enrico emetle un bando per proteggere 
il Monastero di S. Michele di Candiana — 
Ricorda Warnerio, e fu pubblicato dal Glo- 
ria {Cod. dip. pad. dall' anno noi qcc. part. I, 
pag. 66, doc. n. 80). 

XXII. — 1 [ 16; aprile, 8 — L' imperatore 
Enrico.^ richiesto dall' arcidiacono di Parma., 

fa restituire Mar\alia nel Modenese alla Chiesa 
di Tarvna. — Vi si ricordano Warnerio de 
Canonia e Lamberto de Bononia. — Fu edito 
dal Tiraboschi [Meni. Si. Mod. Voi. II, p. 85 
del Cod. dipi, doc. CCCXXII). 

XXIII. II 16; maggio, ó — Placito, te- 
nuto a Governolo da Enrico F, e sentenza 
a favore del monastero di S. Maria di 'Pom- 
posa — Contiene il nome di Wernerio bo- 
noniensis — Fu pubblicato dal Muratori {Ant. 
ital. IV, col. 685) e in parte dal Tiraboschi 
{Meni. St. Mod. Voi. II, p. 88 del Cod. dipi. 
doc. CCCXXIV). 

XXIV. — II 1(5; maggio, 13 — Dona- 
zione di Enrico V. al monastero di S. Be- 



— .).) — 
ìicAcllo di Po/iroiìL' e iilla chiesti dì S. lìoic- 
dcllo (ìoii-.ii^iì. — Reca il nome di \\'arncrio 

— Tu edito dal Muratori (.1;//. i/al. 1, col.(k)i). 

XXV. — 1 1 if); maggio, 15. — Fìiì'Ìco K, 
prende sotlo la sua pì'ote\ionc i ciltadini di 
'Bolo(>ìia e concede ampli privilegi alla città. 

— \'i è il nome di Warncrio — 1/ origi- 
nale di questo doc. è smarrito, ma se ne 
conserva copia nel fol. i. del Registro Grosso 
{Archivio di Stato boi.) della prima metà del 
sec. XIII, dal, quale ne sono tratte altre an- 
cora, come quella del Registro nuovo del 
1257 (cart. 3 recto) (ìcc. — Ne produce un 
passo, a modo suo, il Sigonio [Hist. 'TSon. 
lib. II, pag. ()o). Altri storici bolognesi lo ci- 
tano. — Lo pubblicò integralmente il Mu- 
ratori {Ant. i/al. I, 601) che dubitò della 
sua autenticità per le note cronologiche, che 
si usano al principio dei diplomi imperiali ; 
pel titolo Cassar Augustus, e finalmente per 
r adiettivo amici dato ai Bolognesi. Ai due 
primi dubbi sembra rispondere implicita- 
mente il Ficker {Forschungen ^cc. Ili, 156, 
nota 12). Per la parola amici T obiezione 



— (Jl — 

cade da sé, perchè dove il Muratori ha letto 
provide amicorum civiinn Bononiensium, il 
testo porta proinde cunctorum acc. — Lo 
stesso storico lascia in bianco il nome del 
Cancelliere, mentre V apografo del Registro 
Grosso ha un B. che certo è V iniziale di 
^urcardo vescovo monasteriense il quale è 
nominato come cancelliere nel iiii (Bene- 
detto Bacchini, Dell' Istoria del monastero di 
S. Benedetto di Polir one. — Modena, 1696 — 
pag. 91 della part. II, ossia Raccolta di do- 
cumenti principali)^ nello stesso 11 16 nel do- 
cumento XX, e in un documento antecedente 
al nostro di soli cinque giorni edito dal Mu- 
ratori [Ant. ital. IV, col. 25) — Questo pri- 
vilegio fu ripubblicato dal Savioli {Annali, 
Voi. I, p. II, pag. 153) ma con molti errori. 

XXVI. — 1116; maggio, 15 (?) — Po- 
stilla al priinlegio antecedente, in cui si fa 
memoria del perdono^ conceduto dalP Impera- 
tore ai bolognesi, delle o/fese a lui fatte spe- 
cialmente con la distruzione della l'òcca. — 
Vi è ricordato Gandolfo index de Argelata, 
Rolando e Uberto conte di Bologna (vedi 



— [Vi — 

il doc. XIXl — Kii edito dal MuratDrj e dal 
Savioli ai luoghi citati pel precedente. 

XW'II. — iii(); no\-embre i S- — Milo 
o Sìiiilo, coiì/c Ji Panico doim a Ma/ildc, fi - 
i>liuola Ji Wllcì-ìio, Lì sua par/c di Panico 
{esclusa Laniola) e dei castelli presso Panico 
ossia Montasiffo, ]''i<^nola e Intriireta (forse 
Vitrigeta oggi V^edegheto). Vi si nominano 
Warnerio index, Lamberto causidicus , Ro- 
lando, Tegrimo, Alberto ecc. — Fu pub- 
blicato dal i^avioli [Annali^ \o\. I, p. II, 

P'^S- '59)- 

XXMII. — 1117; maggio, 15 — Placito 
tenuto a Governolo dall' Imperatore che in 
forma di bando concede la sua protezione ai 
canonici di Corte Melar a. — Vi è ricordato 
Warnerio index e bononiensis. — Fu edito 
dal Muratori {Ant. ital. II. 945). 

XXIX. — 1 1 17; dicembre, \2. — Enfiteusi 
di alcuni beni ceduti da Matilde priora del 
monastero di S. Cristina in Pasteno. Vi è la 



— 93 — 
firma di Fantino causidiciis et tabellìo — 

Inedito — L'originale si conserva v\<t\V Ar- 
chivio di Stato boi., busta 12-2873. 

XXX. II 18; maggio, 3. — Donazione di 
IDI molino in Savena all' aba-{ia di S. Stefano. 
Contiene il nome di Ugo index, d'un Rai- 
mondo de Algin.... causidicns e di Angelo 
causidicus che qui si firma coi versi: 

Angelus his metris causidicus ista peregi 
Notarli signo subscribens robore summo. 

Più comunemente, come si ha anche al 
doc. XXVII, sottoscriveva: 

Angelus his metris causidicus ista peregi 
Notarli signo subscribens more benigno. 

Gli stessi versi con la stessa firma d'An- 
gelo, si trovano in parecchi altri documenti 
degli anni 1121 (aprile 17), 1 124 (aprile 14;, 
1129 (ottobre ó), 1129 (novembre ....), 
1132 (marzo . . . ), 1132 (ottobre 19), 1145 
(maggio ....), contenuti nelle buste del- 



— ()l — 

V Archii\ Ji S/j/o hai., S-()44. e i)-()43, rico- 
noscibili facilmente per la scrittura uguale 
e inagnitìca. La sua liriiia e una sua postilla 
coir indizione VII si trovano aggiunti a un 
documento di Bonando notaio, del ino, 
indizione ili. — Inedito — L'originale si 
trova n^WArchii'iu di Sialo boi., busta 34-()7o 
e apparteneva alTyl/'a^/a di S. Slcfaìio. 



XXXI. — I I iK; giugno, 2 1 — Knrico F, 
a Bombidiio, pronuncia un precetto o bando 
d' immunità, in favore dell' ospedale costrutto 
presso il Reità in e urte Marchionis detto 
piano della corte, assicurandogli le donayioni 
della Contessa Matilde. Vi si nomina (]er- 
nerio index. — Fu pubblicato dal Muratori 
(Aìit. ital. Ili, e. 579), dal Camici (Rena: 
Serie qcc. IV, II, 103) e dal Savioli (Annali:, 
Voi. I, p. II, pag. 163). Le indicazioni del 
doc. si danno compiute sopra un altro doc. 
edito del pari dal Muratori [Op. et loc. cit.), 
dal Camici (Rena: Serie ecc. Ili, IV, 77) 
e dal Savioli {Op. et poi. cit. pag. 139). 

XXXII. — 1 123; maggio, 2 — Raimondo 
arciprete di S. Giovanni in Persicelo concede 



— MS — 

liceiiya all' abaie di S. Maria in strata, di 
officiare la chiesa di S. Maria del castello di 
Basrno. Il notaio è Girardo causidicus et ta- 
bellio. — L' originale, che si conserva nel- 
V Archivio di Stato boi busta 1-2 173, appar- 
teneva al monastero di Michele in Bosco. 

XXXIII. — II 24; giugno, 13. — Offerta 
e donaiione di Gotefredo di Rolando abi- 
tante di Canetolo all' aba-ia S. Maria in 
strata. — Fra i testimoni è nominato Al- 
berto di Canetolo causidicus. — L'originale 
è noiV Archivio di Stato boi, busta 34-970 
ed era ne.WAba'^ia di S. Stefano. — U Impe- 
ratore è, in questa carta, detto Enrico ter'^o 
come nel doc. XIX è detto figlio di Enrico 
secondo. Quest' errore si trova anche in un 
doc. edito dal Savioli (Annali, Voi, I, p. II, 
pag. 161 n. CI.) il quale per questa cagione 
suppone il doc. alterato, mentre accetta senza 
discussione il doc. descritto al n. XIX. 

XXXIV. — 1125; dicembre, io. — Gli 
arbitri decidono una questione fra il mona- 
stero di S. Benedetto e quello di S. Zeno in 



ì'croiiiì. — y\ sono ricordali Wanicrio e 
Raimondo iudices boiioiiiciiscs. — Vu pub- 
blicato dal b'ickcr {Forschungoi ecc. IV, 143, 
n. ()()) che lo trasse dall' Archivio di Slulo 
di Milano « pì^ovcìiicii\a di S. lìcncdcllo di 
Mantova. » 

XXXV. - 1127; luglio, 4. — Alberto 
di Fraudo del castello di Sassoleone divide 
i suoi beili asseguandoìie una metà ai pro- 
pri figli. — y\ si trova fra i testimoni Rai- 
mondo causijdicus de Gena, il quale interpose 
fra due altre tìrme, la propria : /:,'^^o;«e/ /?^- 
gimuudus legis lator. — L'originale si con- 
serva nel TArc/z/V/o di Stato boi.., busta 1-2 173 
e proviene dal monastero di S. Michele in 
Bosco. Per Raimondo vedi anche i doc, XI, 
XXX e XXXIV. 

XXXVI. — 1130; aprile, 13. — Gual- 
tiero arciv. di 'J(avenna andato a S. Gio- 
vanni in Persicelo, pei' consacrare Enrico eletto 
al vescovato di Bologna, per una questione 
insorta, sospende /' ordinazione e non la com- 
pie se non dopo che è stato riconosciuto che 



la chiesa di Bologna dev' essere sotto V obe- 
dieii\a di quella di Rapenna. — Vi ò ricor- 
dato Alberto iiiaistro de Sanato Marino. — 
Fu pubblicato dal Savioli, {Annali, Voi. I, 
p. II. pag. 175) e da Marco Fantuzzi [Mo- 
numenti Ravennati dei secoli di me\io. — 
Venezia 1802. — Voi. IV, p, 247), ma con 
un' infinità di errori. — Lo ripubblico sulla 
pergamena esistente no-W Archivio arcive- 
scovile di Ravenna, la quale non è certo l'o- 
riginale del II 30, ma con molta probabilità 
una copia del sec. XIII. Il Savioli e il Fan- 
tuzzi errarono sino nelT indicare V ubica- 
zione d' essa : il primo infatti scrisse « Ca- 
ps. F, num. igi2 », e il secondo « Caps. F, 
nuni. igi8 » invece di « Caps. F, num. igi4^> . Il 
Savioli inoltre ha parecchie lacune non in- 
dicate, e Bualello, Gilio Ramberti de Geremia 
invece di bualello figlio ramberti de geremia; 
Barignola invece di Bangarola metatesi 
forse di Bagnarola ; ScugUyaprete invece di 
Scugu\aparte ; Alberto Musso de S. Marino 
invece di Alberto maistro de sancto Marino; 
Alderico invece di Olderico ; hominum in- 
vece di omnium; orta invece di mota; alios 



— ,)S — 
L'iecfos invece di illins clccti; iiihil /nì'is lia- 
l\TC/ imece di iiicìiil i\Ui()iìis liabcì-ciìl ecc. 
Il Fantu/./i a sua volta lesse MlIiìiio invece 
di Martiiìo; Bertibcllo invece di Ihialcllo ; 
Barigìiolo in\ece di Baìi ij; arala ; ScaL:;ii\a- 
pai'tc invece di Scuij;ii\apartc \ Alho'to Ma- 
gislì^o de Spercto Marino invece di Alberto 
ìiiaistro de sancto marino; habeant invece di 
haberent; sue mairi invece di sicut mairi 
Qcc. — Ho riportato questa serie d' errori 
perchè si vegga quale sia il lavoro di colla- 
zione dei vecchi documenti. Il Ficker ha 
seguita la lezione peggiore, ossia quella del 
Savioli, ricordando Alberto Musso (For^c/zz/;/- 
gen ecc. Ili, 134.) 

XXXVII. — 1257; .... — Intestatura 
inedita del Reu-islro Nuovo ó.q\V Archiv. di 
sialo boi. e Privilegio Teodosiano. — Su 
questo privilegio esiste una letteratura. Fu 
edito per la prima volta nel raro Privilegium 
tolum aureum ianidiu coucesswn . . . per Lu- 
dovicum Johaìinis de bologninis de Bononia, 
in Bologna, da Platone dei Benedetti, nel 1491. 



— 99 — 
XXXVIil. — 1321; ottobre, 7. — 'Peli- 

■{ioiic del Rettore e dell' Università degli sco- 
lari al Comune di Bologna perchè siano me- 
glio stipendiati i Dottori e specialmente per- 
chè sia provveduto alla lettura straordinaria 
delle Decretali^ e riformaiione del Consiglio. 
Il doc. si trova nel libro delle Provigioni 
lett. C, carta LVI verso. — Inedito. 



n\ 




DOCUMENTI 



— «xJI^Bxy.- 



I. 

1067; gennaio S7 

>5< In nomine sancte et Indiuidue trinitatis, anni 
ab Incarnacione domini nostri Ihu xpi milesimo se- 
xagesimo septimo, regnante enricus rex filius quondam 
enfici Imperatoris anno undecimo, die quinto exiente 
mense lanuarii, Indictione quinta, saltus plano epi- 
scopio bolonensis ludicaiia motinensis. Constat nos 
anardo et maria lugale de burgo galeria uenditore 
uendidisse et uendidimus atque tradidisse et tradidimus 
a presente die tibi urso tignoso et maria iugale em- 
tore tuisque heredibus In perpetuum prò futuro pos- 
sidendum Idest Infra plebe sancti uincenti In fundo 
reno una pecia terra uineata quod est centonario uno 
cum introito et exito suo usque in uia plubica uel 
cum ommia super se et Infra se habente In Integrum. 
finis eius da uno latere possidente eheredes quondam 
martino de gano, et Ioannes faber, da aliis duobus 
lateribus possidente heredes quondam martino guinda. 
quarto latere possidente Ioannes scurlito uel si quis 



|()2 

alio sunt adfines. homnia qualiter supra Ici^itur In 
Intcgrum a presento die uendimus et tradamus et per 
presente carta ucndicionis tibi prcdicte emptorc nel 
a tuis hcredihus confirmo potestatcm possidendi In 
perpctLium ad Iiira propria et quia reccpimus nos 
predicti uenditori precium prò iam dieta pccia terra 
iiincata qualiter supra legitur da libi predicto emptorc 
per specie ualiente in argentum solidos sex denariorum 
ueronensium totum finitum precium coram testibus. 
quatenus modo ab odierna die da nos predicti uen- 
ditori uel da nostris hcredihus distolimus potestatem 
sed tibi predicto emptorc uel a tuis heredibus confir- 
mamus potestatem possidendi In perpetuum ad iura 
propria, et spop(ì.ndimus nos predicti uenditoris uel 
nostris heredibus iam dieta pecia terra uineata qua- 
liter supra legitur In Integrum, uobis predicti urso 
et maria lugale emptoris uel a uestris heredibus omni 
tempore ab omni homine defensare e auctorizare 
promittimus. dannas litis omnia sustinere et si minime 
defensare potuerimus aut centra liane cartam vendi- 
cionis da nobis In uobis facta aliquando prò quo- 
cumque Ingenio quod humanu sensu capere potest 
agere aut causare presumserimus et non permanse- 
rimus In ea omnia qualiter supra legitur In Integrum 
dupla bonis condicionibus rem quoque meliorata sub 
estimacione sicut in tempore fuerit In consimili loco 
tibi urso et maria iugale vel a tuis heredibus resti- 
tuamus In duplo actum in predicto burgo galeria, In- 
dictione predieta, quinta. 



— i03 - 

j Signum manii predicti anardo et maria lugale 
uenditoris qui hanc cartam uendicionis fieri rogaui, 
et testes adfirmare precepit et eis relectum est. 

j- Kgo albertus legis doctor huic pagine interfui 
et manu mea subscripsi. 

f Signum manibus petrus plano . martinus de 
Ihoannes cauco. gandulfus. petrus. de martino de 
florani . leo qui uocatur rusticus guilelmo rogatis 
testes et eis relectum est. 

7 Ioannes qui uocatur peretheus huius burgo ga- 
leria scriptpr huius pagina uendicionis post robora- 
cione testium sicut supra legitur tradita compleuit et 
absoluit. 

(A Tergo) mbrana uendicionis facte anardo et 
maria iugale ad urso et suis heredis de uno centenario 
de uinea que est posita In fundo reno da uno latere 
etc. In perpetuum ad iura propria, die quinto mensis 
lanuarii, Indictione quinta . testes petrus plano . mar- 
tinus . Ihonnes caoca . gandulfus . petrus de martino 
de florani . leo qui uocatur rusticus guuilelmo . al- 
bertus legis doctor. 

II. 

lOTS; giugno, 7 

Dum in Dei nomine in loco, qui vocatur Calce- 
raki, resideret Domna Beatrix Comitissa ac Ducatrix, 
et Matilda eius filia, ibique aderat Raginerius, et Ber- 
nardus Gomites ipsius Comitatus Clusini, et Episco- 



— I..J — 

pus Clusinus, iK-c non et Seiìensis Episcopus, atquc 
Ardericus .Index, et Ubertus, scu Girardus, atque Jo- 
hannes, et Rolandus, et Petrus, atque Adelbertus Judices, 
seu Adei;eiius, et Johannes, et iloium Johannes Cau- 
sidicus, et Payanus de Corscna, et Ildehrandus lìlius 
Widonis, atque Hugo lìlius Supe, et Tegizo, et Saxo 
filii quondam Ildebrandi. et Ubertus fìlius i^olci, et 
reliqui plures. Ibi in eorum presentia venit Mauriis 
Habas de Ecclesia Sancti Salvatoris de Monte Amiate, 
una cum Pepo Avocato 5mo, et retulit : Habeo et teneo 
Rocam de Scanzano, una cum omnibus pertinenciis 
et ajacensiis ad Curtem predicte Roce, et ad proprie- 
tatem a parte Ecclesie Sancti Salvatoris Et si aliquis 
homo adversus rios de predicta Roca et ej us pertinenciis 
aliquit dicere vult, paratus sum cum eo ad racionem 
dicere et legiptime finiendum. Et quod plus est, que- 
rimus, si Lanfrancus Episcopus Cluxinus, et Bonizo 
Abas de Sancto Petro de Campo, una cum Rolando 
Avocato suo aliquit de jam dieta Roca, et suis per- 
tinenciis, ut supra legitur, adversus nos dicere, aut 
subtraere aliquit querat, an non, dicant. Tunc cum 
jam dictus Maurus Habas cum suo Avocato taliter 
retulissent ad hec predictus Episcopus Clusinus, et 
jam nominatus Bonizo Habas cum predicto Rolando 
Avocato suo responderunt: Vere jam dieta Roca cum suis 
pertinenciis, qualiter supra legitur, propria est parti Ec- 
clesieSancti Salvatoris, nec vobiseam contradicimus, nec 
contradicere querimus, quia cum lega non possumus, 
eo quod propria est Ecclesie Sancti Salvatoris, et cum 



— 105 — 
ege esse debet. Noe scriptum, aut aliqualiter mutare 
habemus, per quam possimus adversus vos exinde a- 
gere aut causare cum lege. Et insuper spondemus et 
obligamus nos jam dictus Lanfranchus Episcopus, et 
Abas. una cum nostro Avocato, ut si unquam in tem- 
pore nos aut nostros subcessores agere, aut causare 
presumpserimus, vel exinde omni tempore taciti et 
contenti non permanserimus, vel si apparuerit uUum 
datum aut factum vel quodlibet scriptum, quod nos 
exinde in aliam partem fecissemus, et dare factum 
fuerit, tunc componere promittimus nos, qui supra 
Lanfrancus Episcopus, et jam dictus Bonizo Abas ad 
tibi jam dicto Mauro Abate, tuisque successoribus a 
parte supradicti Monasterii Sancii Salvatoris, pene no- 
mine argenti Libras ducentum, et suprascriptas res 
in duplum, qualiter prò tempore fuerint meliorate, 
aut valuerit in consimilibus locis. Et ad hanc tran- 
shactionem confìrmandam haccepimus nos, qui supra 
Lanfrancus Episcopus, et Bonizo Habas exinde Lau- 
nachild annuUum aureum, et insuper Libras treginta 
denariorum Lucensium. His actis rectum predictis Ju- 
dicibus, et Auditoribus quoniam esse comparuit, ju- 
dicaverunt, ut iusta professionem Episcopi Lanfranci, 
et Bonizonis Habatis, et Rolandi Avocati eorum, e- 
xiiide predicta Roca et suis pertinenciis taciti et contenti 
esse debent ipse Lanfranchus Episcopus, et Bonizo 
Abas, et eorum successores, cum eorum Avocato a 
parte sue Ecclesie, et predictus Maurus Habas et sui 
successores ex inde dehent esse securi, soluti, et idem- 



— I ()( I — 
pnes ornili tempore a parte prcdicti Monasterii Sancii 
Salvatoris. l'ost hoc jam nominatus Maiirus Ahas 
Clini suo Avocato dixit Donine Coniitissc ac Duca- 
tricis, et Domni Rai^inerii, et Bernardi (^ornitcs : que- 
rimus, ut propter I)cuni, et aniniani Domni Inijie- 
ratoris ac vcstri merccdem, mittatis Banniim super 
nos, et parteni nostri Monasterii, et super predictis 
Rocam cum omnibus suis pertinenciis, ut nulkis (.]uis- 
libet homo de ipsis rebus nos, et partem nostre Ec- 
clesie siile legali judicio disvestire presumat. Cum 
ipse Maurus Abas, et ejus Avocatus taliter retulissent, 
tunc jam nominate Ducatrices, et predicti Comites 
miserunt Bannuni suum super eundem Maurum Aba- 
teni, et suum Avocptum et parte predicte Ecclesie 
Sancti Salvatoris, et super predictam Kocam cum 
suis pertinenciis , ut nullus quislibet homo vos et 
partem predicte Ecclesie Sancti Salvatoris de predictis 
rebus sine legali judicio disvestire presumat. Qu 
vero fccerit, presentiat se compoxilurum ducentum 
Libras optimi arienti, medietatem Camere Domni 
Regis, et medietate parte predicti Monasterii Sancti 
Salvatoris. 

Quidem et ego Ardecio Notarius sacri Palaci ex 
jussione supradictarum Ducatricum, et Comitum, et 
Judicum amonicione, hanc paginam Notitie scripsi 
Anno Dominice Incarnationis Milleximo Septuace- 
ximo Secundo, Septimo Idus Junii, Indicatione Decima. 



t 



© 
© 



® 



107 



Ego Ardericus Judex interfui et subscripsi. 

Ego Ubertus Judex Domni Imperatoris interfui. 

Ego Petrus Judex sacri Palacii interfui et sub- 
scripsi. 

Ego Rollandus Judex sacri Palacii interfui et 
subscripsi. 

Ego Joannes Judex Domni Imperatoris interfui 
et subscripsi, 

Subscripsi dictis presens Adhierius istis. 

Ego qui supra Ardecio Notarius sacri Palacii 
scripsi et compievi imperacionis supradictarum Du- 
catrix, et Comitum, et Judicum in hoc ato. 



III. 



1076 ; marzo . . . 

In XPI nomine breuis recordazionis [prò futju- 
ris temporibus ad memoriam habendam Vel reti- 
nendam qualiter in presentia Nordilli miss; domine 
beatricis ductricis et marchionisste et iohannis uice co- 
mitis[... p d] in iudicio cum eis residentibus guillielmo 
iudice et popone legis doctore. et rodulfo iìlio bone 
memorie segnori et rolando filio bone memorie ru- 
stici et alberto filio bone memorie baruncelli et Ste- 
fano filio bone memorie petroni et benzo filio bone 
memorie benzi et segnoritto filio bone memorie bo- 
niti. et reliquis pluribus proclamauit iohannes aduo- 
catus ecclesie et monasterio sancti michaelis site in 



— loX - 
castello qui uocatur ni;irtuli una ciim picposiius gc- 
lardo eiusJem ecclesie et monasterii adversus sigi- 
zoneiii de tlorentia de quibusJani teiris et de ecclesia 
sancti aiulreic sitis in loco papaiano i.]uc fuciunt V'ui- 
nizonis bone memorie Vgonis et estendi ft cartulam] 
perquam predicto Vuinizo res [istas Ugoni] marchioni 
concessit et quandam aliam qua continebatur Vgonem 
marchionem easdem res prefacto monasterio dedisse. 
Hvic intenzioni prefatus sigizo temporis prescriptionem 
obiecit. dicens inter se suumque patrem predictas res 
per quadrainta annoi um curricula esse possessas, Quam 
sigizonis excepzionem pars suprascripti cenobii aliata 
replicaziono>infirmavit. affirmans infra prefata tempora 
huius litis factnm esse proclationem. et tribus idoneis 
hominibus productis silicet iohanne predicte ecclesie 
aduocato. et Stefano tilio bone memorie petroni et 
aldiberto filio bone memorie baruncelli dixerunt a- 
batem iohannem de predictis [rebus] marchioni bo- 
nifazio et guidricum abatem duci gotifredo et comi- 
tisse beatrici proclamasse et ita se iuraturos promi- 
serunt et insuper predictus iohannes aduocatus tactis 
sacrosaiitis euangeliis iuravit [ut supra] Stefano quoque 
et aldiberto fsuprascriptis] iurare uolentibus. Vtraque 
pars consensit aduocati sacramentum sufficere. His 
peractis supradictus nordillus predicte domine beatricis 
missus lege digestorum libris inserta considerata per 
quam copiam magistratus non habentibus restitutio- 
nem in integrum pretor poUicetur. Restituii in inte- 
grum ecclesiam et monasterium sancti michaelis de 



— 10() — 
aczione omnique iure quod amiserat de terris et rebus 
illis que fuerunt Vuinizonis de papaiano quas ipse 
Vgoni marchioni tribuit. et Vgo marchio in ecclesiam 
sancti michaelis contulit. Actum est hoc anno ab in- 
carnatione domini ihu xpi septuagesimo quinto post 
mille mense marzio indizione quartadecima f[eliciter] 
factum est hoc intus burgum qui uocatur martuli 
prope plebem sancte marie territurio fiorentino 
f[eliciter]. 

Addo fidem dictis scribens ego nordilus istis. 

IV. 
lO^e ; maggio 31 

>5< In nomine Sancte et Indiuidue trinitatis, anni 
ab incarnatione domini nostri Ihu xpi millesimo se- 
ptuagesimo sesto, Regnante domino haeinrico filio 
domino haenrici imperatoris anno uigesimo, pridie 
Kalendas iunii, indictione quartadecima. Petimus a 
uobis, moranda filia quondam randono relieta agimo 
de azo de rosa, et lamberto filio eius, Uti nobis [petrjus 
clericus in una medietatem, et alberto et bona iu- 
gales in alia ue[ro] medietatem germanis et cognata, 
filiis de daui, et in successores nostros et heredibus 
nostrorum, per haec enfiteosin nomine iure, presenti 
[die], nobis concedere dignemini rem iuris uestre 
proprietatis ; Idest in fundum et loco qui uocatur ci- 
raula, pecia una terra aratoria cum, introito et exito 



— 1 l(t — 
suo iisquc in uia publica, nel cimi omni;i super se 
et infra se abentem, [in interluni). A. pertica deci- 
peda mensur;ita, tìnis ubi esse uidctur, Ali uno (la- 
tere iiijxta abas de monasterio sancii Stefani niartires 
perticas uiginti (due, ajb alio latere iuxta fratris et 
consortis nostris similitcr perticas uiginti due, [Ab 
uno] capite iuta dominicus de iohanncs russo perticas 
ses, Ab alio capite iuxta fraftris] et consortis nostris 
perticas ses, uel si quis allis allìnes sunt ; l]isa iam 
dieta pecia terra aratoria quod superius Icgitur damus 
nos supradicti dominacio [vobis qui supra] petro cle- 
rico et alberto et bona iugales petitoris et in succes- 
soribus [et heredibusj uestris ad habendum tenendum 
et possidendunf et quicquid uobis uestrisque succes- 
sores et heredibus uestris utilitas ueloportunum fue- 
rit exinde faciendum, sive heredes alberti et illorum 
servis, a salua iusticia dominica persoluendum, et 
post completa m hereditas uestras qui supra petitoris 
calciarios dandum, enfiteosin in och ordine renouentur; 
Sic ita tamen ut exinde inferre debeamus nos supra- 
dictis petitoris nostrisque heredibus uel successoribus, 
uobis qui supra dominacione uestrisque heredibus, 
singulis quibusque indictione, pensionis nomine in 
argento denarium uenicie uno, ita ut dictum est 
pensio persoluatur; et nos supradicti moranda et lam- 
berto filio eius dominacione nostrisque heredibus 
predicta pecia terra aratoria qualiter supra legitur, 
uobis supradictis petitoris et in [in] successores et he- 
redibus uestris omni tempore ab omni homine de- 



— Ili — 
fensare et auctorizare promitimus ; Si qua uero 
pars contia istam enfiteosin ire temptauerit et non 
conseruauerit omnia qualiter supra legitur , det 
pars partis pene nomine in argento denariorum 
ueronensium solidos decem, et post penam solutam 
hec enfiteosin sicut supra legitur omni tempore maneat 
firmitatem. actum in ciuitate bononia indictione su- 
pradicta quartadecima : — 

•j- Signum manuum supradicta moranda uxor a- 
gimo, et lamberto filio eius dominacione, per haec 
enfiteosin sicut supra legitur fieri rogaverunt^: — 

f Signum manuum iginulfiis legis doctor, et 
morando filius rusticus dari filiaulo, et gandulfus fi- 
lius gandulfo dari filio, et girardo filius petro de 
manno, et bonizo filius martino de campo donico, 
rogatis testes : — 

>5< In dei nomine ego bonandus notarius, qui 
haec enfiteosin sicut superius legitur uidi conpieui 
et dedi : — 

(A tergo) Testis iginulfo legis doctor, et mo- 
rando filius rusticus darà filio, et gandulfo filio gan- 
dulfi darà filio, et girardo filius petrus de manno, et 
bonizo filius martino de campo donico, per hec en- 
fiteosin nomine proprietatis pensioque denarium ue- 
necie uno, fecit moranda filia randono, et lamberto 
filius agimo de azo de rosa, de pecia una terra a- 
ratoria que est in fundum et loco qui uocatur ciri- 
liaulo, que est per mensura ab uno latere iuxta abas 
sancti Stefani martires perticas uiginti due, Ab alio 



Ili — 
latore iiixta iVatris et consortis nostris similiter per- 
ticas uii;inti due. Ab uno capite iiixta doininicus de 
iohannis luso perticas ses, Ab alio capite iuxta fratiis 
et consortis nostris similiter perticas ses, In nomine 
petrus clericus in una medietatem et al berlo et bona 
iuijales in alia uero medietatem germanis et cognata 
lìliis iohannis de daui. pridic Kalendas iunius, indi- 
ctione quartadecima, pena solidosdecem uerouensium. 



1078 ; febbraio, 19 

bum in Ddl nomine in loco, qui (licitar Pun- 
tiglo, in iiidicio residebat domna Matilda comitissa 
atque ducatrix ad iusticiam faciendam ac deliberandam, 
residentibus cum ea Arderico, Winizone, Lamberto 
iudicibus, Uberto de Susina, Pagano de Corsina, 
Ugone vice comite, Ugone filio Suppi, Henrico f. Si- 
fredi, Rolando f Villani, Ingo, Alberico, Widone f. 
Rustici, Rozo f. Luizi, Rozo f. Segnoriti, aliisque plu- 
ribus. Ibique in eo iudicio veniens Gerardus abbas 
sancti Salvatoris sito monte Amiate simul cum Pepo 
advocatore suo et retullerunt : Domna comitissa atque 
ducatrix, habemus et tenemus castrum, quod vocatur 
Mons nigri et villam de Limignana, cum capeliis, 
casis et cum omnibus rebus pertinentibus ad supra 
dictum castrum et villam que sunt iuris monasterii 
sancti Salvatoris ad proprietatem supradicti mona- 



— 113 — 

sterii ; et si aliquis homo est, qui inde aliquid dicere 
vult, parati sumus cum eo exinde ad racionem standum 
et legiptime finiendum ; et quod plus est, querimus 
et volumus. ut dicat Ugo comes filius quondam I!de- 
brandi item comitis, si supradictum castrum et villani 
proprii sunt sancti Salvatoris aut esse debent cum 
lege, aut si sibi pertinet ad habendum aut requiren- 
dum, aut si habet scriptum aut firmitatem aut aliquod 
ius, quod inde loqui possit, aut non. Interrogatus fuit 
suprascriptus Ugo comes a iudice, quid inde dicere 
velit. Ipsemet comes respondens ait : Supradictum 
castcum et villa proprii sunt sancti Salvatoris et esse 
debent cum lege, nec michi pertinent ad habendum, 
nec requirendum, nec scriptum nec firmitatem nec 
aliquod ius inde habeo, quod loqui possim. Et insuper 
iam dictus Ugo comes promisit et espondit se suosque 
heredes si unquam in tempore egissent aut causassent 
adversus predictum monasterium sancti Salvatoris, 
aut cui pars monasterii dederit, de superscriptis rebus, 
et omni tempore exinde taciti et contempti non per- 
mansissent, aut si apparuerit uUum datum aut factum 
vel quodlibet scriptum, quod exinde in aliam partem 
fecissent, et claruerit, composituros penam optimi 
argenti libras duo centi supradicto monasterio. Ex 
hac transactione et sponsione accepit suprascriptus 
Ugo comes ab eodem abbate et ab advocatore suo 
launichild crosina una. Deinde iam dictus Gerardus 
abbas simul cum Pepo advocatore suo pecierunt mer- 
cedem supradicte domine Matilde comitisse atque 

8 



— 1 1 1 — 

iluciiiiici, ut i|'>s;i prupler (.Iciim ;ic sui nicrccilcin, nii- 
sisset bannuni super cos, et super i;ini ii<jniin;itas 
res, et nulla qualibct persona auderct supradicium 
monasteriuni aut cui jxirs monasterii dcderit, de su- 
prascriptis rebus disvestire aut molestare sine legali 
iudicio. Hoc domina Matilda comitissa atque ducatrix 
audiens, laudationo iudicum per fustem, iiuam sua 
tenebat manu. misit bannum super eosdem abbatem 
et advocatorem eius et super iam dictas res, ut nuUus 
quislibet homo audeat supradictum moiiastcrium, aut 
cui pars monasterii de suprascriptis rebus dedit, di- 
svestire aut molestare sine legali iudicio, qui vero 
fecerit sciat se compositurum penam optimi argenti 
libras trecenti,' medietatem reipublice et medietatem 
iam dicto monasterio. Et hanc noticiam, qualiter acta 
est causa, eisdem illi fieri iussit. Quidem et ego Atto 
notarius sacri palatii ex iussione supra diete domine 
Matilde comitisse atque ducatricis et iudicum ammo- 
nitione scripsi, anno ab incarnatione domini nostri 
Jhesu Christi millesimo septuagesimo octavo, undecime 
kalcndes marcii, iadictione prima. 

Maftilda dei gratia quid est ss. S. Ego Ardericus 
iudex interfui et subscripsi. 5. Lambertus iudex sacri 
palatii interfui et subscripsi. 



- 115 — 

VI. 
1079; ottobre, 18 

^ In nomine domini ; anno dominici incarna- 
cionis millesimo septuagesimo nono, regnante domino 
enricus fìlius domini enrici Imperatoris anno vigesimo 
lercio, die quintodecimo kalendas nouember, indictione 
secunda. Nos quidem in dei nomine teucia relieta 
quondam romano, seo iohannes bono tilio tuo et de 
predicto romano, bono animo et uoluntatis nostre, 
per consensu pagano da dominico pandioclo tutore 
atque procuratore meo, qui mihi datus est per petrus 
iudes de civitate bononie, per eius consensum et la- 
gietatem, placet nobis ut per ec istrumenta iure pro- 
prietaiis damus et concedimus atque tra(??5)ferimus 
in monesterio sancii Stefani in perpetuum et tibi do- 
mine guinizo abas gratia dei tuisque supcessores ad 
abendum tenendum et possidendum in perpetuum ; 
Idest infra plebe sancii iohannis in triario in loco 
qui uocatur bagnarola omnia quantacunque fuit de 
predicto romano de res immobile aut mobile; Et de 
medietatem de omnes res immobile que fuit de pre- 
dicto romano in loco et uilla qui uocatur pulciaula-, 
una cum omnia supra se et infra se abentem terris 
et uineis et casis, omnia Integriter In integrum pre- 
senti die damus nos predictis teucia et iohannes, omnia 
que predicto romano abuit in predicta bagnarola et 



— ut) — 
mei.iietatem de omnia quc alniii in loco et uilla quc 
uocatur pulciaula, libi prci-iicto tiomino t;uinizo abas 
tuisque supcessorcs, ad abcndum tcncndiim et possi- 
dendum et faciendum quitquit uobis placuerit. lù 
mitiinnis tibi domine yiiinizo abas in manus uestra 
prcdicto pagano tutore meo ut uadat ad predicta res 
in nostra uice et faciat uobis corporale inuesticione 
atque tradicione ad iura propria. Ut ncque da nf)s 
qui supra teucia seo iohanncs filio meo de omnis res 
immobile aut mobile sicut superius legitur in prc- 
dicto monesterio, ncque domine guinizo abas ncque 
tuis supcessores nuUam aberetis molestacionc aut 
causacione uel intencione, sed omni tempore da nos 
uel da nostri/ heredibus securi et quieti atque paci- 
fici permaneatis, et omni tempore ab omni homines 
defensare et autorizare promittimus. Alioquin daturi 
promittimus nos predicta teucia et iobaniics nostrisque 
heredibus componere et dare in prcdicto monesterio 
et tibi domine guinizo abas tuisque supcessores pene 
nomine In arigento denarii ueronensis libras decem ; 
et post penam soluta hec instrumenta concessionis 
transacionis iure proprictatis sicut superius legitur 
omni tempore in sua maneat firmitatem. Actum in 
uico et uilla qui uocatur pulciaula, indictione pre- 
dicta secunda. 

j- Signum manibus predicta teucia et iohanncs filio 
suo, qui hec istrumenta sicut superius legitur fieri 
rogauerunt. 

7 Petrus index affui et subscripsi. 



— 117 — 

7 Signum manibus iohannes de natale, et carbone 
de iohannes de agati, et petrus de guinizo et girardo 
filius maurice, rogatis, ctestibus. 

f Scripta hec {strumenta concessionis transactionis 
iure proprietatis per manus mea ezo notarius filius 
arardo notarius rogatus sicut superius legitur conpleui 
et absolui ; 

(A Tergo) Testes petrus iudex et iohannes de na- 
tale .... iohannes de agati et petrus de gui . . . . o 
et girardo filius .... ad iura propria que fecit teucia 
relieta de romano et iohannes bono filio suo. Per 
consensum pagano de dominico pandioclo tutore suo 

de omnis res que fuit de In loco qui vo- 

catur bangnarola et de de immobile per- 

tinet in loco qui uocatur pulciaula In monesterio san- 
cti Stefani .... guinizo abas et in suis supcessores 
In perpetuum et defensione die decimo kalendas no- 
uembris. 

Carta que fecit teucia relieta romano et iohan- 
nes filio suo 

...... ad iura propria fecit teucia relieta de ro- 
mano et iohannes filio suo In bangnarola et de me- 

dietate 

sancti Stefani. 



— I 1 s — 

VII. 

1085; maggio, 5 

In nomine snnctc et indiuiduc trinitatis,- anno 
dominice Incarnncionis millesimo octuagesimo quinto 
Regnante domino hcnrico lìlio henrici imperatoris 
anno uigosinio nono, die quinto mensis maJi. inJi- 
ctiono octaua. Ego quidem In dei nomine albertus 
lìlius quondam iohannis boni, bono animo et bona 
[volun|tate atqiie prò remissione peccatorum meorum 
et parentum meorum, placet atque conuenit . . . per 
hoc instrumetitum uel donacione atque concessione, 
dono et concedo In ecclesia et monasterio [sancto- 
rum] appolenaris et gregorii que dicitur in campo, et 
tibi domino rodaldo monacho atque abbati [prejdicte 
ecclesie tuisque successoribus, Idest ecclesiam sancti 
iohannis et pauli sita in poiale que dicitur pan[t]co, 
cum omnibus suis pertinentiis, cum atque clusura una 
prope eandem ecclesiam et terris et uineis [et] casis 
et omnibus in [e]adem clusura constitutis, fines de 
iam dieta ecclesia atque clusura esse uidentur, a mane 
uia publica, a meridie et a sera similiter uie, de supto 
possidente predicto abate et ecclesia sancti michaelis, 
infra istis designatis laterihus omnia inte ... [te ul- 
tra] a presenti die dono atque concedo ego supradi- 
ctus Alberto tibi supradicto rodaldo abbate tuis[que] 
successoribus et predicte ecclesie, ad abendum te- 



— I 1 — 
nemlum et possidendum et quicquid tibi tuisque 
[succ]essoribus et iam diete ecclesie utile fuerit fa- 
ciendum, a salua tamen dominica iusticia perso! .... 
sa, et licencia sit tibi supradicto abbati tuisque suc- 
cessoribus exinde renouare, et pensionem dare per 
unamquamquem indicionem pensionem silicet dena- 
rium unum ueronensem ecclesie sancti petri cuius iura. 
Ut neque a me supradicto Alberto ncque a meis he- 
redibus uel a nobis aliqua sumissa persona de iam 
dictis omnis rebus qualiter superius legitur tu supra- 
dictus abbas tuique successores [u]llam exinde habeatis 
molestacionem aut causacionem uel intencionem, set 
omni tempore [omn]i tempore securi et quieti atque 
pacifici permaneatis, et insuper omni tempore ego su- 
pradictus [alb]ertus atque mei heredes ab omni homine 
predictas res qualiter superius legitur defensare et 
auctorizare promittimus. Et si minime defensare po- 
tuero, aut etiam haac supradictam donacionem a me 
factam aliquando per quodcumque ingenium quod 
umanum sensum .... potest agere aut causare pre- 
sumsero aut agentibus consensero et non permansero 
in hoc quod superius legitur, tunc daturum me pro- 
mitto prò me meisque heredibus tibi prefato abbati 
tuisque successoribus predictas res in duplum. Actum 
in predicta ecclesia sancti apoUenaris, indictione pre- 
dieta octaua. — 

ego albertus manu mea firmavi. 

^ Igenulfiis aulae regie index interfui et subscripsi. 

Petrus filius quondam petri de clarissimo, atque 



— Ì20 — 
rodiilfus filius quondnm clarissimi, atquc albertus lìlius 
quondam carboni, et albertus lìlius quondam ;ilbcrti 
de clarissimo et alius albertus lìlius quondam petri 
de clarissimo, et albertus filius quondnm pciri de uui- 
donc iudice, et uuinibaldus lìlius quondam rodLiHi ik- 
rihizoiie, et petrus lìlius rofredi qui ilicitur tardolo, 
rogati testes interfucruiit. 

Instrumentum donacionis sicut supe- 

rius legitur scripsi lìrmaui. 

(A TiiRGo) die quinto mensis madii, indictione octa- 
ua, in presencia igenulfi iudicis inuestitoris etc atque 
testes, petrus filius quondam petri de clarissimo, et 
rodulfus filius clarissimi, et albertus filius carboni, et 
albertus filius «alberti de clarissimo, et alius albertus 
filius petri de clarissimo, et albertus filius petri de 
uuidone iudico, et uuinibaldus filius rodulfi de rihizo. 
et petrus filius rofredi qui dicitur tardolo . cartam do- 
nacionis atque concessionis fecit albertus filius quon- 
dam iohannis boni, de ecclesia sancti iohannis et pauli 
sita in poiale qui dicitur panteo, cum omnibus suis 
pertinenciis et de clusura prope eandem ecclesiam, 
cum terris et uineis et casis et omnibus in eadem clu- 
sura constitutis. In monastcrio sancti apollencris et 
sancti gregorii que dicitur in campo, et in persona 
domni rodaldi, abbatis de predicta ecclesia eiusque 
successoribus, sub pena dupli, et defensione, concessa 
licencia renouandi, et pensionem dandi silicei denarium 
unum ueronense in ecclesia sancti petri. 

db. in rosso) Cartula que fecit albertus filius iohan- 
nis bonus ecclesie sanctorum appoUen 



2 I 



Vili. 

1088; agosto, IS 

In nomine domini; Anno dominice incarnacio- 
nis millesimo octuagesimo octauo, regnante henrico 
quondam henrici imperatoris filio anno tricesimo 
primo, duodecimo die mensis augusti, indictione un- 
decima, aclum prope ecclesiam sancii laurenci: breue 
(recordacionis cancellato. ) rerum dacionis que [fecit] 
teuzulinus de uenerio Martino presbitero eiusque suc- 
cessoribus, de solo uno terre [cum] casa in muro ca- 
stro medicine, qui ab ac ora imposterum sub se pre- 
dictus Martinus aut eius heredes de predicto solo terre 
cum casa in muro castro medicine [e .... in] pre- 
dicto martino presbitero suisque successoribos aliquam 
accionem uel controversiam requisicionem uel aliquam 
molestacionem fecerint. . . . obligant se . . . uel suc- 
cessoribus martino presbitero suisque successores dare 
poenam arge[ntum] solidos denar . . uerone In pre- 
sencia [I . . . . g . . ] . . . nus Idest .... de arardo 

arardo lerardo [bade ligar da] no pagano le- 

rardo [de braetal] .... frater eius Ugo presbiter .... 
presbiter, Petrus presbiter, Johannes presbiter, Rit- 
st[icus f\egis doctiis, et me presente Martinus tabe- 
lione 

(A tergo) Breue securitatis et finem quem fecit 
teuzilino de uenerio, de in castro medicine. 



IX. 

1094; marzo . . . 

In iKiminc domini. Anno ab incarnatione sunt 
millesimo nonagesimo iii, mensis mnrtii, imlictione 
secunda, comitato Sonot^allic. Dum in l)c'i nomine in 
territorio Senogallie in villa, quae dicitur Valle, reside- 
rent domno Bernulfus Comes, missus domno Warncrio 
dux et marchio, cum his etiam comitibus atque residen- 
tibus causidicis, quorum nomina hec sunt: in primis Gri- 
moaldo index, necnon Rustico legis doctiis Stephanus 
legis doctus Anconitano cive, Aldone vice comes .... 
Arnulfo et Albertus germani fratres et filli de q. iVlar- 
tinus de Acto .... Ugo de Bucco, Ghislerius de Bo- 
nofilio, Bernardo de OlTredo, abbas s. Gaudentii, Rezo 
de Goto, et alii plures, in eorum omnium presentia 
venit Acto de Goto evocatus de sancta Cruce et dixit: 
Domine comes, facile legem et iustitia ad sancta Crux 
de Johanne muto de omnia ipsa res, que illum de- 
tinet de iure santa Crux et contendit sine lex, et de 
Guelfo filius q. Bucco de Mainardo, qui illum con- 
tendit ad sancta Crux sine lex, quantocumque laxavi 
Martinus presbyter de Massaropro anima sua ad su- 
pradicta egglesia in fundo sancto Vitale terris, vineis 
et aliis bonis. Tunc praefatus comes fecit eum procla- 
mare ambi aversari, ut veniat ad beneplacitum iam di- 
cti aversari: per suam contumaciam [vero] ad placitum 



— 123 — 

noluit venire. Tunc praenominato evocatus post tres 
dies proclamatum est et dixxit: Domine comes, fa- 
cite lege et iustitia ad sancta Crux de ipsi aversari, 
qui illi contendit sine lex de tota res, sicut superius 
legitur. Tunc praenominato comes dixxit [ludici]: 
Quod est inde lex? Jam dicto index dixxit: Lex est, 
ut investiatis ad ipso proclamatore, unde illum pro- 
clamatum est, [ad onorem] sancta Crux a salva que- 
rela. Tunc nominato comes fecit, sicut dixxit, et misit 
bannum super caput proclamatore ad onorem sancta 
Crux, [ut si ullo] tempore agere, causare et corrum- 
pere voluisset [quecunque] persona, vel divestire sine 

legale iudicio, [componat] auri optimi libras, 

una medietate ad ipso iudice, et alia medletate ad 
sancta Crux. Et misit cum investitore Acto de Goto, 
ut corporaliter eum investiret. Ego dono Bernulfus 
comes, sicut superius legitur, fieri rogavi. Grimaldus 
delegatus a principe index subscriplione firmavi. Ego 
Riisticus legis doctus interfui. Stephanus legis doctus 
his intefui testis. Ego Letus tabellius ipsius civis Se- 
nogalliensis compievi et absolvi. 

X 

109S; luglio, 5 

Vt in posterum firmius memoriae commendetur, 
necessarium duximus, his litteris breviter innotescere 
de lite, quae fuit inter abbatem monasterii sancti Pro- 



speri de Koi^io et honiiiies. qui dicuntur de \';illil)us. 
Coiiquestus est abhas ciim suo advocato ante Uh;ilduin 
judicem de Curpencta, quod ipsi homines de Valle 
iniuste tenebnnt quasd;im res territorias in carte de 
Nasseto, quae crnnt iuris ecclesiae sancti Prosperi. 
Qua quaestione ab Ubaldo iudice diligentissime exa- 
minata et per tres homines curtis Nassetae iureiurando 
decisa, reddidit possessionem ecclesiae, ut in notitin 
legitur. Quo facto homines de Vallibus iverunt ad Ma- 
tildam comitissam et dixcrunt, se iniuste disvestitos 
esse. Qua propter ipsa comitissa misit I^onum iiidi- 
cem de Nonantola, et praecepit Ubaldo iudici ut iterum 
inquirerent, et praeciperent utrique parti, ut inde es- 
sent parati ad pugnam. Partihus congregatis ad hoc 
corani predictis iudicibus, ipse abbas statim ostendit 
praecepta regum, scilicet Karoli et Ottonis, in qui bus 
aperte dinoscitur, res proprias esse ecclesiae, ut in 
scriptis ecclesiae continetur. Et insuper causidici ab- 
batis ostenderunt legem serenissimi imperatoris lusti- 
niani, in qua continetur, eos, qui ab herrario vel ab 
augustali domo aliquid accipiunt, statim securos esse, 
sive experiantur, sive conveniantur, ut aperte claret 
in lustiniano Codice et Iiistitutionibus. P^t alias multas 
optimas ostenderunt allegationes. Quas praedicti iu- 
dices omnino respuerunt; et dixerunt, nullo modo 
aliud facturos, nisi quod facerent pugnam. Et invita 
parte ecclesiae fecerunt appellationem et responsionem 
de pugna. Et fecerunt invadiare sub pena decem li- 
brarum Lucensium. Et statuto die. campionihus pa- 



— 125 — 

ratis ad pugnam, pars ecclesiae tantam habuit humi- 
litatem, ut totas illas res, quae in lite erant ex parte 
ecclesiae, concedebat adversariis secundura laudamen- 
tum missorum comitisse; quod adversaria pars penitus 
renuit. Campionibus ad pugnam coniunctis, campio 
ipsorum hominum de Vallibus iactavit prò maleficio, 
antequam inciperent pugnam, wantonem femineum 
variis coloribus distinctum super caput campionis ec- 
clesiae, quod omnino leges vetant atque mulctant. Illis 
autem pugnantibus nemo illorum cecidit. Sed dum 
se invicem manibus arriperent et dilaniarent, multi- 
tudo hominum partis eorum de Vallibus compresse- 
runt campionem ecclesiae et apprehenderunt eum. Sed 
ipse evasit de manibus eorum; et reversus in campum 
viriliter requisivi! pugnam. Iterum aggressi violenter 
ceperunt eum et crudelissime ceciderunt eum. Sed 
pars ecclesiae, quamvis minima, volens adiuvare eum, 
mercedem tamen petendo fere omnes percussi et vul- 
nerati vix evaserunt. His omnibus ita, ut supra legitur, 
ordine peractis, contentio orta est, ita quod pars ho- 
minum de Vallibus dicebat, se per pugnam vicisse, et 
pars ecclesiae asserebat se minime esse victam; et cam- 
pio partis ecclesiae dicebat, se nullo modo superatum 
esse, et viriliter et prudentissime volebat pugnare. Et 
ipse Ubaldus index, in cuius provisione pugna erat 
constituta, dicebat, litem in dubio remanere, neqne 
per hanc pugnam decisam esse: qua de causa nullam 
inde iudices dederunt sententiam. Haec causa accidit 
praesentibus Ubaldo et Bono, atque Alberto causidicis, 



— I .:() — 
oliam Dhaldiiu), I Icribcrto aiivocato pracdictac cccle- 
siac, Gibertu (-aibone atquc l'iogerio et cctcìis, Ha- 
dcgerio et Vgonc lìliis condam Manfredi de (ìruppo, 
Goltefrcdo de Rosane et Sigcfredus Sigezone atquo 
Ildeberto de Regio, Sigezone atque Giberto liliis Bi- 
bentisaqu;im. liozone de Pellavo, Ingclbaldo, Mazzo- 
lino et lìlio cius, Rodulfo de Pulliano et frater eius, 
et Burnengo de lUuidolo et Manfredo de Villula et 
aliis quam pluribus. Anno ab incarnatione domini 
nostri Jesu Christi millesimo nonagesimo octavo, iii. 
nonas iulii, indictione septima, in villa, quae dicitur 
Garfagnolo. 

XI. 

IIOO; maggio, S5 

In nomine Dei eterni Anno ab incarnationis do- 
mini nostri Jesu Christi millesimo centesimo indictione 
Vili. Octavo Kalendas Junias Cum in Dei omnipo- 
tentis nomine Warnerius missus domini imperatoris, 
atque, delegatus ab ipso principe in iudicio judiciarie 
Montis silicis resideret ad justiciam deliberandam ac 
faciendam adessent cum eo Gumbcrtus et Almericus 
judices. Albertus. Odelricus. Wido. lohannes. Alberi- 
cus et Berizo iuris prudentes. Petrus. Erizo. Raimun- 
dus. Paganus. Gauselmus et reliqui plures. Ibique in 
eorum veniens presentia prior sancte Instine Pata- 
viensis ecclesie, venit et reclamare cepit de quadam 



— 127 — 
capella, sancti Thomae apostoli dedicata nomine et 
cartulam inanem nullo jure munitam a nuUoque ta- 
bellione conscriptam ibi ostendit. quam Draco pre- 
sbiter jam dudum fecerat. Sicque cum hac cartula 
contra cenobium sancti Zacharie in regno Venecie 
site agere volebat, possessionem ac dominium ipsius 
capelle acquifere. Quam vero possessionem supradictum 
sancti Zacharie cenobium jam per centum annos et 
ultra jure quieto possederat. Tunc ibi loci plebanus 
sancti Zacharie qui ibi aderat privilegium ab impe- 
ratore factum sigillo ipsius imperatoris impressum a 
judicibus quam pluribus firmatum a cancellario scri- 
ptum omnique solemnitate juris corroboratum ibi 
ostendit et cum hoc aliisque rationibus juris supra- 
dictum sancti Zacharie cenobium legaliter defendit. 
Tunc judices ac juris periti qui ibi aderant certantes 
ac iudicium enucleatum discutientes et equa lance 
trutinantes supradictam cartulam illam quam prior 
sancte Instine ostendatur inanem et vacuam esse lau- 
daverunt et supradictum sancti Zacharie cenobium 
habere et possidere supradictam capellam sicuti jam 
dudum habuerat. 

Ego Albertus judex interfui et scripsi. 



I-N — 



Xll 



llOO (?) 

Nutiti;i palii. (A)^niuim sit oninil)us l;ini mino- 
ribus qiiam maioribus secundum iusticiam pie vivere 
volentibus atquo sanctorum monastcrioiuni tutela con- 
servare tideliterque gubernare studentibus prcceptum 
ac noiiciam immutabile sancii Zacharie monasterio a 
Guarncrio de Montesilicis corani omnibus maioribus 
illius loci esse statutum. ipse cnim Guarnerius Consilio 
quorundam monasterio illi invidentium pallium unum 
secundum consuetudinem precedentium potestatum 
abbatisse petivit, quod plebanus ipsius monasterii. ab 
ea abbatissa non usa dari debere firmiter cum multis 
hoc idem atestantibus asseruit . unde non cum mi- 
sericordie respectu Gii.Trìicriiis omnia monasteri! quc 
possidet in ipso castro statini invasit, Quapropter 
plebanus precepto abbatisse ad euni quani citius potuit 
adventare sine omni dubitatione festinavit, ac peti- 
tioneni quani de pallio fecerat ab eodem Guarnerio 
postulavi!. Quam sicut infra dictum est ipse illi ma- 
nifeste declaravit. Plebanus non advocans omnes sa- 
cramentales loci ac milites . quorum Consilio invenit 
prò consuetudine monasterii potestati persolvere non 
debere. Quod Petrus Caucus ac de Lea. Albericus. 
Ioannes de Abo. et Ioannes de Ludiverto de Ursa et 
Ioannes de Girardo voluerunt iureiurando contirmare. 



— i2y — 
Hoc idem Oderlicus et Guido frater Gualterius Ayten- 
gus . Erzo . Maifredus Gauselmus facere assoruerunt. 
Subtiliter ac sapienter tali peticione ab omnibus in- 
frascriptis adstantibus considerata . statuitcomes Giuir- 
nerius noticiam nulli potestati . . . . reis pallium 
aliquod vel cendatum prò consuetudine esse licitum 
petere de cetero. 

Ego Albertus iudex. 

f Gombertus iudex. 

7 Albertus. 

f Belizo. 

XIII. 
1103; novembre, 11 

In Christi nomine breve recordationis securitatis 
ac firmitatis memorie causa compositum qualiter Pe- 
trus Abbas Monasteri! S. Petri siti loco qui dicitur 
Potheuli lamentatus est Domine Comitisse Matilde 
Tusciae presidatum habenti Burgoque Marturi iusti- 
tie reddende causa residenti de Rainerio filio Ardingi 
quod per biennium fere nihil predicto Abati reddi- 
derat de illa pensione et constituta mercede quam 
ipsemet convenerat dare de terra que est in loco Sa- 
turno et insuper spoponderat si omni anno constitu- 
tam pensionem non solveret quod componere debebat 
quinquaginta libras et ipsam terram refutare nec 
amplius causare quo audito per preceptum predicte 

9 



— l^o — 
umitissc et laudatiunc jiuiicuni qui ad crani rcfutavit 
prcdictus Rainerius in manu prcdicti Alìatis omnes 
illas rcs quas ipse tcncbat ex locationc a jucdicto 
Abate in loco Saturno l']t insupcr spopondit si ampliiis 
eas causasset et tacitus et contentus ex illis cnuii tem- 
pore cum suis heredibus non csscnt quod compo- 
nere deberent predicto Abati suisque subcessoribus 
penam argenti optimi libras centum. 

Hoc actum est Anno Dominice Incarnationis mille- 
simo centesimo tertio indictione duodecima tertio 
Idus Novembris. 

f Ego Ardericus Judex interfui et subscripsi, 

f Ego Gandulfus Judex interfui et subscripsi. 

f Ego Jocfnnes Bonus Causidicu^ interfui et sub- 
scripsi. 

f EgoM7rc/i/5e//i<5Gausidicus interfui et subscripsi. 

f Ego Everardus Causidicus interfui et subscripsi. 
Leo Judex Domni Regis jussione Domne Matildis 
et rogatu prcdicti Rainerii hcc scripsi. 

XIV. 
1104; luglio, IT 

*' ^ In nomine sancte et individue trinitatis. Anno 

dominice Incarnacionis millesimo centesimo quarto 
Regnante domino enrico fìlio enrici Imperatoris anno 
quadragesimo octauo. Die septimodecimo mensis iulii, 
indictione duodecima. Et ideo nos quidem in dei no- 



— 131 — 

mine guido tilius quondam alberti do guidone lil fro- 
cherii, et petrus filius quondam frederici de ferrarle 
consoprini et nepotte quondam petri de remengarda 
bono animo et uoluntatis placet et conuenit nobis ut 
per hec instrumenta concessionis una prò domino 
uoluntate et inspiracione et magna caritate et prò re- 
medio et luminarie anime nostre et de quondam pa- 
rentorum nostrorum damus et tradimus atque tran- 
sferrimus atque in perpetuum constituimus. Tibi donno 
bono presbiter et monachus prò ex persona et uice 
domini leonis abatis de monasterio sancti adhelberti 
quod est hedificatum in insola qui uocatur pereo suis- 
que successoribus in perpetuum possidendum. Idest 
totam et integram portionem nostrani et diuisione de 
ecclesie sancte marie qui vocatur in buita cum terra 
(et cimiterio cancellato) que est in circuitu ipsius 
ecclesie posita. A pertica duodecipedam mensurata. 
Ab uno latere ab oriente perticas quinquaginta et 
duas. Ab alio latere a septemtrione similiter perticas 
quinquaginta et duas . tercio latere ab occidente per- 
ticas quinquaginta. Quarto latere a meridie similiter 
perticas quinquaginta infra cuncta mensura omnia 
nostra portio in integrum. Et ut neque a nos predicti 
guido et petrus qui uocatur de remengarda conso- 
prini neque a nostris heredibus de predicta ecclesia 
aliquod seruicium querere nisi solam oracionem, neque 
liceat nobis aut nostris heredibus uel per nostra su- 
missa uel sumitenda personam terram quodcumque 
modo ad predictam ecclesiam pertinente intremittere 



— ì-yl — 

;uit inuadcrc. (ìuoil si, absit et aucrtat diuina potcncia, 
aliquo unquam in tempore sive nos aut nostris hcrc- 
dibus liane cartam a^crc aut causare tentauerimus 
uel cam dirompere aut minucre uoluerimus siue per 
nos siue per nostrani sumissam pcrsonam uel per qucm- 
uis niodis uel ingcnium aut arf^umentum uel omnia 
que superius dieta sunt non ohseruaverimus, sit ma- 
ledictus et anathematizatus atque excomunicatus a 
dco omnipotenti et a beata dei gienetrice uirgo maria 
et beato petro cum ce[te]ris aliis apustolorum et a 
tricenti decem et octo patris et exorrcat esse parti- 
ceps iude traditore et dathan et abiron, uerctur oninis 
maledictiones ebal et sit anathcma niaranatha. Alio- 
quin tunc datari promittimus nos guido filius quon- 
dam alberti de guidone fil frocherii et petrus qui 
dicitur de remengarda filius cuiusdam federici nostris- 
quc heredibus daturos nomine pene auri optimi 
libras tres tibi domino leonis abatis tuisque successo- 
ribus e: post huius pene solucionem hanc cartam do- 
nacionis concessionis sicut supra legitur in perpetuum 
firma et incorrupta permaneat. Actum in civitate bo- 
nonia in curte prefatis consoprinis iuxta ecclesia san- 
cte marie indictione predicta duodecima. 

f Suprascriptis. 

Guido et petrus qui uocatur de remengarda con- 
soprinis hanc cartam concessionis prò remedio eorum 
et de quondam parentorum suorum sicut supra le- 
gitur rogauerunt scribere. 

f ego hieremias manu mea subscripsi. 



— '33 — 

7 ego io:innes bonus cnusidiciis interfui. 

lambertus tìlius mundi de lamberto. Raginerius et 
albertus germani filii lambenti de beio . atque albertiis 
filius rustici de elena. Guido et serrius germani fdiis 
serii. Ildebrandus filius petri de fusscerado de ceritulo. 
Albertus de lanino. Raginardus filius ricardi de fanto- 
lino. Ugo filius anselmi uicecomitis. Oddo inuestitore . 
magiff'redi filius rogatis testibus. 

f Ego iohannes tabellio quondam petri tabellio- 
nis filius hec istrumenta concessionis sicut supra le- 
gitur scripsi firmaui atque absolui. 

(A tergo) die septimo decimo mensis iulii indi- 
ctione duodecima Testes ierernias filius ragi berti, lam- 
berti mundi filii. et raginerii filius lamberti de beio, 
et guido et serrius filius serri et ildebrandus filius 
petri de fuscitto. Albertus de Zanino, raginardo filius 
ricardo de fantolino, Ugo filius anselmi oddo inuesti- 
tore. Cartam in perpetuum ad iura propria prò re- 
medio anime eorum et de quondam illorum paren- 
torum fecerunt guido filius alberti et petrus filius 
federici nepos petri de remengarda de illorum por- 
tione de ecclesia et cimiterio sancte marie in buita 
et terra tenentem se secundum quod aliorum paren- 
torum alim dederunt. In nomine leo abbas monasterii 
sancti alberti in insola qui uocatur pereo que est iuxta 
fluuio qui uocatur patho suisque successoribus ipsius 
monasterii, sub pena et defensione et accepit bono 
monachus prefata carta. 



— ':u — 

XV. 
1104; dicembre, 28 

In nomine domini nostri lesn Cristi. 

Anno ab Incarnatione cjusdem 1104. 5 Kal Janua- 
lii. Indict. 12. 

lUidum domina comitissa Matilda mancrct in 
villa Magisi Mane .... a Ardcnio judice, Jeanne 
Bono, et Marchisello Bononiensibus .... uonense, 
rCurerdo Fenoriense ibi astantibus Raynerius filius .... 
Widonis filii Moronis, Rusticus Romanus, Lothcriiis 
tìlius Alber .'. . . et Arduinus filius Widonis, et 
Ugo filius Manfredi, et Ugo Armasus de Nonan- 
tula, Raimundus de Bagisc , et aliis quampluribus, 
petiit Episcopus Laurentius l^opuloniensis cum advo- 
cato suo Retro filio Ugonis, ut praedicta domina 
investiret praefatum Episcopum de medietate ca- 
stri, et curtis Trecasis, quam comitissa loletta char- 
tulam offersionis Ecclesiae sancti Gerboni dederat con- 
scntiente Rodulpho et hoc per jussionem viri sui 
Ugonis comitis filii Rodulphi, quo pò ... . comi- 
tissa Matilda supradictum Episcopum investivit cum 
aduo . . . . ate praediclae Trecasis, et bannum impo- 
suit, ut si quis mente audaci praesumpserit disvestire, 
aut aliquo ingenio molestare praesumpserit, centum 
librarum argenti poena mulctetur, medietate publica 
inferenda, reliqua vero medietate praedicto Episcopo, 



— '35 — 
ejusque successoribus tribuatur, et post poenam hoc 
decretum in sua maneat firmitate. 



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DEI 



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Ego Ordericus judex interfui et subscripsi. 

Ego Marchiselliis causidicus concessi, et ss. 

Ego Anselmus causidicus interfui, et subscripsi. 

Ego Everardus causidicus interfui, et subscripsi. 

Ego Joannes Bonus Bononiensis causidicus in- 
terfui, et subscripsi. 

Ego Sigefredus judex, et tabeliio manu mea sub- 
scripsi, et dedi, et compievi. 



XVI. 



1109; settembre, ST 



In nomine domini . anni ab incarnacione domini 
nostri lehu xri millesimo centesimo nono . regnante 
uero enricus rex fìlius quondam enrici Inperatori. 
Die quinto ante calendas octubris. Indictione II. Nos 
quidem in dei nomine mainfredus et ubaldus atque 
guidus germanis filiis cuiusdam donnus guidoni de 



- '3<' - 

castro bixano bono animo et iioluntatis placet et con- 
iionit nohis ut per lume c;irt;im «.lonacionis atquc 
oircrsionis a presente die damiis sitquc conccdimus 
prò remedio et luminaria de quondam aua genitrice 
nostra. In ecclesia monestcrio uocabulo sancta Cristina 
de loco qui uocatur pasteno . ad salua iusticia sancii 
saluatori de camalduli et lilii donnus gerardus pro- 
shiter in uicem matikia abatisa tuisque fratribus et 
sorores qui in ipso monestcrio ordinati fuerint . ad 
babendum tenendum et in pcrpetuum ad iuria pos- 
sidendum. Idest in cur^e qui uocatur sasonigro ui- 
ginti tornaturie de terra aratoria cum introitu et 
oxitu suo uel cum omnia super se et infra se abentem 
in integrum a perticas de decem pedis mensurata . aben- 
tem per unamquamque tornaturia ex omni parte per- 
ticas decen. cum suarum iustis et certis lateribus uel 
si quis aliis adfine sunt. Ipsa uero terra damus et 
concedimus nos predictis mainfredus et ubaldus atquc 
guidus tibi qui supra gerardus presbiter in uicem 
matilda tuisque successoribus ad habendus tenendum 
et in perpetuum ad iura propria possidendum et quic- 
quid nobis ad hutilitatem predicto monestcrio pla- 
cuerit faciendi. et ut ncque a nos predictis mainfredo 
et Ubaldo et guido ncque a nostris heredibus uel per 
nostra sumissam uel sumitenda persona nullam exinde 
abeatis molcstacionem aut causacionem uel intencio- 
nem set promittimus nos predictis mainfredo et ubaldo 
et guido nostrisque heredibus predieta terra qualiter 
supra iSgitur tibi qui supra gerardus presbiter in 



— 137 — 

uicem matilda abatisa tuisque successoris omni tem- 
pore ab omni homine defensare et auctorizare et si 
agere aut causare presumserimus aut agentibus con- 
senserimus et non permanserimus in ea omnia qua- 
liter supra legitur. Alioquin tunc daturi promittimus 
nos predictis mainfredo et ubaldo atque guido no- 
strisque heredibus componnere et dare tibi gerardus 
presbiter in uicem matilda abatipsa tuisque successo- 
ribus pene nomine in argentum denariorum lucen- 
sium sollidos centum et post huius pene solucionis 
hec istrumenta donacionis sicut supra legitur omni 
tempore firma persistat. hacta in castro bixano fe- 
liciter. 

Suprascriptis mainfredo et ubaldo et guido qui 
hanc cartam donacionis atque offersionis sicut supra 
legitur rogauerunt scribere. 

fi ff f Nomina testium hec sunt azo presbiter 
de bixano. et petrus legis doctor da monte armati . 
atque brando fìlio quondam brando . et rainerio Alio 
quondam rainerio castaido da bixano . et teuzo filio 
petrus da setefonti . quorum in hanc cartam rogati sunt. 

Ego rainbertus tabellius qui hanc cartam donacio- 
nis sicut superius legitur scripsi . firmaui. 

XVII. 

1113; maggio, .... 

Anno ab incarnatione Domini millesimo cente- 
simo tertio decimo mense Madij , Indictione VII. 



- rsX - 
hiim ndesset Domili;) Matikia niMtia ili.'i l)iicntrix, ci 
Comitissa, Marchionis Bonifacii lilla, in locf) hauiana, 
ibiquc Clini ai VbaKius iuJox, et Bonus index, Alber- 
tus de Adiyerio et Petrus ludices: et Sigenfredus ludex, 
Causidici quoque ]\Triicriiis Jc Hononia^ Lambertus, 
et Albertus seu amicus, namque A/o ludex de l*'erra- 
ria, et l.ambertus de civitatc Ravenna, et Petrus Aduo- 
catus Ecclesiae sancti Andreae de Ravenna. Ioannes 
et (ìrando da Ficarolo, et Rolandus ludex, Marchiscl- 
lus, et Rolandus de lìononia et gisle Zone, Gapitaneis 
quoque Vgone de Magnifredo, Amadeus, Teberdus. 
Nordillus, et eius filius, scilicet Rainerius et Otberi- 
cumus, Gerardus da Erbera, (juinlielmus da Fcrraria, 
Petrus Ganes, Bombellus, Rufinus, Guuido Bonfantes, 
et plures ali): In eorum praesentia Sichelmus filius 
Rotecherij petijt mercedem suprascriptae Gomitissae, 
M. de medietate fundo, et castro Zello, et de medie- 
tate aliorum fundorum re iacente in Comitatu Kerra- 
riense; quam Ramelmus, et Grimilda eius cognus acce- 
perunt per anteriorem emfiteosim in monasteri) sancti 
Andreae de Rauenna; Et ante eam et praescriptorum 
ludicum, per placitum definitum fuit, ut misisset eum 
in tenerem , et eius bannum super ipsam rem; prae- 
scripta Gomitissa Domina M. cum taliter audiuit, cum 
Consilio iudicum, per fuslcm , quem suis tenebat ma- 
nibus, misit bannum supra Sichclmum et super prae- 
fatam rem: Quod si aliqua persona, magna, paruaque 
praesumserit disuestire, uel molestare suprascriptum 
Sichelmum, uel suis eredes, sine legali iudicio, siad 



— '3i) — 

se compositurum nomine poenae argenti obtimi libias 
centum: medietatem parte pubblicae, et medietatem 
praedictae partis. 

^ XVIII. 

1113; giugno, T 

In nomine Dei et Salvatoris nostris Jhesu Christi 
anno ab incarnacione ejusdem millesimo CXIII. Indi- 
ctione V. (1. VI.) septimo Idus lunii. Dum in Dei 
nomine adessent in loco baioaria Ubaldus iudex de 
carpeneta et advocatus Domine Comitisse Matilde ibi- 
que cum eo alius Ubaldus iudex, bolonus iudex, Lan- 
bertus caiisidicus de bononia , Joannes causidicus de 
fredo, albertiis gramaticus de sancto marino, et ibidem 
presentibus petro fìlio Ghiberti de Regio, Ubaldo de 
Modelena, atque Oppezone ratelmo de Sancto Martino 
in rio atque alberto ferario de Gasale et aliis quam- 
pluribus. In istorum presencia atque testimonio diffi- 
nita est lis atque altercatio que erat inter donnum 
atinulfum venerabilem abbatem monasterii Sancti 
Prosperi et inter Presbiterum petrum constitutum 
missum Ecclesie Sancti Petrii de Castro limide . 
Quod et ipse Presbiter petrus proclamabat de Johanne 
Salvatico de Casale, quod ipse detinebat terram que 
erat iuris Ecclesie Sancti Petri . Ipse vero Johannes 
Salvaticus responsum dedit: terram quam habeo et 
teiieo ego semper abui et tenui ex parte seniorum de 



— i4«) — 
Modelena et Monastcrii Sancii Prosperi, .ludiccs omncs 
et causidici interogaverunt prcsbitcrum pctriim, si 
probare potuisset per instrumcnta vel per alia testi- 
monia quomodo ipsa terra essei juris Ecclesie Sancii 
Pelri. Ipse vero ncque per cartulas neque per testi- 
monia minime probare potuit. Prefatus vero donnus 
atinulfus per instrumenta et per alia testimonia bono- 
rum hominum per laudacionem iudicum jurare fecit 
per Sancta Dei Evangelia, quod ipsa terra detcnia 
erat sine lite placiti per spacium quadraginta annorum 
ex parte seniorum de Modelena et Monasterii Sancii 
Prosperi. Tunc per judicum iaudationem refutavit 
ipsam terram quam petebat presbiter petrus per se 
suosque successor'es sub pena X. librarum denariorum 
Lucensium,si amplius agere vel causare presumpscrint, 
atque hanc noticiam mihi araldo notario scribere ius- 
serunt. 

Ego Araldus Sacri Palacii Noi. interfui et scripsi. 

XIX. 

1115; dicembre, S9 

In nomine domini nostri ihu xpi Anni eius mil- 
lesimo centeximo XV regnante dominus enricus rex 
filius quondam secundi enrici imperatoris. IlII kalen- 
das ianuarii indictione octaua. Profitens [profiteor] 
ego ubertus comes filius quondam aiberti comitis de 
comitato bononiensis qui professus sum [ex natione 



— 141 — 
meaj lege uiuere romana. Accepi siculi in presentia 
testium manifesto sum qui accepi a [te petrus et 
imil]da iugales filius et nurus quondam uerardi clerici 
de loco planorio in argentum denariorum lucensium 
solidos sex [finitum pretium] sicut inter nobis conve- 
nit prò omnis res immobile quas habetis aut tenetis 
aut ad uobis pertinet siue precario iure aut per feu- 
dum da me infra tota curte planorii Que autem iam 
dieta res qualiter supra legitur cum superiore et infe- 
riore seu cum fine et accessione sua in integrum. 
A presenti die et bora prò supradicto precio et per 
hanc cartam vendicionis in uestram qui supra empto- 
ribus meis maneat et persista! potestatem ad haben- 
dum et fatiendum exinde et cui uos dederitis uel ue- 
stris heredibus iure proprietario nomine quicquid 
uolueritis sine omni mea heredumque meorum con- 
tradictione. Spondeo quidem atque promitto ego qui 
supra uenditore una cum meos heredes uobis qui 
supra emptoribus uel a uestris heredibus supradicta 
res que uobis supra uenundaui in integrum omni 
tempore ab omni contradicente homine defensare 
secundum quod in legibus cautum est . quod si ad 
defensandum minime fecero aut si contra hanc cartam 
uenditionis per quoduis ingenium agere aut causare 
(nella copia presumpserimus, wa nell' originale si vede 
corr. ) presumpsero uel si agentes consentiente fuero 
ego uel meis heredibus tunc supradicta res que uobis 
supra uenundaui sicut prò tempore meliorata fuerit 
aut ualuerit sub estimatione in consimilibus locis uobis 



— \4i — 

nel ad ucstris hcrcdibus in duplum icstitnain quiii sic 
intor nobis conucnimus. Aduni in castro phinorio in- 
dictiono SLipradicta \ ili. 

Snpradicto ncnditorc qui lioc istrunicnium ucndi- 
tionis sicut supra Icgitur fieri rogauit. 

Nomina tcstium qui hic interfuerunt uocati. lan- 
bertus rodulli lìlius himbertus qui uocatur de bona, 
rolandus azoni filius. atto Hlius iohannis testcs inter- 
fuerunt. 

Ego tegrimus tnbellio atque causidicus .scripsi hoc 
istrumentum uendicionis prò rogacione de supradicto 
uenditore. 

(A tergo) mi kalendas ianuarii indictionc Vili 
testes lanbertus d5 Rodulfo. lanberto de bona, rolando 
de azo. atto filius iohannis ad comitem uberto qui 
fecit cartam ad iura propria ad petrus filius uerardi 
de omnia que ille habet siue per enfiteosin siue per 
feudum de supradicto cernite sub pena dupli . precium 
sex solidos denariorum lucensium. 

supradicti testes ad supradicto comite qui fecit 
cartam ad iura propria ad guido diacono et insius 
germanis fratribus de omnia que illi habent siue per 
feudum siue per enfiteosin precium sex solido dena- 
riorum lucensium pena dupli. 



Hactum in antiqua carta in castro planorio indi- 
ctione supradicta octaua. 



— 143 — 

Signum nomen supradicto Vberto comes uenditor 

qui hunc contractus uenditionis sicut superius legitur 

corani testibus In antiqua carta scribere rogauit per 

manus tegrimus tabeliio de planorio antiqua carta 

scripsit et compleuit. 

fff f Signum nomina testium de antiqua carta 
uenditionis hec sunt lambertus rodulfi filius . lambertus 
qui uocatur de bona, rolandus azoni filius . ato filius 
lohanni quibus In antiqua carta uenditionis rogatis 
testibus. 

Hoc exemplar ex autentico ducto. 

^ Ego teutius notarius de castro gene qui hunc 
contractus uenditionis sicut In antiqua carta legitur. 
In ista nova carta Ita scripsi et compleui luxta ec- 
clesiam sancti iacobi de hospitale qui uocatur da pla- 
norio. Millesimo . G . quadragesimo tertio . tempori- 
bus Innocenti! pape . Regnante Conradus rex . die 
XVIII. mensis lunii . Indictione sexta. 

XX. 

1116; marzo, 18 

Die sabati que est XV kalend. aprilis. in civitate 
Pataviensi in palacio episcopali, dum in Dei nomine 
Enricus Dei gratia quintus Romanorum imperator 
augus. {sic) in iudicio residerei ad iusticias faciendas 
ac deliberandas . adessent cum eo Teuzo. Warncrius. 
Adam. Ribaldus. Eichardus. Tarvisius. Johannes iudi- 



— 1.11 — 

ces. Anto. OJo. .lohiimics. Martiiius. Iiic;ilfrcdus iuris- 
periti. JiiirclijrJits /)<•; ì,t.7//l7 fj«ct'//irr//<.v et episcopus. 
Henricus (Inioiitanat.' tociusque Marchiae dux. Alber- 
tus Comes do Martoringo. Maifredus, Albertus comes 
Veronensis. Ut:;o comecs (sic) Pataviensis. Artusius. 
Gonradus. Lamprettus comites. Tiso. Robertus. Sic- 
cherius. Henricus de Caldenaccio, Vicedominus et 
Erizo fratcr ejus Anselmus de Costa. Oto de Sara- 
tico et alii plures viri nobiles. Ibique in illorum vc- 
niens presentiam Iza licct indigna monasterii sancti 
Stefani habatissa . una cum advocato suo Wezilone. 
cepit postulare Deo et imperatori, ut iusticiam eis fa- 
ceret de Uberto infanti de Fontaniva . qui iniuste le- 
nebat eidem monasterio santi Stephani in loco qui 
nominatur Gacichognaha . duos mansos et plus, et con- 
sortes Sarmaciae prohibebant monasterium sancti Ste- 
fani communia et omnia iura habere et uti. Tunc do- 
mnus imperator iusticiae pacisque amator. omniumque 
ecclesiarum defensor, misericordia motus. prò sancti 
Stefani honore et per iudicum consilium . et per li- 
gnum quod in sua tenebat manu . investituram de 
duobus mansis et nemore et omni iura ipsa abatissa 
reclamaverat ad salvam querelam eidem abatisse suo- 
que advocato dedit . et quod ipsa in Sarmacia pe- 
tebat ad actenus eam restituii et insuper misit ban- 
num super abatissam suumque advocatum et super 
omnia bona predicti monasterii sancti Stephani . que 
nane habet aut in antea legittime adquisierit. ut 
nuUus patriarcha. archiepiscopus. episcopus. dux. mar- 



— 143 — 

chio. Comes, vicecomes. advocatus. vicedominus. ga- 
staldius. villicus. decanus. vel aliqua magna parvaque 
persona predictam Izam abatissam et advocatum suas- 
que sanctemoniales et successores sine legali iudicio 
disvestire, molestiare. aut inquietare audeat. Quisquis 
hoc fregerit, sciat se compositurum centum libras 
auri medietatem imperatoris camere, et medietatem 
prcdicte abatisse. suisque successoribus sanctemonia- 
libus. 'Factum est hoc anno ab icarnacione domini 
nostri Jhesu Cristi millesimo centesimo XVI. indi- 
ctione Villi, (al m. ) -|- Hec cus. 

Ego Teuzo iudez interfui. Ego Ribaldus iudex 
interfui et subscripsi. 

Ego Adam iudex interfui et subscripsi. 

Ego Anto advocatus interfui et subscripsi. 

f Ego Obertus domni Henrici imperatoris iudex 
interfui. et ejusdem imperatoris iussu hanc noticiam 
scripsi. 

XXI. 

1116; marzo, S2 

Dum in Dei nomine in urbe Fatavi in iudicio 
resideret domnus Henri cus Dei gracia Romanorum im- 
perator augustus a {sic) singulorum hominum iusti- 
tiam faciendam. deliberandasque littes. adesset cum 
eo Gebirdus Tridentinus episcopus Brugardus Mona- 
steriensis. Arpo Feltrensis episcopi. Henricus dux, 



— !.|<. — 

item Gcnricus Iratcr Wclfoni ducis. Tcuzo. ll'ar- 
nerius. Aicardus. Azo. Olvradus. Tcrvisius iudices. 
Roberto Lanbardo. et reliqui plurcs. Ibique in eorum 
venicns presentia Albertus abbas monastcrii sancii 
Michaclis scitum in loco Candiana rctulit et ccpit 
diccrc ac postulere mercedem. Pulo vobis domine 
impcrator ut propter Deum et anime vestre merce- 
dem mitatis bannum super me et ipsum monasterium 
et omnes res eius. Cum ipse iam dictus abbas taliter 
petisset mercedem. tunc ibi locum consilium qui ibi 
fuerant misit bannum super predictum Albertum ab- 
batem et ejus advocatum. et super ipsum monaste- 
rium et super omnes res ejusdem monasterii. casas. 
curtes. villas. ftiassaricias et terras. prata, silvas. mo- 
lendina et piscaciones. venaciones ac familiam et mo- 
biliam. sive etiam instrumenta que tunc abebat et 
detinebat. aut in antea iuste acquirere potuerit. in 
pena centum libras auri. Ut nullus quilibet homo in- 
quietare aut molestare ve! disvestire eundem Al- 
bertum abbatem et ipsum monasterium. ve! partem 
ejus. vel eorum advocatum ex rebus supra dictis 
sine legali iudicio. Qui vero hoc fecerit. sciat se 
compositurum centum predictas auri libras medie- 
tatem parti publice et medietatem suprascripto Al- 
berto abbati, et ipsi monasterio et avocato eorum suis- 
que successoribus. Finita est causa, et hanc noticiam 
prò suprascripti abbatis et monasterii securitate fieri 
amonuerunt. Quidem et ego Joannes notarius ex iu- 
sione suprascripti domini imperatoris seu iudicum 



— 147 — 

amoniccione scripsi. Actum est hoc anno ab incarna- 
cione domini nostri Jesu Christi millesimo centesimo..- 
sesto X. XI Kal. aprilis indicione nona, hocfsignum 
crucis fecit domus Henricus Dei gracia imperator aug. 

Ego Teuzo iudex interfui. 

Ego Wernerius iudex affui et subscripsi. 

Ego Azo iudex interfui et subscripsi. 

Ego Varvisius iudex interfui. 
Olverardus iudex subscripsi. 

XXII. 

1116; aprile, 8 

Dum adesset in Dei nomine Dominus Henricus 
gratia Dei Imperator Augustus in Civitate Regensi, ibi- 
que cum eo Cluniacensis Abbas, Judices quoque War- 
nerius de bononia , Ubaldus de Carpeneta, Ribaldus 
de Verona, Lambertus de Bononia, Lanfrancus de Ca- 
sale auri, Henricus Dux filius Welfi marchione, Bo- 
nefatius et Rainerius Paradisus atque Anselmus de 
busco, seu Ubertus Pelavicinus et Comes Albertus de 
Sabloneta, Capitaneus Ardoinus de Palude, Araldus 
de Mellegnano, Girardus de Cornazano , Malleaddo- 
batus, Odo, Alamannus, Gerardus de Bosonis, Raine- 
rius Saxonis, .Atto baratti Gives Parmenses , Vvido 
Gislardi et Albertus rimperti, et quam piures alii. In 
eorum presentia conquestus est domnus Boso Archi- 
diaconus Sancte Parmensis ecclesie cum confratribus 



- l.lX _ 
suis super lìlios Gcrardi de llcrbcrin de ciii'te una, 
que nominatur marzalia in comitatu mutineiisi, quam 
pater eorum injustc et violcntcr invaserai. Audita 
eorum querimonia suprascripti Judices laudavcrunt 
Curtem illam juri suprascripte Ecclesie presentialiter 
esse restituendam. 'fune filius Gcrardi unus, qui ibi 
adcrat, in presencia Ooiuini Iniperatoris et supra scri- 
ptorum circumstantium per virgam, quam in manu 
tenebat, cani refutavit, et (ìncm fecit in manibus su- 
prascripti Archidiaconi et confratrum suorum Prefa- 
tus vero Donnus Imperator per ftistem, quam suis 
tenebat manibus, misit bannum super nominatum 
Archidiaconum et confratres suos et super ipsam 
curtem et super ipsas res ad curtem pertinentes, quod 
si aliqua persona magna parvaque, sive dux sive mar- 
chio seu Comes vel vicecomes seu Gastaldio vel alia 
quelibet persona presumpserit suprascriptos Canoni- 
cos eorumque successores de prefata curte disvestire 
vel molestare aut inquietare per quodvis ingenium, sciat 
se compositurum nomine pene libras C. auri optimi, 
medietatem Camere nostre, et medietatem prefate Ec- 
clesie. Quod ut firmius habeatur nec umquam tem- 
poris diuturnitate oblivioni tradatur, hanc notam 
scribi jussit et subscribendo manu propria corro- 
boravit. 

Enri cus dei gratia 



(^uar 

Imp. 

Sub 



tus Romanorum 

Augustus 

scripsit. 



— 149 — 

-|- Ego Wernerius judex affai et siibscrip. 

Ego Ribaldus judex interfui et subscrip. 

Ego Ubaldus judex interfui et subscrip. 

Ego Lanfrancus judex interfui et subscrip. 

Anno ab incarn. Domini Millesimo C. XVI. octavo 
die ingredienti mense Aprili indictione nona. 

Ego Dominicus Sacri palacii Notarius scripsi, et 
subscribendo compievi. 

XXIIl. 

1116; maggio, 6 

^ Dum in Dei nomine, die Sabati, que est Sexta 
dies, intrante Mense Madii, in loco Gubernule, scilicet 
in Canonica Sancti Remigii, Henricus Dei gratia 
Quartus Romanorum Imperator Augustus in Consilio 
staret, prò sui Imperii, suorumque fidelium utilitate: 
adessent cum eo Warnerius Bononiensis, Ubaldus de 
Garpenetha, Ribaldus Veronensis, Judices, Albertus 
Comes de Martoringo, Albertus Comes de Sablonetha, 
Maltraversus, Girardus de Boscito, Arduinus de Pa- 
lude, Guido de Maifredo, Sasso de Bibianello, Ma- 
ladubatus, Albertus et Bernardus frater ejus, Girar- 
dus de Cornazano, et reliqui quamplures viri Nobiles ; 
ibi in illorum veniens presentiam Martinus Sanctae 
Mariae Monasterii Pomposae Monachus , una cum 
Martino de Sancto Marino, et Johanne de Bertula- 
sco, ceperunt petere ac postulare mercedem Donino 
Henrico imperatori piissimo, ut predicto Monasterio 



- I 50 — 
Sanctac Marine ile Pomposa jiisiicinm fncerct de 
Ubaldo Ugonis l'ilio de MailVcdo, qui injuste tuiha- 
verat posscssioncm de quadam terra, quam predictum 
Monasterium tenucrat in loco, qui diciiur Solerà 
liberti. Ubaldus autem Conradum Comitem auctorem 
nominavit. Sed idem Comes Conradus paucis ante 
diebus per ipsius Imperatoris sentcntiam super eadem 
possessione victus fuerat. lussit crij;o Impcrator ne 
predictus Ubaldus aliquam molestiam eo nf)minc 
contra predictum monasterium faceret, et insuper 
per Judicum consilium, per liynum. quod in sua te- 
nebat nianu, bannum super Martinum Monachum in 
vice totiusque (.ongregationis, et nominatim scilicet 
de predicta pos'sessione , et insuper de omnibus pos- 
sessionibus et rebus, quas predictum Monasterium 
tunc temporis habuit, vel in futurum adquirere po- 
tuerit cum racione: ut nullus Dux, Marchio, Comes, 
Capitaneus, Vavassor, vel aliqua magna, parvaque per- 
sona predictum Monasterium de prenuntiatis rebus 
sine legali judicio disvestire vel inquietare audeat. 
Quod si quis hoc Preceptum in aliquo violare tem- 
ptaverit, sciat se compositurum centum Libras auri, 
medietatem Imperatoris Camere, et medietatem pre- 
dicto Monasterio. 

Factum est hoc Anno ab Incarnacione Domini 
nostri Jesu Cristi Millesimo Centesimo Decimo Sexto, 
Indictione. Villi. 

Hoc signo Crucis idem Imperator hanc 
Noticiam corroboravit. 




— 151 — 

^ Ego Werneritis Jiidex affai et subscripsi. 

Ego Ribaldus Judex interfui et subscripsi. 

Ego Ubaldus Judex interfui et subscripsi. 

)J< Ego Obertus Domni Henrici Imperatoris judex 
interfui, et per ejusdem Imperatoris preceptum hanc 
Noticiam scripsi. 

XXIV. 

1116; maggio, IS 

Anno ab Incarnatione Domini Millesimo Cente- 
simo Sexto decimo, duodecimo die ingrediente Mense 
Maji, Indictione IX . Sancto Monasterio juxta La- 
rione in honorem Sancti Benedicti consecrato , cui 
Ubertus Prior adesse videtur, ego quidem in Dei no- 
mine Henricus Quartus Dei gratia Romanorum Im- 
perator Augustus, dono et offero eidem Monasterio ad 
ejus jus et proprietatem, silicet Silva una, quae nomi- 
natur de Solamine, et una parte juxta eam, quae di- 
citur Silva de Carpeneta , finesque scilicet ei a mane 
Sancti Benedicti, ab aliis lateribus sicut vadit strada 
de Murio, sicut vadunt campi de Sergnano et arge- 
nem, sicut vadit Regisa, quae exit de Solarne, et intrat 
in Vallem Prediosam, et intrat in Vallem Rotaldi, et 
intrat in Vallem Sameleda, et intrat in Risinam de 

nido aquit et a Risina in Riolum. Ut jam di- 

ctum Monasterium ab hac die in antea faciat pro- 
prietarii jure in usum et sumptum Monachorum, qui 



— \^2 — 
in eadom Ecclcsin militant, et qui militauiri sint 
usquc in perpetuuni, qiiicquid voluerit, sine omni moa 
et hereJum meorum contradictionc. Quisquis in san- 
ctis ac Ycnerabilibus Locis in suis aliquid coiitu- 
icrit rebus, juxta Auctoris voccm in boc Seculo cen- 
tiiplum accipiet, et insuper, quod nielius est, vitam 
possidebit aetcriiam. Ideoque ego infrascriptus Impe- 
rator similiter dono et otTcro Ecclesiae Sancti Bene- 
dicti de Gonzaga, Braida una juris mei posita in 
eodem loco Gunzachia, cum casa campani super 
eam habente; et hoc, quod tenet ex mea parte, fìncs- 
que scilicet a mane Tenquemilo filius Adam Gunti. 
a meridie Petrus Cottus, a sero tenet Kutecherius de 
Gonzaga; de subto Albricus Cottus, hocque in hos 
fines inventum fuerit , in hanc Cartulam pcrmaneat. 
Ut jam dictae Ecclesiae faciant cum superioribus , et 
inferioribus, cum finibus et acceptionibus suarum in 
integrum quicquid voluerint proprietarii jure sine 
omni mea et heredum meorum contradictione prò 
mercede et remedio animae meae et Comitissae Ma- 
tildis; et insuper comprehensum est, ab omni con- 
tradicente homine defendere, et si defendere non po- 
tuerimus, aut si nobis exinde aliquid per quodlibct 
ingenium subtrahere quaesierimus, tunc in duplum 
suprascriptas res, ut supra legitur, eidem Ecclesiae 
restituere, sicut prò tempore fuerint melioratae, aut 
valuerint sub aestimatione in consimilibus locis. 

Actum in loco Gubernulae feliciter . Huius Car- 
tulae offertionis fuerunt testes Conradus Comes, et 



— 153 — 

Albertus Comes de Saploneta, Ardoinus de Palude, 
Arnaldus Aquensis Propositus, Warnerius Jiidex ^ et 
Ubaldus Judex, Amedeus, Opizo de Gunzaga, Ge- 
rardus et Rolandus Massarius, atque Paganus, Ugo 
et Ludovicus de Gubernula, et plures alii. 

Ego Warnerius Judex affui et subscripsi. 

Ego Ubaldus Judex affui et subscripsi. 

Ego Dominicus Sacri Palatii Notarius scripsi, et 
subscribendo compievi ex jussione suprascripti Impe- 
ratoris. 

XXV. 
1116; maggio, 15 

^ In nomine Sanate et indiuidue trinitatis. Anno 
domini Millesimo Centesimo Sextodecimo. Idus Madij . 
Indictione nona . Henricus dei gratia romanus impe- 
rator Quartus Cesar Augustus . Imperialis proprium 
est clementie fìdelium nostrorum precibus prò merito 
sue deuotionis in beneficiis largiendis annuere . Proinde 
cunctorum Ciuium personas Bononiensium set et res 
eorum mobiles uel immobiles tam acquisitas quam 
acquirendas in nostra speciali tuitione seu defensione 
recipimus . ubicumque contingat eos degere vel conuer- 
sari . ita ut nequis hominum presumat eos iniuste 
molestare vel eorum personas seu res aliquibus iniu- 
riis afficere . Omnes publicas uias tam in terris quam 
in aquis, et nominatim nauigium padi et deorsum in 



— 1:,! — 
vcnctinm et siirsuni in lon^obaniiam ita libere con- 
codimus cis; ut nequis ominum prorsus auJeat eos 
in hisdom uiis et itineribus aliquatenus impedire uel 
quibusdam molestiis implicare. Ncmo eos usquam 
constringat nullam prestationcm quisquam ab eis 
exigat occasione baimi nel ripatici uel alicuius talis 
cause nomine, et hoc nominatim in ferraria eiusque 
territorio uetamus. Exceptis nostris legatis qui per 
loca solent ea quo iuris et consuetudinis sunt facere 
et exigere . Autiquas etiam corura consuetudines in- 
tactas et illesas perpetuo precipimus obseruari . Kt 
pabulum silue a plebe buida usque ad palludes et 
usque ad centum . In toto reni aluco nichil fiat 
operis quo peius nauigetur . Negotiatores de tussia 
subter stratam negotiandi causa non transeant nisi 
duabus per annum uicibus idest ad mercatum oliua- 
rum et sancti martini . Pro parata seu fodero ultra 
Centum libras denariorum ueronensium non exigan- 
tur . Et ut nuUus comes eorum colonos seu inquilinos 
prò albgariis {sic; nel Reg. Nuovo allogariis) quod 
mansionaticum dicitur molestare audeat . Quo tem- 
pore in nostra . esunt expeditione nulla de re iu- 
ditium eis pati uolumus nisi quid ibidem commi- 
serint . Hec omnia prò tenore supra descripto in 
perpetuum custodiri demandamus . Si quis uero 
contra prephatum nostre clementie benefitium ue- 
ncrit uel hoc in aliquo uiolauerit Centum libra- 
rum auri purissimi pene subiaceat. Cuius dimi- 
dium nostris scriniis dimidium iam dictis persoluat 



— 155 — 
conciuibus . Quod ut uerius credatur et appareat si- 
gilli nostri ymagine presens scriptum precipimus insi- 
gniri . Actum in loco qui gubernolo nuncupatur . 
Indictione predicta. 

-)- Ego B. dei gratia Cancellarius subscripsi. 

h, \ / i Ego Wernerius index affui . et. 

XXVI. 
1116; maggio, 15 

Idem ipse imperator remisit predicto Bononiensi 
populo omnem ofTensionem quam ipse populus aliquo 
modo sibi conmisit . et precipue roccam que ab ipso 
populo destructa fuerat; tam ipsi populo quam omni- 
bus qui auxilium prebuerunt . Hec omnia impetrata 
sunt ab alberto grasso . et vgone de ansaldo; et huius 
precepti receptione cum predictis affuit azo filius Azo- 
nis . et Witernus filius carbonis . et Rolandus nepos 
eius . et bononius de tegerio , et Donusdeus filius 
eius . et Guido de beatrice . et Petrus de leone . et 
Petrus Clericus de serralio. 

Hec omnia facta sunt in presenta arduini filii 
Widonis . et Conradi comitis . et Comitis alberti filii 
bosii . et pelauicini . et Caualcabouis marchionis . et 
Bernardi . et alberti germani filii mainfi-edi . et vbaldi 
nepotis eorum . et Guidonis filii mainfredi . et uberti 
comitis Bononie et Ducis filii dindonis . et Nordilli 



— I ^h — 
de castro vetcri . et Wilielmi (ìlij hcnrici de ucrona . 
et Opizi de gozaga . et Sassonius de hibiancllo . et 
V'baldi Causidici de carpeneta . et Gandiilfì iiuiicis 
de jrgelLtU . et Girardi de plaza . et Bruni de 
monte . et henrici de uerona. 

XXVII. 

1116; novembre, 15 

In nomine Domini. Anno ab incarnntione ejus- 
dem millesimo centesimo sextodecimo . imperante 
Henrico quarto anno sexto . Septimo decimo calen- 
das decenber . iiTdicione nona . Et ideo in Domini 
nomine Ego quidem Dominus smilo Comes hoc do- 
nationis simplicis instrumento jure dominii et pro- 
prietatis antedictis in presentiarum dedisse et hujus 
rei gratia tradidisse tibi presentem in Christi nomine 
Matilde filie Witerni tuisque heredibus meam portio- 
nem de castro et curia Panego cum omnibus perti- 
nentiis suis excepto Lamola . et similiter dono castrum 
Montasigi cum curia ejus et cum omnibus suis perti- 
nentiis . atque castrum et curiam Vignole cum omni- 
bus pertinenciis ejus cum omnibus supra se et infra 
se habentes mentem in presenti die dono et hujus 
rei gratia traddo tibi suprascripte Matilde tuisque 
heredibus ad habendum tencndum et deinceps tuo 
nomine possidendum in perpetuum jure dominii et 
proprietatis et quicquid tibi et heredibus tuis dein-- 



— 157 — 

ceps ex hac placuerit faciendum . de condititia uero 
salua donica ratione et ex ea liceat tibi renouare et 
obtinere et pensionem dare solitam . ita inquam ut 
nuUam litem nullamque controuersiam exinde tu uel 
tui heredes quoquo modo qualibet ex causa a me 
prelibato Comite uel a meis heredibus aliquo in tem- 
pore sustineatis ab ornai quoque homine liane predi- 
ctam rem scilicet castrum et curiam panigi cum ca- 
stro montasigi et Vignole et intrigete cum omnibus 
ejus pertinentiis legitime defendere et auctorizare prò 
me et meis heredibus tibi suprascripte Matilde tuis- 
que heredibus omni tempore ab omni homine pro- 
mitto . Sin autem hujusmodi res deinceps ego uel 
mei heredes quolibet modo aliqua de causa quocun- 
que in tempore aduersum te uel aduersum tuos here- 
des agere uel causare aut aliquam molestiam inferre 
presumpsero aut agenti consensum prebere aut istam 
cartam rumpere aut frangere quesiero et predicta 
omnia firmiter obseruare noluero tunc pene nomine 
libras quatuorcentas auri oblimi dare tibi et tuis 
heredibus promitto et postmodum hoc instrumentum 
simplex donationis dominii et proprietatem jure sem- 
per intactam et incoruptam tenere spondeo. 

Actum juxta flumen Rheni et hospitale in loco 
qui dicitur Toresella indicione suprascripta nona pre- 
dicta . Smilo Comes hoc instrumentum simplex do- 
nationis dominii et proprietatis jure ut superius ro- 
gatus fieri. 

Signum manuum suprascripti Comitis . Signum 



— IvS — 
>^ crucis locit W.inwriusjiidcx . kulandus do Tlicuzo 
de Carbone. L>.ìnibi'rttis cJusiJiciis. Ul;o macagnanus 
inuestitor hiijus rei. Bernardus lìlius Rolandi de Car- 
bone. Roli^indus frater ejus . |lenricus itemquc Hen- 
rici N'cnotie . Gotifredus filius Rodullì . Grimaldus lil 
Alberti de Gotifredo . Sigcfredus filius Segnoreti . Ti 
baldus fil. Ugoni Ansaldi . Federicus lil. Alberti 
Raynerius de Muro . Ildcbrandus de Sigczo . Mala 
copa . Guido .... de Pitreto . Petrus de Gaudio 
Tegrimus de Rodulpho . Raymondus de Fauro . ist 
omnes et alii plures interfueruut et rogati sunt tcstes 
et in eorum presentia hoc instrumentum simplex do 
nationis perfecte jurauit Smilo comes firmum et illi 
batum atque iiic'orruptum in perpetuum tenere per 
omnia nec uUo modo ucl ingenio aliquo supradictum 
instrumentum obuiare et similiter jurauerunt cum eo 
Raymondus de Theuzo . et Tegrimus de Rodulpho . 
et Guido de Monte pastori . et Faurus . et Bernardus 
de la Mola . et Vicecomes ejusdem castri . et Fauro 
de Panigo ista omnia supradicta ipsum Comitem per 
omnia obseruare nec contradicere sic deus eum adjuuat 
et sancta Dei Euangelia. 

Ego Bonandus tabellio in domini nomine hoc 
instrumentum simplicis donationis iure dominii et 
proprietatis cum debito juramenti ut superius firmaui 
et subscripsi. 

Angelus bis metris causidicus ista peregi. 

Notarli signo subscribens more benigno. 



- 159 — 
XXVIII. 

HIT; maggio, 15 

Dum in Dei nomine, die Sabbati Idus 

Madii, in loco Gubernulae, scilicet prope Eccle- 
siam ..... gratia Quartus Romanorum Imperator 
Augustus in juditio resideret ad justitias faciendas ac 
deliberandas adessent cum eo Werneriiis Bononiensis^ 
Ubaldus de Carpenedia, Judices; Arduinus de Palude, 
Opizio de Gunzaga, Sasso de Bibianello, Glrardus 
de Plaza, Siefredus de Bondeno, Rolandus de Runco 
Rolandi , Ratikerius de Gunzacha , Odo de Mala, et 
reliqui quamplures. Ibi in illorum veniens presentia 
VVibertus Prior de Curte Melara Sancti Salvatoris , 
una cum fratre suo Joanne Presbitero, cepit postulare 
mercedem Deo ac Domno Imperatori piissimo, ut ipse 
iustitiam faceret de tanta oppressione, quam de pre- 
dicta Curte Melara Sancti Salvatoris a Ministris Co- 
mitissae de Revere injuste paciebatur. Tunc Domnus 
Imperator justitiae pacisque amator, ac omnium Ec- 
clesiarum deffensor, misericordia motus, per Judicum 
consilium, per lignum, quod in sua tenebat manu, 
Bannum Imperiale super predictum Wibertum Prio- 
rem, et super Curtem Melaram, et super omnes res 
et possessiones, piscationes, venationes, et super omnia 
bona et jura, que prefata Ecclesia Sancti Salvatoris 
in Curte Melara, vel extra Curtem tunc habebat, vel 



I ( H ) 

in amen I)C() propitio adquisitura crat Icgiiinie: sci- 
licct, ut nullus Patriarcha, Archicpiscopus, Kpiscopus, 
Dux, Marchio, Comes, Vicecomes, Gapitaneus, Vavas- 
sor, Advocatus, Gastaldio, Villicus, Decanus, vcl aliqua 
magna parvaque persona predictum priorcm, suosque 
successores de prefata Curte Melara , vcl de Cella 
Sancti Stephani, sino lettali juditio disvestire, mole- 
stare, vel inquietare audcat. Qui vero infringere hoc 
Preceptum temptaverit, sciat se compositurum cen- 
tuni Libras auri, medietatcm Imperatoris Camere, et 
medietatem predicto Priori Smcti Salvatoris, suisque 
successoribus ejusdem Ecclesie Sancti Salvatoris et 
Stephani de Melara servientibus. 

Factum est'hoc Anno ab Incarnatione Domini 
nostri Jesu Christi Millesimo Centesimo Decimo Se- 
ptimo, Indictione MIII. 

i I < Henricus Dei gratia Romanorum Imperator 
Augustus. 

^ Ego Werner ius Jiidex afTui et subscripsi. 

^ Ego Ubaldus Judex interfui et subscripsi. 

>5< Ego Obertus Domni Henrici Imperatoris iudex 
interfui, et per ejusdem Imperatoris preceptum hanc 
notitiam scripsi. 

XXIX. 
HIT; dicembre, IS 

In nomine domini anno dominice incarnacionis 
millesimo centesimo septimo decimo, regnante- enrico 



— i6i — 

quinto filius enrici imperatoris, pridie Idus decembris, 
indicti'one decima. Petimus a oobis matilda religiosa 
monacha et preposita monasterii beate Cristine uirginis 
qui vocatur in pasteno Uti nobis petro guidoni nec 
non iohanni germanis filiis martini tabellionis no- 
strisque heredibus usque in terciam generacionem li- 
bellum enfiteotecario nomine iure A presenti die 
nobis concedere dignetis rem iuris ptedicti monasterii 
idest in loco qui uocatur offagnano pecia una terre 
uineata et aratoria cum introitu et exitu suo usque- 
in uia publica et cum omnia super se et infra se 
habentem in integrum finis eius ab uno latere terra 
sancii petri ulzanensi perticas treinta et septem et 
pedes septem, alio latere similiter perticas treinta et 
septem et pedes septem et terra sancte Cristine, ab 
uno capite de super uia publica perticas tres et pedes 
novem, alio capite riuus percurrens perticas quattuor 
et si quis aliis adfines sunt. omnia qualiter supra le- 
gitur a presenti die do et concedo ego prenominata 
matilda vobis predictis petitoribus uestrisque heredi- 
bus ad abendum tenendum et poisidendum et facien- 
dum quicquid uobis placuerit excepto heredibus bo- 
nifacii et illorum seruis non dandi a salua iusticia 
dominica persoluendum , et post completas hereditas 
uestras qui supra petitorum calciarios dandum enfi- 
teosin in hoc ordine renouetur. Ita tamen ut exinde 
inferi debeatis uos predicti petitores uestrique heredes 
nobis qui supra dominicionis nostrisque successoribus 
per unumquenque annum denarios duo uenecie pen- 



— \Cy2 — 
sionis nomine sinc amisccrc tantum ut ilictum est 
pensio persoliiatur. et ego prcnoniin.it;i Jouiiun liane 
cartam sicut supra legitur omni tcni[iorc ab nmni 
homine defensare et auctoiizarc prò me meisquc suc- 
cessoribus uobis prcdictis petitoribus ucstrisquc here- 
dibus p.romitto. Si qua vero pars que centra hanc 
cartam enfìteosin sicut supra legitur ire tentauerit et 
non conseruauerit bec omnia sicut supra legitur al- 
teri parti pene nomine dccem solidos lucenses dare 
promittit. et post pcnam solutam bec carta sicut supra 
legitur firma permanead. Actum iusta ecclesiam san- 
cte Cristine indictione predicta. 

Predicti enpfyteotecarii hanc aparam scribere ro- 
ga uerunt. 

Testis Ugo clericus gerardi presbiteri martini et 
gerardus lanzi et petrus columbe et albertus bande 
et albertus rofredi isti rogati sunt testes 

fantinus causidicus et tabellio subscripsi. 

XXX. 

1118; maggio, 3 

^ In nomine sancte et indiuidue trinitatis. Anno 
domini millesimo centesimo octauo decimo Impe- 
rante henrico quarto anno octavo, quinto nonas mai, 
Indictione undecima. Ego quidem dominus sigizo de 
alberico prò dei omnipotentis timore et prò meo- 
rum peccatorum remissione hoc donacionis Inter 
uiuos instrumento in presentiarum dono et huiusmodi 



- i63 - 

rem .... confestim trado in honorem dei et ecclesie san- 
cii stephani et domini Widonis dei clementia eiusdem 
ecclesie abbatis et suorum omnium fratrum et eorum 
successorum in perpetuum omnem meam porcionem 
molendini qui est in flune sabine . et omnium etiam 
que ad ipsum molendinum pertinent atque (. . . 1 . . .) 
et terre et eluse et capanne tam ex illa parte predicti 
tiuminis quam ex ista omne (jus) omnemque actio- 
nem omnium rerum et possessionum quas in preno- 
minato loco quolibet modo huc usque (cuiu)uscumque 
rei nomine in presenti ut predixi dono, ut tamen hec 
a me uobis in honorem predicti . . . . i nec a te do- 
mino abbate uel a uestris confratribus aut successo- 
ribus uendantur uel in feudum alicui dentur aut a 
quocumque alienentur sed semper ad utilitatem et 
commodum uestrum uestrorum successorum deinde 
permaneant ad habendum tenendum ac possidendum 
et ad uestrum comune lucrum atque honorem et 

uictum prout uolue ueritis retinendum. 

Vt nullam litem nullamque controversiam predictarum 
rerum nomine a me uel a meis heredibus quolibet 
modo aliquo in tempore uos uel uestri successores 
exinde sustineatis. Ab omni quoque hominem predicta 
legittime defendere et auctorizare semper uobis et 
uestris successoribus promitto. Et si ego uel mei he- 
redes ex bis rebus predictis aliquando qualibet ex 
causa agere aut litigare presumpsero aut si legittimam 
defensionem uobis contra agentem non exhibuero 
pene nomine decem libras denariorum lucensium dare 



— I(.} — 

uobis et uestris successori luis prumitto. et insù por 
hoc donacionis instrumentum in su;\ Inniitate sempor 
incorruptum tenere spondeo iiclnni in domo prediali 
donatoris. Indictionc predicta. 

si{^izo hoc donacionis intcr uiuos in- 
strumentum ut supra legitur scribere rogauit. 

•j- et clicha uxor iam dicti donatoris hoc omnia 
predicta laudauit. 

•j- Rambertus de geremia . et albertus manzo, et 
Ugo index de ansaldo . investitore et raimiindus de 
alc^in . . catisiJicus . et pctrus de alberto . et gini- 
baldus de boxo . et bonus iohannes de petro .... 
monio. et henricus fìlius petri de fuscerado. et alericus 
filius bonifilii r et ugo de iohanne de il . . . bonus 
fantinus de gotelinda rogati sunt testes. 

-|- Angelus his metris causidicus ista peregi. 

Notarii signo subscribcns robore summo. 

(A TERGO! Carta de molendino quam fecit do- 
mnus sigizo cum clicha uxore sua. 

XXXI. 

1118; giugno, SI 

In nomine Domini Dei eterni. Henricus Dei gra- 
tia Romanorum Imperator Augustus, Imperiali cle- 
mentia precibus Tcuzi venerabilis Presbyteri com- 
motus, Preceptum , quod appellant Bannum, emisit 
super domo venerabili, hoc est, Ospitali, que constru- 
cta est juxta Renum in Curte Marchionis, ut in omni- 



— i(>5 — 

bus rebus, quas Comitisse Matildis eidem venerabili 
domui largita erat . vel in futurum ei possint adquiri, 
ab omni injuria permaneant inlesa atque inviolata. 
Nec vero quisquam hominum pubblicarum factionum 
exactorum aliquod ab ea petere vel percipere audeat, 
nisi illi Imperator ipse nominatim jubeat. Quod si 
qua forte persona publica seu privata contra presentii 
tenorem aliquod injuriae jam dictae Domui intulerit, 
vel aliquid ab ea publice functionis nomine tentaverit 
exigere, centum Librarum auri optimi pene sit obno- 
xius, cuius dimidium quidem nostris scriniis, dimi- 
dium vero jam diete venerabili domui persolvat. 

Actum in loco Bonbiano, Anno ab Incarnatione 
Domini nostri Jesu Christi Millesimo Centesimo Octavo 
Decimo, XI. Kalendas Julii, Indictione XI. feliciter. 
Interfuerunt testes Corvolus de Ferignano, et Serafi- 
nellus filius ejus, et Ugizone filio Raineri, et Ubertus 
de Bibiano, et Ubertinus nepos ejus, et Ubertinus de 
Siviliana, et Brunettus, et Jocus de eodem loco, et 
Melus de Castilione, et Sasolo, et Gislizone de Gato , 
et alii quamplures ibi interfuerunt. 



H 



Ego Gerneriiis Index aflui et subscripsi. 

Ego Girardus Judex et Notarius interfui , et per 
jussione suprascripti Henrici Imperatoris, qui istum 
singnum Crucis fecit, scripsi. 



— 1(»() 



XWII 



11S3; maggio, S 

>^ In nomine domini nostri ihu xpi. Onines ces- 
siones et securitates solo nerbo mnnere possunt set 
ob hoc necesse est scripture uinculo annotari ne cur- 
ricula temporum obliuioni manJantur et lites genc- 
rcntur. Ea enim quc bono animo ac spontanea uolun- 
tate in refraga hi li ter promittuntur inuiolabili uinculo 
obseruentur. Et ideo constai nos eiuidem in dei no- 
mine donnus ragimundus archipresbitcr de plebe san- 
cii iohannis in persecela una per conscilium et con- 
scnsum nostrorum maiorum fratrum canonicorum; 
libi presenti in xpi nomine donno paulo uiro uene- 
rabili abbati de monasterio sanctit dei gehilricis uir- 
ginis marie quiu uocatur in stratha; concedo et per- 
millo ordinare ecclesiam sancte marie de castro bagno 
cum canonicis tantum; scilicet cum presbiieris et aliis 
clericis; ad seruiendum deo et spiritaliter gubernan- 
dum populum in sacrificiis et orationibus et docu- 
menlis. Et eo modo hac ordinatione facta supradicti 
canonici ad me ante iandiclum archipresbiterum de- 
currere debeant et nomina sua el notiliam eorum 
manifestare, et in cunctis supradictis causis auclori- 
latem noslram recipere: et deinde omnia bona opera 
ut supra dictum est operare. El ila omnes ordinatio- 
nes predictas; libi supradicio donno paulo uiro uene- 



— 107 - 

rabili abbati ordinare permitto et concedo ut supra 
dictum est. Excepta Illa obedientia quam modo ego 
predicto ragimundus archipresbiter in me retineo et 
obseruo. quem honorem et hobedientiam habeo ex 
ceteris aliis nostris cappellis que sunt in plebe nostra. 
Et nulla alia controuersia annuente deo inter nos et 
uos ullo modo fiat. Et ab hodiherna die in antea 
nunquam liceat mihi supradicto ragimundo archipre- 
sbitero. neque meis successoribus ullo unquam in 
tempore exinde facere questionem repetitionem uel 
interpellationem ullamque molestiam generare contro 
te iandictum donnum paulum abbatem; neque contro 
tuos successores: neque per me neque per meos fratres 
et successores; neque per summissam uel summitten- 
dam a nobis personam ; maioris uel minoris propinqui 
uel exteri. sed omni tempore securus et quietus exinde 
maneas cum tuis successoribus in perpetuum ut supe- 
rius declaratum est . sub promissione et obseruatione 
pene decem librarum denariorum lucensium. Et invi- 
cem supradictus donnus paulus abbas eandem penam 
. X . librarum ragimundo archipresbitero promlsit si 
soluere et obedire non fecerit iandictum honerem et 
obedientiam ut supra relatum est. Et a qualicumque 
parte soluta pena maneat hec conuentio semper firma. 
Et rogauerunt supradictus regimundus et donnus 
paulus abbas omnes ibi adstantes huius rei esse testes. 
Quorum nomina sunt ha;c. idest henricus de sala, 
henricus de sasocclo, rolandus nepos eius, presbiter 
iohannes de genariculo et presbiter raginbertus de 
casalini et plures alii. 



— i()8 — 

Et ef^o girardus caiisidicus et tabcllius conscnsii 
et uoluntate supradicturum conuenicntium scripsi hoc, 
qualiter nctum et conuentum fiiit in preJicta iiilla 
casalini, amu) dominice incarnatioiiis . ni . e . xxm . 
regnante enrico lìlius coiuiam henrici, die secundo 
ingrediente mense madii, indictione xv. 

XXXIII. 

11S4; giugno, 13 

f In nomine dei et saluatoris nostri ihu x. Anno 
ab incarnatione eiusdom millesimo centesimo uigesimo 
quarto tertio henrico imperante anno quarto decimo 

dus iunii indictione secunda. Quisquis in san- 

ctis ac uenerabilibus locis de suis inpendit rebus sciat 
se in hoc seculo mercedem accepturo et centuplum 
in futuro. Ideo in dei nomine ego gotefredus filius 
quondam rolandi habitator in loco qui uocatur cani- 
tulo irado et olTero uobis domnus paulus ucnerabili 
abbati monasterii sancte marie in stratha et domni 
manfredi priori de predicto monasterio acceptores 
uice ecclesie prescripte sancte marie uestrisque con- 
fratribus, ac successoribus iure proprictatis im perpe- 
tuum possidendum. Idest omnibus rebus (territoriis 
cancellato) et possessionibus et terris et uineis et 
boscuis p {sic) seu pratis et actionibus quibus nunc 
habeo uel detinere uisus sum in curie canitulo uel in 
aliis locis rebus immobilibus quibus mihi pertinet 



— Hh) — 
sicut supra dictum est . cum ingressibus et egressibus 
suis usque in uia publica uel cum omnibus supra se 
et infra se habentem in integium. Omnia quae supe- 
rius legitur ego prescriptus gotefredus trado et ollero 
uobis prescripto domno paulo abbati et domno man- 
fredo priori acceptores uice prescripte ecclesie sancte 
mari» uestrisque confratribus ac succcssoribus prò 
animae meae patris ac matris et aliorum parento- 
rum meorum. Quatenus nec ego prescriptus nec meos 
heredes deinceps in perpetuum contro uos prescriptos 
uel cecclesiam ullam molestiationem aut causationem 
uel litem aliquo in tempore quolibet modo qualibet 
ratione mouebimus uel faciemus aut agentibus consen- 
tiemus. Set ab omni homine auctorizare et defendere 
perpetuum promitto. Alioquin si agere aut causare 
presumpserimus aut agentibus consenserimus et haec 
omnia predicta non obseruauerimus tunc pene no- 
mine lucensis monete libras decem prò me meique 
heredes uobis iam dictis uestrisque successoribus dare 
promitto. Et post penam solutam hanc cartulam tradi- 
tionis et oflersionis sicut superius legitur in sua maneat 
firmitatem. Lectum in predicto monasterio libenter. 

Signa manuum -|- prescripti gotefredi qui hanc 
cartulam offersionis et traditionis sicut superius le- 
gitur scribere rogauit. 

Signa manuum \ albertus caiisidicus de canitulo -|- 
dominicus [pjilus lupi -\- iohannes castaldius ~\- et an- 
drea eius filius . -|- stephanus agnello rogati sunt testes. 

f In dei nomine ego -j- albertus christi misericor- 
dia tabellio scripsi. 



— i7«) — 

XXXIV. 

1125; dicembre IO 

In nomine sanctc et individue trinitatis. Mille- 
simo centesimo vicesimo quinto, decimo die innante 
mense decembris, indictione torcia. Duin controversia 
movcrctiir inter domnuiii Ilenricum venerabilem dei 
gratia abbatem monasteri i sancti Benedicti in Larione 
ex una parte, et domnum Ambrosium dei gratia mo- 
nasterii sancti Zenonis de Verona abbatem ex alia 
prò suo monasterio, videlicet de confinibus curtis (>a- 
salis et finibus Nocetuli , et similiter de iure pascu- 
landi, pavolandi^ buscandi, venandi, piscandi, inci- 
dendi, indandandi et de iure prò omnibus iamdicti 
monasterii utilitatibus intrandi, in Valarsa scilicet et 
Folletto et Carpineta nemoribus et in corum locis 
ipsis adiacentibus sive paludibus terris cultis et incul- 
tis; de quibus dicebat predictus abbas Ambrosius et 
conquerebatur , tam de finibus, quam de iure utendi 
in predictis nemoribus, sicut supra legitur, quod abbas 
iamdicti monasterii sancti Benedicti et sui homines 
id sunt de Casale et Septigenti et Libiola, non debe- 
bant uti predicti nemoribus et locis, pratis, paludibus 
et aliis terris, scicut dicebat, et quod curtis Casalis et 
Nocetuli non habet tales confines, quales dicebat ha- 
bere; e contra dicendo asserebat ipse Henricus vene- 
rabilis abbas, quod ipse et sui homines de Casale et 
Septigenti et Libiola debebant uti predictis locis, 



idest nemoribus, paludibus, pratis et aliis terris , ut 
supra legitur, sine aliqua molestacione et exactione ; 
ad hoc dicebat, quod predicte terre sue, scilicet de Ca- 
sali et Septigenti, tales confines debebant habere, 
quales ipse dicebat; et addebat, quod non erat in 
memoria hominum, immo hominum excedebat me- 
moriam, quanto tempore ipse abbas prò monasterio 
sancti Benedicti et sui homines de Casali et Septin- 
genti et Libiola sine querimonia possederant omnia 
supradicta, ut superius legitur; placuit atque convenit 
inter eos ex pacto post multam illius controversie di- 
scussionem et ventilationem prò bono pacis et quiete 
ad conservandam antiquam amioitiam inter eos et 
eorum monasteria, ut predicta causa videlicet et con- 
troversia committeretur duobus communibus amicis, 
scilicet domno Abberto de Casale alto iudici Man- 
tuano ex parte monastetii sancti Benedicti, et domno 
Widoni Butello iudici Veronensi ex altera parte , ad 
cognoscendam, terminandam, fine debito decidendam 
sine remedio appellacionis et excusationis, quia sic inter 
eos pactum fuit. Ante quos iudices dum sepe et se- 
pius per voluntatem utriusque partis predicta causa 
et controversia agitaretur, amicis tam laicis, quam 
clericis utriusque partis bis volentibus et clamanti- 
bus, videlicet istis iudicibus adstantibus prò monaste- 
rio sancti Benedicti et placitantibus domno Warnerio 
et Raimundo iudicibus Bononiensibus et domno iudici 
Armanno Parmensi, ex parte vero sancti Zenonis de 
Verona Benenato et Johanne de Merlaria et Henrico 



de Curline iuJicibus, au<Jitis racionibiis et visis pri- 
vilogiis et proJuctionibus utiius partis racionabiliter, 
et niultis testibus ex parte moiiastcrii beati Bencdicti 
bine inde productis et intellectis, piedicti amici et 
arbitri iudices talem protulcruiit sentcntiam Nos in 
dei nomine Abbertus de Casale alto et Wide liutallus 
iudices et cognitores litis et cognitores litis et con- 
troversie, que intcr doninuni lljiiricum ab!)atem mo- 
nasterii sancti Benedicti vertitur ex una parte prò 
suo monastcrio, et domnum Ambrosium abbatem san- 
cti Zenonis de Verona ex altera, auditis et cognitis 
racionibus utriusque partis, habito sapientum consci- 
lio, ex magna deliberatione domnum llenricum pre- 
dictum abbatem 'memorati monasterii, agentem prò 
suo monasterio et suis hominibus de Casali et Se- 
ptingenti atque Libiola, absolvimus a petitionibus 
domni Ambrosii abbatis monasterii sancti Zenonis, 
prò suo monasterio agentis , dicentes, quod ipse do- 
mnus predictus Henricus abbas et sui homines de 
Casale et Septingenli et Libiola, qui prò tempore 
fuerint, debent uti, frui et habere iamdictam consue- 
tudinem atque usum cum animalibus suis pascendi , 
pavolandi, piscandi, venandi , incidendi, indandandi 
et uti atque frui predictis locis, nemoribus, terris 
cultis et incultis eis adiacentibus, ut supra legitur. 
Preterea in concordia utriusque par tis predicta loca, 
Casalem videlicet et Nocetuljm, ita determinamus 
et eis terris tales positos per sententiam confirma- 
mus confines: versus mane, unde sol oritur, vide- 



— '73 — 

licer Valarsam et PoUettum, in qua parte propter 
terminos orta est discordia inter eos, isti sunt ter- 
mini, sicut fossatus lacus exit de Fissato, et sicut 
Brazolus exit de fossato lacu, et vadit per drictum 
usque ad portam Folletti, et sicut deinde vadit ad 
Arzenem de Finalis per drictum usque in Gorbolum 
et deinde usque in Agriciam. Quam sententiam in 
concordiam datam utriusque partis et amicabilem 
compositionem utraque pars per voluntatem et con- 
sensum sue partis tam monachorum quam clericorum 
ibidem existentium per se et suos successores obser- 
vare in perpetuum promisit cum stipulatione subnixa, 
sub pena centum librarum bonorum denariorum Pa- 
piensium , qua solluta hec sententia inperpetuum in- 
violabiliter in sua permaneat firmitate. Actum in castro 
Casali Barbetti Feliciter. Huius rei testes rogati fuerunt 
Wide de Bona, Opizo de Constantino, Albertus de 
Bona Consa, Americus de Bucco de Surico et Lanzo 
atque Manfredus fratres, et alii quam plures rogati 
sunt testes qui ut supra. 

Ego Anselmus notarius his interfui et scripsi. 

XXXV. 

11S7; luglio, 4 

>J( In nomine sancte et Indiuidue trinitatis. Anno 
ab Incarnatione domini nostri Ihu xpi . Millesimo . 
Centesimo . Vigesimo . septimo temporibus dominus 



— '7f — 

honorius p;ipe dio quarto mcnsis lulii . Indictionc 
quinta . Va ideo oj^o quidcni In dei nomine Allior- 
tus lìlius cuiusdiim raincri qui uocatur de prando de 
castro sassilioni ut per hanc cartam donationis atque 
conccssionis dono et concedo uobis Vgo atque albcrtus 
nec non Ildebrandus et rainerius et gislardus filiis meis 
uel a uestris filiis. In perpetuis temporibus possidcn- 
duni , meis siue de proprio uel de condiditias quod 
ego babeo et teneo quod michi pertinet uel pertinere 
potest per uUum modum uel Ingcnium uel quod 
In antea aquirere potuero, casis, terris, uineis, (ca)sta- 
nietis ac bosco, aquis, ripis, rupinis, usis aquarum, 
fontibus, cultum, Incultum uel asoriptatum sine feudo 
uel per quocumqtie modum uel Ingenium ubicum- 
que mihi pertinet Infra toto iarn dicto castro sassi- 
lioni siue extra castro de meo Iure ubi invenire 
potueritis Infra totam plebem sancte marie que uoca- 
tur In gipso. et tedericus filius quondam zanito de 
bibano predictam medietatem per mea data licentia 
prenominata medietatem uobis corporaliter tra-dat 
atque Inuestiat ut post meum dicepsum habeant 
et teneant predictam medietatem et Illorum heredibus 
In perpetuum sub tali conditione ut quicumque de 
uobis predictis filiis meis scilicet rainerius et Vgo 
atque albertus nec non Ildebrandus et gislardus . sine 
filiis legitimi decesserit suam portionem reuertat a 
predictis filiis meis quibus superius legitur ex Inde 
habeant et teneant et Illorum heredibus In perpetuum 
sine omni contradictione mea uel heredum meorum. 



et quicumque de aliis filiis meis irrumpere uoluerit 
quod superius legitur tunc tìat sub pena a supradi- 
ctis filiis meis dare nomine pene In argentum dena- 
riis lucensis sollidos quadraginta et post penam so- 
lutam sicut superius legitur omni tempore in sua 
maneat firmitatem . Hactum ante castrum gena, et 
Indictione predicta quinta. 

-|- Signum nomen predicto Alberto donatore sicut 
superius legitur In hanc cartam donationis atque con- 
cessionis coram testibus scribere rogauit. 

Egomet ragimiindus legis lator manus meas sub- 
scripsi. 

■ | - | - l ' l - l - i ' | - Signum nomina testium hec sunt. Vgo 
presbiter filius cuiusdam girardi de gaibano nec non 
raimundiis causidicus de gena, et rolandus nepus eius 
filius alberti. petrus filius quondam Ioannis bono. 
atque albertus filius teutio. petrus filius cuiusdam lam- 
berti de gena, et predicto tedericus Inuestitore filius 
quondam zanito de bibano quibus In hanc cartam 
donationis atque concessionis rogatis testibus. 

^ Ego teutius notarius de castro gena sicut su- 
perius legitur Ita scripsi et compleui. 

XXXVI. 

1130; aprile 13 

In nomine domini amen Anno ab incarnatione 
eius millesimo centesimo, die terciodecimo mensis 
aprilis, Indicione octava dum domnus Gualterius 



- 170 - 

vonor.ibilis archiepiscopus sanctc ravciiiiaiis aecclc- 
siac proptcr t;ucrram et liicm maximani quc (.-rat 
intor populuni ravuiiiic ot populum bolouienscm , et 
ideo clerici et laici bolonieiises non audebant secure 
venire ravennani, asendisset ad locum sancti iobannis 
qui dicitur in persecela, ut secundum institucionem 
et morcm anliquissimum prefate ravennatis aeccle- 
siae heinricum clcctum boloniensem consecraret , 
cumque iam ad examinationcm prcdictus domnus 
gualtcrius archiepiscopus solempniter indutus cum 
episcopis suis ( dodone sed...) dodone vidclicet mu- 
tinensi, lacobo faventino. Bcnnone cornclicnsi , Te- 
tro ficoclensi, presbiteris vero ravennatis accclesie car- 
dinalibus scilicet iohanne de carda tituli sancte ma- 
rie majoris, Leone tituli sancte agathe, Petro tituli 
sancti michaelis, Guidone etiam archidiacono eiu- 
sdem sancte ravennatis aecclesiae, RoduUb diacono 
et Azone diaconis cardinalibus, Belitto, Rambertino, 
Tusco subdiaconis, heinrico, Alberto, presbitero iohan- 
ne, Rainulfo cantoribus. Peregrino atque Verardo ho- 
stiariis eiusdem ravennatis aecclesiae, Iohanne quoque 
venerabili priori portuensis canonice, cum gerardo 
diacono canonico et petro et iohanne de azone con- 
verso eiusdem canonice, abbate quoque Ildebrando 
nantulano, presbitero alberto et Ugolino clericis ùx- 
ventinis, et guidone presbitero corneliensi, odone 
diacono ficoclensi; Presentibus etiam Lamberto ar- 
chipresbitero atque rodaldo archidiacono boloniensis 
aecclesiae, heinrico de sala, Attone diacono et Mar- 



— 177 - 

tino diacono presbitero catanio et Gerardo et rai- 
nerio et Guidone rainerii. Angelo -canonico bolo- 
niensis aecclesiae, raimundo archipresbitero eiusdem 
plebis in perseceta cum clericis suis. Petro priore 
canonica sancti victoris; presentibus quoque Gri- 
maldo, perticone, Cavalcabove , bualello filio ram- 
berti de geremia, Guezolo de bangarola. Guiscardo, 
Scuguzaparte, Alberto maistro de sancto marino, et 
/ìlio micariani cum miiltis aliis laicis boloniensibiis . 
Alberto etiam de sala, falsabrina, Matheo, Odelrico, 
Alberto de bonifacio cataneis mutinensibus. In isto- 
rum omnium presentia dum prefaius electus heinri- 
cus secundum ordinem canonice examinaretur, mota 
est questio ex parte boloniensium ut electus eorum 
consecraretur condicionaliter, salva justicia bolonien- 
sis aecclesie. Adversus quos domnus gualterius archie- 
piscopus cum prefatis episcopis et clericis suis con- 
stanter respondit, se numquam eum consecraturum 
aliter nisi sicut predecesores sui archiepiscopi conse- 
craverant predecessores illius electi , sub omnimodae 
obedientia ravennatis aecclesie. postquam autem causa 
iam satis esset ventilata et veritate cognita quod epi- 
scopatus boloniensis perpetui iuris esset sancte raven- 
natis aecclesiae. Atestante etiam gerardo cardinali san- 
cte romane aecclesiae tituli sancte crucis que altero 
nomine ierusalem apellatur, qui ibi presentialiter ade- 
rat, quod episcopatus boloniensis perpetui iuris esset 
sancte ravennatis aecclesiae, et bolonienses nichil por 
se rationis habcrent adversus ravcnnatem aecclesiam 



- .78 - 

nis quod scmpor ilcbere hobcdire cum episcopo suo, 
sicu m;itii suo, mctiopol itane aecclesiae, sedata est 
contentio tota, et ita, divina cooperante i;ratia, pre- 
fatus enricus clectus boioniensis consccratus est in 
episcopum sub perpetLia et omninioda hobedientia 
atque subiectione ravennati aecclesiae. 

Ego vero bi.iniicus faventinus notarius dum in 
hiis omnibus intcr se sicut vidi et audivi sicque com- 
pievi et propria manus ad perpetuam noticiam scripsi. 



XXXVII. 



,1257; 



In Illius Nomine ihc xpi qui carnem incorru- 
ptam suscepit ex Vtero virginali. 

hic est liber nominatus Register et In se conti- 
nens privilegia et etiam instrumenta lus aliquod con- 
linentia vel honorem seu lurisdictionem ad commune 
bononie pertinentem conpillatus et conpositus secun- 
dum formam statuti populi et communis bononie. 
ex diversis contractibus et scripturis Inventis in libris 
contracluum communis bononie et In aliis tam pu- 
blicis quam privatis Sic ut Infra per ordinem ut est 
possibile reperitur. per dominum lanbertinum domini 
mulnaroli , dominum Guizardinum domini buvalelli 
ludicis, dominum albertucium de sabbatinis, domi- 
num tomaxinum de aposa Milites. Restaurum , ber- 



— 179 — 

nardinum de stiiglalico. lohannem de fantalociis no- 
tarios et officiales per populum et commune bononie 
ellectos tempore bonacurxij de surrixio potestatis gre- 
gorii frigidi capitanei populi, et sub anno domini mil- 
lesimo ducentesimo quinquagesimo septimo Indictione 
quintadecima [ritbr.]. In primis de civitate bononia 
per imperatorem theodoxium constructam et ordina 
tam ad scientias In facultate qualibet instituendas et 
de districtu ipsius civitatis confinate per eundem. 
tenor cuiusdam privilegii , Sic incipientis. 
theodoxius dei gratia romanorum Imperator semper 
augustus. In imperium conslitutus a theodoxio suo 
patruo, Qui per potentiam imperium acquisivit. gotho- 
rum ardeque libie et Asyrie atque parthie et India- 
rum et tarsie dux et princeps et persie et babilonie 
magne et egipti et macedonie Cumunie Vlachie et 
rusie herminie etphyopie Sclavanie et affrice et Sicilie 
rex . omnibus studentibus et studere uolentibus in ci- 
vitate bononie Salutem et scientiarum felici gloria 
mundum omni tempore gubernare. 

Nostre maiestatis clementia philosophorum ac poe- 
tarum omniumque facultatum et liberalium arcium 
errando dellentium per diuersa eorum preceps humi- 
limas decreuimus exaudire quocumqua parte nostri 
imperii civitatem aptam studio construere debeamus. 
in qua philosophy et poete et periti legum et omnium 
liberalium arcium et facultatum omnium scholaribus 
scientias affectantibus debeant liquido promulgari. 
Cum ingenti studio doetrinam studentibus tribucndo. 



— 1 S( ) — 
X'inle et nobis pienissima clclibcrationc habita per spa- 
cium. XXV. mensiiim ab iisdom philosophis ac poctis 
et peritis ciuitatem bononic quc in qundriuio quatiior 
prouinciarum pcrmanet Scilicet ligurie seu lombardie 
marchie veronensis romaniole et tuscie ad percmpne 
studium ordinamus . quam ab hodicrna die in antea 
nostrorum secretoruir. armarium leputamus. Ad hec 
autem peragenda et firmanda in romana vrbe in con- 
cilio siquidem generali omniumque christianorum 
regibus conuocatis omniumque prelatorum ecclesie 
existentium per summum pontificem C. super stutiium 
et sludentibus Specialiter ciuitatis bononie memo- 
ratum per papales litteras christianis omnibus amo- 
nitis confirmamQs quod incorrumptum et inuiolatum 
Semper in ipsa ciuitate bononie debeai permanere. 
Cum constitutionibus studii et studentibus infrascri- 
ptis ciuitatis eiusdem lectis et approbatis in concilio 
memorato in romana nostra excellentissima ciuitate . 
die nono Intrante madio. nostra autem imperialis 
maiestas discedens a ciuitate romana et dirigens gressus 
nostros usque in ciuitatem bononie Supradictam quam 
die prima Junij intrantis nostris propriis mauibus 
omniumque Scientiarum reheediuicauimus premuni- 
tam muris etiam uallidis circumdatam cum muni- 
tionibus turrium et uallorum vsque ad secundum 
diem Julij secuturi perfecimus et eflectui fecimus 
predicia omnia demandari . et vt prediximus statuen- 
tes. Si quis autem causidicus siue iudex sententiam ali- 
quam tulerit nisi in nostra ciuitate bononie supradi- 



— i8i — 

età per quinquennium studuerit ipsamque sententiam 
uel sententias anichilamus et irritamus et volumus 
esse nullam et nullius momenti etiam uel ualoris et 
si quis ad magistratus dignitatem peruenerit et li- 
brum ab archidiacono maioris ecclesie non susce- 
perit magistralem quamquam a peritis cuiuslibet fa- 
cultatis fuerit approbatus ab ipsa dignitate et dominio 
priuamus. et quoJ si quis scholarem aliquem in terra 
uel aqua offenderit ad studium ueniendo seu redeundo 
a studio modo aliquo uel ingenio in persona uel 
rebus capite puniatur a presule ciuitatis uel castri 
uel uille uel curie aut loci ubi deliquerit malefactor. 
quod si presul uel dominus vel potestas aliquorum 
predictorum locorum facere desierit penam eandem 
patiatur omnino etc. 

Ciuitati autem ustre bononie In districtu eius 
uolumus prouidere . sicut ab orientali parte currit 
sanubium siue sensum de alpibus niuosis in uallibus 
padi et in ipsa aqua padi . et sicut a meridionali 
parte hec protenduntur usqu ad alpes Scalarum . et 
Sicut ab occidentali parte currit leo de alpibus in 
scoltenam . et Sicut scoltena seu panarium defluit in 
padum et Sicut a setentrionali parte uel ab aquilone 
parte decurrit padum usque ad badalenum precipi- 
mus et uolumus et lubemus de districtu bononie per- 
manere . hoc saluo quod si ferrariola que de du- 
catu conmaclenensi consistit . ultra padum pertransire 
uoluerit eis hinc ad duos annos proximos perempto- 
rie liceat pertransire . et civitatem (pertransire c.m- 



— iSi — 
cclLilo) hedilìcaro It.i tamcn quod in ips;i ;iqu;i p:uli 
non liceat eis aliquod hedifficium lapidcum attontnrc 
Si solum iter prebcat securimi por aquas padi et in 
uallis earumdem sinc aliqua dationc niuncris cunti- 
bus omnibus et redountibus per civitatem et loca 
predieta omni tempore ob rcuerentiam crucifissi . et 
propter imperii celsiludinem cognoscendam ad qiiem 
pertinet redditus padi fluminis et aquarum et lioc ad 
postulationem nostri summi pontificis ccllestini . alio- 
quin sub iurisdictione proiectione rectoris et comunis 
bononie debeat permanere. 

firmiter statuentes ut nuUus rex princeps . dux 
uel marchiocomes . nulla civitas nuUum comune . 
nulla denique pGrsona secularis uel ecclesiastica alta 
uel humilis dictam nostram ciuitatem bononie nec 
suos ciues uel comitatinos nec aliquos alios qui Sub 
eius protectione sint uel fuerint in aliquo et has no- 
stras constitutiones predictas in rebus uel personis au- 
deat perturbare nec modo aliquo molestare . quod 
qui presumpserit in ultionem sue temeritatis libras 
. X . mille auri purissimi prò pena componat quo- 
ciescumque presumperit contrahire . dimidium impe- 
riali camere, reliquum civitati bononie integre per- 
soluatur et in munitione ciuitatis eiusdem penam 
predictam uolumus deuenire ad cuius rei eternam in 
posterum euidentiam presentem paginam conscribi 
inde iussimus et Sigillum nostrum in pendenti fecimus 
auri purissimi roborari. 



- i83 — 
XXXVIII. 

13S1; ottobre, 7 

Die Septimo, Mensis Ottubris. 

Consilium populi et Masse populi Civitatis bo- 
nonie fecit Nobilis et potens Miles dominus petrus 
de la brancha de Eugubio honorabilis Gapitaneus 
comtnunis et populi Civitatis bononie in pallatio novo 
Communis eiusdem, voce preconum, sonoque cam- 
pane more solito congregari. In quo quidem Consilio 
interfuerunt ultra quam due parte Anzianorurn et 
ConsuUum populi bononie dicti mensis. Et de ipsorum 
voluntate et consensu dictus dominus Gapitaneus pro- 
posuit Infrascripta . Super quibus consilium postu- 
lavit. 

In primis etc. 

Gum viri etc. 

Quia Senenses, ut acquirant honorem studi) civi- 
tatis bononie et quem [bononienses] obtinuerunt ferra 
Mille annis decursis cum magno honore et augmento 
status bononiensis populi et communis, multam pe- 
cuniam expendiderunt et expendant, et tam in do- 
ctoribus quam aliis et credunt utile fore prò eorum 
statu, et in diminutione tanti honoris habiti longis- 
simo tempore per Gommune bononie, expedit ad 
obuiandum predictis ut prouideatur Salubriter per 
Gommune bononie, et inter alia necessarium est quod 



- iS.} - 
(.locloribus ci Icgcntibus in Iure C^anonico et (binili 
et medicine artibus satislìat sic quod possint et velini 
utìlitcr leperc et Satisfacere, scolaribus liic manere 
volentibus. Idcircho vobis dominis Capitanco Anzia- 
nis et Consullibus populi bononie Supplicant Reve- 
rcnter Rectores Consiliari) et Vniuersitas schola riunì 
luris canonici et (.iuillis, Medicine et Artium studi) 
bononie quatenus vobis placeat in Consilio populi pro- 
ponere et facere reformar i prò prefatis doctoribus 
et l.egentibus de ipso labore provideatur et salisfiat 
per Commune bononie ad uoluntatem consilii populi, 
quod frater Gerardinus et frater Angelus de ordine 
fratrum de Sancto Gregorio depositari) ipsius Commu- 

nis ac eius mascari) (sic). 

Cum Infra breve tempus debeat studium bononie 
Inchoari, nec ad lecturam libri decretalium extraor- 
dinarie lector forensis aliquis haberi possit ad pre- 
sens, qui prò tam modico Salario sicut sibi fuerat 
dcputatum ex reformatione facta de mense proxime 
preterito, uelit uenire et legere, et multi sunt scolares 
instantes ut ad lecturam ipsius libri de cererò aliquis 
eligatur qui cupiunt ipsum librum audire, Vobis 
dominis Capitaneo Anzianis et Consullibus populi bo- 
nonie supplicant Rectores Vniuersitatis scolarium bo- 
nonie quatenus uobis placeat in Consilio populi bo- 
nonie proponi facere et firmari quod ipsi libere 
possint eligere vnum doctorem Ciuem bononie prò 
vno anno uel duobus proxime sequentibus ad lectu- 
ram ipsius libri cum salario deputato doctori forensi 



- i85 - 

ex. ipsa Reformatione. Et quod frater Gerardinus et 
frater Angelus de ordine fratrum de Sancto Gre- 
gorio generales depositari) pecunie et Averis Gom- 
munis bononie, qui nunc sunt, uel quiuis alius 
qui prò tempore fuerit possit teneatur et debeat sine 
sui preiudicio et grauamine de omni auere et pe- 
cunia Gommunis bononie que est uel erit penes ipsum 
doctori eligendo per eos dare et Soluere quantita- 
tem in dieta Reformatione expressam. Scilicet Gen- 
tum libras ben. quollibet anno. Et in omnibus et per 
omnia seruetur in Giue, et reformctur quod reforma - 
tum fuerat de forensi excluso quollibet nunc absente 
a Giuitate bononie vel qui luerit ad standum senis. 
Non obstantibus etc. 

In xpi Nomine amen. Hec sunt provixiones fa- 
cte per providum Sapientem et discretum Virum do- 
minum Gregorium domini lohannis de Bixanello Ba- 
rixellum Gommunis et populi Giuilatis bononie et 
per consilium ipsius approbate per dominos Gapita- 
neum Anzianos et Gonsulles presentis mensis ottu- 
bris. Quarum tenor talis est. 

die Septimo. Ottubris 

In reformatione Guius Gonsilii et Masse populi 
facto partito per dictum dominum Gapitaneum ad 
scruptinium cum fabis albis et nigris datis homini- 
bus in dicto Consilio existentibus per Bannitores Gom- 
munis bononie Et postmodum Restitutis per eos fra- 



— iSi") — 
iribus hcremitanis orJinis Sancii l.icohi strato San- 
cii lionati Kt connumeratis per duos ex liiciis Ira- 
tribus in prcsoiuia allioium I''ratrum et dicti consilii. 
IMocuit otc. 

Ilem facto partito per dictum dominam Capita- 
nciim Clini fahis albis et nigris mudo quo Supra. 
Placuit ponentibus fabas albas qui fuLTunt Numero 
Quingenti septuaginta quatuor quod Suprascripta po- 
sta que Incipit, Gum infra brcuc tempus debeat Stu- 
dium bononie Inchoari etc. Sit firma valleat et tc- 
neat et efifectui demandetur, ut scripta est et lecta fuit 
in presenti Consilio, dum tamen talis qui elligi debet 
per dictos Rect04-es Vniuersitatis et Vniuersitatem, Sit 
de parte Ecclesie et leremensium Civitatis bononie. 
UH vero quibus predicta displicuerunt et fabas ni- 
gras in contrarium posuerunt fuerunt Numero vi- 
gintiquatuor. 




ERCOLE GONZAGA 

ALLO STUDIO DI BOLOGNA 



ERCOLE GONZAGA 

ALLO STUDIO DI BOLOGNA 



I. 



Opera dell'intera esistenza d'un letterato, ma 
opera degna e gloriosa sarebbe la Storia dello Studio 
di Bologna. Da essa emergerebbe la grande impor- 
tanza che questa città ebbe sempre nello sviluppo 
intellettuale e progressivo d'Italia, dallo scorcio del 
sec. XI a tutt'oggi. 

Certo, la ricerca dei documenti, che sono infi- 
niti; la loro trascrizione; la necessità di render conto 
degli avanzamenti graduali delle scienze e delle arti 
rispetto alle condizioni politiche dei tempi; le parti- 
colarità bibliografiche, e tutto insieme il lavoro enci- 
clopedico , richiederebbero non solo « lungo studio e 
grande amore », ma anche molti collaboratori. 

Passerà quindi gran tempo , prima che ad onore 
di Bologna sorga quest'opera universale che parli del 
suo Studio, perchè sarà ben difficile trovare chi con- 
sacri la vita e i danari per un ideale così alto. 

Intanto, le memorie che quotidianamente si vanno 
pubblicando sul nostro rinascimento contengono quasi 
sempre notizie che riguardano allo Studio di Bologna. 



I()0 

NclV Archivio l'onclo (fase. 343) in un articolo 
dal titolo: « Libri, scuole, maestri allo stuJio in Ve- 
nezia nei secoli XIV e XVI, note di H. (leccliciii » 
trovo i seguenti appunti. 

Nel I3'>3, il celebre Plico di Prato, cardinale di 
Ravenna, è autorizzato ad acquistare 12,000 ducati 
d' iiiifrcstidi per rivolgerne il yro .7 « semper scolares 
depiitandi » in un collegio che voleva fondare a Bo- 
logna: « iiìinni Collegiiini scoLirium ad stiidcndiini , 
ut ejficiaiitiir probi )'/>/, sci I ice t de fdiis venetoruin , 
de Foroiulio , de Ravenna eie. » 

Del 1340, ai 26 di settembre è ricordato un La- 
dislao di Ungheria, scolaro che passava di Venezia 
recandosi a Bologna. 

Del 1343, ai 3 d'aprile, si riserva ad un Pietro 
.Marangone pievano di S. Paterniano l'impiego di 
notaio del Procnralor per due anni, durante i quali 
va allo Studio di Bologna. 

E a queste notizie, ne aggiungerò un'altra del 
i36q. A maestro Michele ab abacho del quondam 
Bindo Rodolfi già di Bologna, fu concesso privilegio 
di cittadinanza in Venezia per 15 anni. 



IL 



Che Pietro Pomponazzi fosse stato dottore nello 
Studio di Bologna e che fosse morto in questa città 
si sapeva, ma non si sapeva che Ercole Gonzaga ri- 
mase solo per lui al nostro Studio sino al giorno 



— igi — 

della morte di Pietro e che ne portò seco il cadavere 
a Mantova. 

Nel decimoterzo volume delle Memorie di Bolo- 
gna antica del Ghiselli, manoscritte nella Biblioteca 
dell'Università di Bologna, a pag. 454(2 maggio 1525) 
si legge: « Oppresso da mal d'orina morì Pietro di 
Giovanni Nicola Pomponaccio di Mantova, detto il 
Peretto, Dottore di Filosofia e Lettor pubblico in 
Bologna, in età di sessantaseite anni, e del cardi- 
nale Ercole Gonzaga già suo discepolo fu fatto por- 
tare il cadavero alla sua Patria et honorato d'una 
ricca sepultura. Fu anche suo discepolo Gaspero Con- 
tarino cardinale e Vittore Trencanella dottor famoso 
e Giov. Lanzio in filosofia. » 

Questa breve notizia , eh' io possedeva fra i miei 
appunti di storia bolognese, non era ampliata da nes- 
sun particolare d'altre cronache non poteva quindi 
prendere né pure la forma di un articolo. Molte cro- 
nache di Bologna finiscono con la signoria dei Ben- 
tivoglio, distrutta da Giulio II. Altre cominciano sullo 
scorcio del secolo XVI, e la cronaca Raniera ^ così 
mozza com' è, dà la prima notizia soltanto al settem- 
bre del 1535. Ben poco pertanto sappiamo degli anni 
in cui Ercole si trovò a Bologna e poco sapremmo 
di lui se Alessandro Luzio non avesse ora, in un suo 
articolo, (i) stampate varie lettere di lui, d'Isabella 



( I ) Ercole Gonzaga allo SlnJio di 'Oclogna. Estratto dal Giornale storico 
della Letleralura italiana. .Anno IV, voi. Vili, fase. 24. 



— I<)2 — 
d' l£slc, di Vincenzo dei l'ioti, di l.azaro lùionaniici 
e d'altri ancora , che conten^()no preziose notizie e 
particolari relativi alla nicnioria succinta del Ghiselli. 

MI. 

Ercole venne a Bologna sui diecisette anni, manda- 
tovi da sua madre consigliata a ciò dalla celebrità dello 
Studio, dalla vicinanza di Bologna a Mantova e dalla 
fama di Pietro Pomponazzi. A questi infatti ella lo rac- 
comandò con una lettera che porta la data dell' 8 di- 
cembre 1522. Tre giorni dopo Ercole arrivò a Bolo- 
gna e fu onorato d'un degno ricevimento, di cui egli 
stesso scrisse a Isabella: « Come ci aproximassimo a 
Bologna circa 'otto miglia et più, vedessimo una 
gran. ma cavalcata et avicinatosi l'una compagnia al- 
l'altra ritrovai che era il R.do S. Pirro de Gonzaga 
mio cusino con più de 60 cavalli de scolari tra man- 

tuani et de altre nationi Cavalcato più inanti di 

passo in passo ritrovavo ogn' hor grosse cavalcate et 
de scolari et anche de infiniti gentilhomini bolo- 
gnesi Il mio, da me molto amato, M.ro Petro 

Pomponazo con bon numero de virtuosi soi pari, lui 
anchor un gran pezo fori de la terra mi venne in- 
contro. Arivai con cossi bella et honorata compagnia 
de homini da bene, che certo erano più de 200 ca- 
valli, in Bologna circa le 23 bore, dove si vedevano 
al possibile pieni li portici et le strate di homini et 
di donne tutte le finestre. » 

Gli scolari d" allora, in certi desideri, non erano 



— i()3 — 
gran fatto differenti da quelli d'oggi. L'arrivo d'Er- 
cole Gonzaga doveva essere una ragione sufficiente 
per prendersi qualche vacanza, e infatti Vincenzo 

de' Preti ci dice che n non si potria imaginare 

l'allegria manifesta che si vede in questi scolari, li 
quali hanno fatto vacatione trei giorni, solamente 
per questo per potere honorare S. S.ria. » 

Il quattordici dicembre Ercole cominciò le visite. 
Visitò il Governatore, che discese a riceverlo sino a'piedi 
della cordonata di Bramante, poi si recò a sentir 
messa nella chiesa vicina di S. Salvatore. Ritornato 
a casa trovò un dono del Gonfaloniere e dei si- 
gnori Quaranta della città, il qual dono consisteva 
di marzapani, scatole di confetti, tor^e e candelotti di 
cera biancha^ salami, fagiani e pernici, con parecchi 
sacchi di spelta. 

Pietro Pomponazzi non volle esser da meno e 
gli mandò a regalare, oltre ad alcuni fagiani e per- 
nici , un vitello! 

Le visite poi non cessavano mai. « Non narrerò 
l'infiniti gentilhomini et scolari sono stati a far ri- 
verentia a S, S.ria, non li Lectori, non li Rectori de 
li Collegi] bastarammi concludere che tutta la no- 
biltà et homini da conto di questa cita sono stati a 

mostrare il core istesso al S.r mio et veramente è 

incredibile il numero infinito de gentilhomini che 
concorreno qui, ultra li scolari delli quali sempre si 
vedono piene non sol le camere et sala, ma tutta la 
loggia et cortile. » 

«} 



— l.,l — 

Or.\, un;i (.Ielle seccature più tcn;ici a Ikjlogna 
sono i suonatori ambulanti detti orbini, e gli organetti. 
La città musicale, la cittadella della Euterpe vecchia 
e nuova, tormentava anche allora coi piireri e le 
trombe. « Non narrerò alla Ex V. il numero de trombe 
et pifferi che sono stati a visitare il S.r mio, che troppo 
seria longo exponerlo! « 



IV. 



[/arcidiacono di Gabbioneta era quello che do- 
veva procurare a Ercole i professori. Lo stesso Pom- 
ponazzi gli consigliò Lazzaro Buonamici, intorno al 
quale l'arcidiacono dava alla Marchesa assai buone 
informazioni: « Ho parlato difusamente cum M.° La- 
zaro , qual ritrovo bavere una grandissima reputa- 
tione in questa Università, non solo per la ex.tia 
de le lettere, ma anchora per li costumi e le altre 
buone conditione sue. » Le comunicava quindi la ne- 
cessità di intendersi circa l'assegno a Lazzaro, talché 
la Marchesa quattro giorni dopo rispondeva: « Parmi 
che un homo tanto dabene et che è tanto in propo- 
sito di nostro figliolo quanto voi ne faceti fede, non 
si debba lassare per vinti né trenta ducati, che è una 
miseria » e contemporaneamente scriveva al Buo- 
namici. 

Questi le rispose in latino, una lettera che nel- 
l'opuscoletto del Luzio é datata i6 gennaio 1522, 
mentre evidentemente dev'essere del 1523, e prese ad 



— i()5 — 
insegnare ad Ercole. — Vincenzo de' Preti teneva sem- 
pre informata la madre dei progressi del figlio e ne 
lusingava l'amor proprio raccontandole gli onori fatti 
a lui e a lei anche in pubbliche lezioni e dallo stesso 
Pomponazzi , il quale non ricordava la marchesa se 
non con le parole Sanctissima Mater tua Isabella. 
I bidelli intanto, finite le lezioni, gli recitavano dei 
versi macaronici per tentare la sua liberalità, non 
dissimili anche in questo dagli odierni che augurano 
le buone feste .... in cattiva prosa. 

Nei primi mesi che Ercole fu allo Studio, Vin- 
cenzo de' Preti diede le piià minute notizie, che si 
contengono in brani di lettere ora pubblicate. Narrò 
alla Marchesa i lavori del figlio, le parlò delle lezioni 
del Pereto, del Buonamici e del giovine ripetitore 
Giov. Francesco Forno. 

Negli ultimi giorni del primo anno in cui Er- 
cole fu a Bologna accadde un fatto doloroso che non 
trovo registrato nelle cronache bolognesi che cono- 
sco di quel tempo. Lo racconta il Preti: « Heri (2 ago- 
sto) occorse uno caso qui, che uno Tulio romano 
scolaro, qual già molti mesi haveva differentia con 
uno m. Nicolò Bozale da Modena et canonico di 
quella terra, anchor lui scolaro, venne ad dimandare 
Francesco Ondino, figlio di m. Urbano, che volesse 
andare con lui a dare delle ferite al predetto Bozale: 
cossi di compagnia gli andettero et lo assalirono in 
modo che stati un pezzo alle mani quello Bozale 
cascò in terra, et 1' Ondino gli dette alhora tre ferite. 



— l()f> — 
una suso la testa, l'altre due iiclli lianciu, et stimasi 

siano ferite mortali Il Signor mio inteso questo 

venne in tanta colera, quanto sii possibile, di modo 
si ha cacciato di casa l'Ondino, nò per alcun modo 
vele che vi stij. » 



V. 



Il Gonzaga ritornò a studiare in Bologna nel 1524, 
e per parte anche del '25. Il Luzio, che ha consul- 
tato le lettere dell'Archivio di Mantova, ci dice che 
« di questi anni non abbiamo le stesse copiose noti- 
zie », ma che si sa « tuttavia che continuò con sem- 
pre maggiore alacrità negli studi » procurando anche 
d'imparare insieme al Forno, oltre al greco e al la- 
tino, l'arabo; onde lo stesso Forno scriveva al mar- 
chese Federico che Ercole aveva [ireso, appunto per 
far pratica d'arabo, a soi serviti] uno arabo nato in 
Africa. 

Quando arrivò a Bologna, Ercole già possedeva 
una libreria. L'arcidiacono ricordato scriveva in data 
del 12 dicembre 1322 « Questa matina esso proprio 
ha fato asetare tuli li soi libri. » In questa città 
procurò poi d'aumentarne il numero e scrisse anche 
al fratello Federico perchè cercasse d'aver la biblio- 
teca che il Colonna aveva preso, con lo stato, ad 
Alberto di Carpi. « Il S.r Alberto havia la più sin- 
gulare libraria de libri greci et latini che si trovassi 
in Italia, non ne cavando Roma. » Così scriveva 



— 197 — 

Ercole ed aggiungeva che bisognava far h richiesta 
sollecitamente « a ciò il S.r Prospero non ne dispo- 
nessi altrimenti, cosa che mi seria di gran.mo dispia- 
cere e danno. » 

Il Colonna si mostrò dispostissimo a cedere la 
libreria, per esser lui persona aliena da simile pro- 
fessione, cosicché Ercole mandò il Buonamici a Carpi 
perchè gli compilasse un elenco dei libri, ma sul 
più bello il suo desiderio cadde frustrato avendo 
Lionello Pio riacquistato Carpi. Del resto di que- 
st'amore del Gonzaga pei libri fa prova anche una 
lettera del Molza scritta nell'aprile del 1529. 

Come s' è visto il Pomponazzi morì nel maggio 
del 1323, e a questo punto la memoria del Ghiselli, 
già da noi riferita, aggiunge un pietoso aneddoto alle 
ricerche del Luzio. Non solo Ercole lasciò subito 
Bologna, non avendovi più a guida il suo grande 
concittadino e maestro, ma volle portare la salma di 
lui a Mantova per averne presso il sepolcro, mentre 
suggellava le lettere con un suggello che portava il 
ritratto del Pomponazzi. 




ORIGINI DELLO STUDIO RAVENNATE 



-s*-©©5:€?-^e= — 



ORIGINI DELLO STUDIO RAVENNATE 



Girolamo Rossi, il più noto e certamente il più 
autorevole fra gli storici di Ravenna , parlando dello 
Studio che anticamente fu in questa città, nota « qtiod, 
Theoderici Gothorum Regis tempore, Boetio, Cassio- 
dorio et multis praeterea doctissimis viris Ravennae 
existentibiis institutum ferunt. » ( i ) 

Il Fabri nelle Memorie Sagre ripete le stesse 
cose in guisa da non lasciar dubbio alcuno aver egli, 
secondo il solito, tradotto il citato periodo. Aggiunge 
però, come vedremo, due notizie che sulle prime pos- 
sono sembrare di qualche importanza. 

« Lo Studio Ravennate — egli afferma — cele- 
bratissimo anzi unico in tutta Italia fu istituito o, 
come altri credono, ampliato fin da tempi del Re 
dei Goti Teodorico, e nobilitato con la presenza e 
dottrina di Cassiodoro, Boezio e altri ingegni di 
prima classe. » (2) — È inutile dire che le parole 

(i) HiERONYM) RuBEi, Hìit. Rav. L. HI, i6i. — Venetiis, MDLXXXIX. 

(2) Le Sagre mcinorie di Rav. aulica di G'ROI-Amo Fabri. Part. I, 217. 
— Venetia, MDCLXIV. 



-202 — 

del liossi e più questo del secentista sono poi state 
riprodotte dagli storici successivi quasicchè avessero 
autorità di documento, (i) 

Vediamo innan/.i tutto come delle due notizie 
agL^iunte da Girolamo Fabri all'incerta del Kossi , 
luna sia alfatto gratuita , l'altra senza dubbio er- 
ronea. 

La prima trovasi nelle parole già riprodotte « o 
come altri credono ampliato lìn dal tempo del Re 
de' Goti. » All'incontro, non si conosce che da 
nessun antico scrittore sia stata pure avanzata la con- 
gettura che Ravenna possedesse uno Studio prima del 
regno teodericiano. Le opere sulle quali il Fabri ha 
compilate le sue Memorie Sagre sono conosciutissime, 
ed egli stesso si compiace di citarle con un'abbon- 
danza rimarchevole di note. A quel passo invece , 
benché egli mostri d'appoggiarsi all'autorità d'altri, 
il lettore cerca invano il sussidio d" una citazione, co- 
sicché a non volere accusar lo storico di malafede, 
c'è da supporlo almeno trascinato dalla foga di sod- 



(i) Il Fundamcitla | prò \ Conferenda In Ulroque Jurt Lati | rea Doclorali 
ah Almo Colle | gio Eccdlentissimorum \ D. D. Jurispcrilorum \ Antiqua Civi- 
tatis Ravenna | iuris et facti \ Jo. Caroli Pascoli Sancta \ Metropolitana Eccle- 
sia I Eiusdem Civitatis Canonici ac Patritij | Et | Ipsiiis Nobilissimi Collegij 
Jurisconsulti. \\ Ravenna MDCLXS.XVIU \ Typis Bernardini , Et Maìthai d» 
Petijs Impressorum \ Archiepiscopalium . » Q.uesto libro, tuttoché edito verso 
U fine del sec. XVII, è rarissimo e prezioso per la storia dello Studio rav. 
di quel secolo e dell' antecedente , — A pag, 3 leggesi ; « Unum fuit 
Gymnasium, ac famosissimmn Collegium in universam Italiam unicum , scientijs 
omnibus exornatum, Temporibus Teoderici Gothorum Regis an. Jjf6 a Partu 
l^irginis cxciiatum. 



— 203 — 

disfare a quell'orgoglio patrio, che purtroppo, suole 

spesso velargli la veridicità dei fatti. 

Tale dev'essere anche la causa che lo ha spinto 

ad affermare: lo Studio ravennate esser stato allora 

unico in Italia. 

È agevole stabilire l'erroneità d'una notizia così 

audacemente espressa. — Da varie lettere di Cassio- 
dorio rilevasi che ai tempi di Teoderico le scuole di 
Roma erano celebratissime e frequentate da studiosi 
che per tal motivo movevano da lontani paesi. Anzi 
Teoderico per accertarsi che i molti intervenuti non 
tralasciassero il corso de' loro studi, prima d'averli 
compiuti, ordinò, come vedremo ancora, che non po- 
tessero allontanarsi senza il suo consentimento, (i) 
Abbiamo inoltre l'epistola che quel Re fece scri- 
vere a Pesto acciocché permettesse a Filagrio di con- 
durre i suoi nipoti a Roma eloquentiae foeciinda 
mater^ per farli attendere allo studio. « Lo spettabile 
Filagrio che dimora nella città di Siracusa, stato con 
lungo ossequio nel nostro palazzo, pregò gli fosse 
concesso di tornarsene in patria. Questi presentò già 
i figliuoli di suo fratello in Roma per ragion di stu- 
dio. L'illustre tua magnificenza, trattenendoli, se- 
condo il nostro comando, li stanzii nella sopradetta 
città; né permetta che se ne partano, senza che di 
nuovo, con un secondo comando, noi l'ordiniamo. 



(i^ M. A. Cassiodoru sen., Oper. omn. studio J, Garelli. T. I. — 
Variar. Lib. I, epist. XXXIX. — Lih. IV, epist. VI. — Venetiis, 
MDCCXXIX, 



— 20.[ — 
Pcv tal modo trovino essi in te un protettore d' in- 
goiano; e nello stesso tempo si curino della nostra 
utilità. » (i) 

In un'altra lettera con parole di poco dillerenti 
ordina a Simmaco di dar facoltà a Valeriano d'ac- 
compagnare anch' egli nella gloriosa Roma i suoi 
lìgliuoli, i quali desideravano frequentare lo Studio 
in vantaggio della repubblica. — « Le domande ra- 
gionevoli dei supplicanti, di buon grado accettiamo, 
noi che anche non richiesti abbiamo la mente al 
giusto. Qual cosa infatti havvi di più degno che, as- 
siduamente e notte e giorno, attendere alla sicurezza 
della repubblica colla inviolata giustizia del pari che 
colle armi ? » (2) 

Alle scuole romane sono inoltre d'aggiungere le 
antichissime e famose di Milano ove fin dal .384 tro- 
viamo S. Agostino occupato ad insegnar Retorica. 
Il Tiraboschi inclina a credere che le scuole mento- 
vate nelle Dizioni Scolastiche da S. EnnoJio, vissuto 
a' tempi di Teoderico , sieno appunto le milanesi, 
senza disconoscere però il valore degli argomenti ad- 
dotti dal padre Capsoni in favore di quelle di Pa- 
via. (3) 

Alle pretese celeberrime scuole ravennati dove 



(i) Lib. I, Variar epist, XXXIX. 
(2) Lib. IV, Variar, cpist. VI 

(}) Tiraboschi, Storia della Leti, lini. — Voi. II, p.ig. 427 e Voi. Ili, 
P^SS . 39 ' 4' '" nota. — Modena, MDCCLXXXVII. 



- 205 — 
trovasi invece un'allusione? Se Teoderico cercò con 
cura sollecita che molti giovani frequentassero le 
prime, perchè non trovò anche occasione di racco- 
mandare quelle della sua capitale qualora veramente 
fossero esistite? Del resto, con qual criterio storico 
si potrebbe affermare che in allora esistessero senza 
il sussidio d'una memoria autentica? Non ad altro, 
pertanto, crediamo che si debba attribuire l'origine 
delle prime notizie — esagerate poi dagli storici mo- 
derni — sulle scuole ravennati, se non all'induzione 
solita, che trovandosi scuole in altre città italiane, 
alla capitale certo non potevano mancare. Alla quale 
ipotesi per l'appunto fu costretto anche il padre be- 
nedettino Garezio, parlando delle biblioteche eh' ei 
volle possedute in Roma ed in Ravenna da Cassio- 
doro, mentre la storia non ricorda che la biblioteca 
della città per prima ora mentovata. « Quemadmo- 
dum non in olio tantum Vivariensi , sed et aulicos 
inter strepitus scientias excoluerat Cassiodorius: ita 
qiiin et Romae et Ravennae, dum Gothicum Regnimi 
firmissimis fulciret praesidiis , Bibliothecam instruxe- 
rit , non ambigo. Romanae tnentionem ipse facit iti 
tractatu de Musica. In Bibliotheca, inqnit^ Romae nos 
habuisse etc. De Ravennate pariter dubitaturum ne- 
niinem reor , nisi forte voluerit temere omnino asse- 
rere , hac in urbe, id est, in ipsa Gothorum Regum 
sede, linde Theodorici , Athalarici , et successorum 
aetale , vel uno fere momento abesse Cassiodorio non 
licuit, musarum alumnum charissimum , nec non ac- 



ccrriint(ìiij[ìuli>rctii iiiusjs Uni loti^f) tcDiporis spali') 
negk'xisse. « (i) 

11 prof. Gottardo Garullo, nella vita tli Tcodc- 
rico, mostra di credere alle parole di l'rocopio, (2) 
il quale lasciò scritto che quel Re mai non volle che 
i giovani Goti frequentassero alcuna scuola, dicendo 
sempre che non potrebhe, a suo avviso, non aver 
paura del nemico colui che fosse uso a tremare da- 
vanti alla sferza del maestro. « Se questa testimo- 
nianza — egli aggiunge — poniamo a confronto con 
un'altra.... giusta la quale Teoderico, mentr'era gio- 
vinetto a Costantinopoli, non aveva voluto imparare 
neppure a scrivere il proprio nome credendo con ciò 
avvilirsi, non possiamo a meno di riconoscere che 
vicendevolmente si avvalorano. » (3) 

Quantunque questa congettura potesse servire 
a spiegarci perchè Teoderico mantenesse dapprima 
scuole e dottori in Roma, piuttosto che in Ravenna, 
ove prevaleva l'elemento gotico, nullameno a noi 
piace di seguire il Muratori, (4) il Tiraboschi , (3) il 
Gregorovius (6) e quanti altri riconoscono in quel 
sovrano un amore grande e disinteressato della no- 
stra coltura e delle nostre usanze, a lui inspirato da 

(i) Prefat. op. Cass. Pars. II, % 26. 

(i) Procop. I, 2, p. 4. De bello Gotìwrum. 

(}) Teoderico re dei Goti e degl' Italiani. Firenze 1879. Lib. V, 2J?. 

(4) Annali d'Italia. Tom. Ili, all' ann. 55$. 

(5) Op. cit. T. Ili, 2. 

(6) Sloria di Roma nel Medio Evo. Voi. I, 301. 



— 207 — 
Severino Boezio e più da Cassiodorio, cui certo de- 
vesi se allora parve risvegliarsi « negl' Italiani per 
qualche tempo quel vivo e fervido entusiasmo nel 
coltivamento degli ameni studi. » (i) Né certo a noi 
sembra che l'anonimo Valesiano, il quale narra che 
Teoderico scriveva il proprio nome con una lami- 
netta forata, autentichi con questo l'asserzione surri- 
ferita di Procopio, alla quale inoltre non poco con- 
trasta la notizia dataci da Cassiodorio, che cioè il 
Re goto volle la figlia Amalasunta istruitissima nella 
grammatica e nell'eloquenza. (2) 

È certo del pari che i Goti, i quali discesero e 
si stabilirono in Italia con Teoderico, furono da lui 
indotti in gran parte col nuovo Editto all'osservanza 
delle leggi romane, secondo la raccolta del codice 
Teodosiano. (3) « Si exteraruvi Gentium mores sub 
lege moderamur : si furi Romano servii, qtiidqiiid 
sociatur Italiae ; quanto magis decet ipsam civilitatis 
sedem legum reverentiam plus habere , ut per mode- 
rationis exemplum luceat gratia dignitatum? » (4) 
Così in una epistola diretta a Spezioso nel 509, e al- 
trove: Delectamur jure Romano vivere, qiios armis 
cupimus vindicare. Alle quali testimonianze ci sembra 
opportuno aggiungere quanto scrisse al Popolo ro- 

(1) TlRABOSCBI , Op. et loc. eh. 

(2) Lib. X, Variar, ep. IV, Lib. XI, epist. I. 

(3) De Savignt, Sloria del Diiillo Rem. nel Medio Evo. Voi. I, cap. V, 
pag. 191. 

(4) Lib. I, Var. epist, XXVII. 



— 20,S — 
mano Atalaiico , nipote e successore di l'codcrico: 
• Presso di noi il diritto dei Goti e dei Romani sia 
comune, né altra distinzione esista Ira loro, se non 
che si obbighino alla guerra a comune utilità sol- 
tanto i primi. » (i) 

Per tutte le cose fin qui esposte ci pare che ben 
altra debba esser la ragione per la quale il re Goto 
non tondo in Ravenna uno Studio, se non forse 
nello scorcio del lungo suo Regno, 

Quando, correndo l'anno 500, Teoderico entrava 
trionfalmente in Roma, come già Cesare e Valenti- 
niano, fra l'entusiasmo dei cittadini, che avevano ap- 
preso ad amarlo per la sua giustizia e per « la sua 
pieghevolezza ad accogliere nel reggimento dello stato 
le forme antiche di governo», (2) nell'animo suo un 
forte desiderio certo si fece strada col sentimento di 
giusto orgoglio, che confessò al popolo quando gli 
promise « che coll'aiuto di Dio egli avrebbe mante- 
nuto in vigore ed in onoranza tutti gli ordinamenti 
ch'erano stati dati dai Principi che l'avevano prece- 
duto I). E quello fu certo il desiderio di governare 
ai sudditi dalla vecchia sede degl' imperatori. 

I pronti ristauri de' sontuosi monumenti romani, 
non escluso il palazzo dei Cesari, le mura, le cloache 
e gli acquedotti ; la costruzione delle nuove fabbri- 
che, per cui assegnò le rendite ricavate dalle dogane 

(i) Lib. vili, Var. epist. III. 

(.2) Grugorovius, Op. cit. T. I, 306 e seg. 



— 209 — 

dei porti di Lucrinia, sembrano rivelare la sua deli- 
berazione di porre stabile sede in Roma. E come ciò 
non bastasse, è d'avvertire all'incontro l'abbandono 
in cui dapprima fu lasciata Ravenna. I monumenti 
costrutti da Teoderico in questa città risalgono certo 
agli ultimi anni del regno, quando forse, per cause 
che non conosciamo, egli aveva perduta la speranza 
o deposto il desiderio d'abitare l'eterna Roma, come 
sembra far fede il veder trasportati a Ravenna i marmi 
del palazzo pinciano. 

Di qui la confusione degli storici nell' attribuire 
la costruzione di quei monumenti a lui o ad Amala- 
sunta che forse non fece che condurli a compi- 
mento, (i) E notevolissime sono in proposito le se- 
guenti parole dell'anonimo Valesiano, (2) dalle quali 
apprendiamo che Teoderico non giunse nemmeno 
ad abitare il palazzo che certo nello scorcio della sua 
vita avea fatto costrurre in Ravenna. « Palatium usque 
ad perfectum fecit quem non dedicava » c\x\ il dottis- 
simo Zirardini appose: « La parola dedicare niente 
altro in tal caso significare se non che usui dicare, 
o sia porre in uso la cosa fatta .... ciocché già fu 
osservato e con buone autorità stabilito dal dottis- 
simo Is. Gausabono ad Sveton. lib. II e assai più 



(i) Flavio Biondo, hai. ilttutr.; in Romandiola , Ij6. — Artmanno 
ScHtDtL in Chroiiic. — • Gir. Rossi, Op. cit. Ili, 127. — G. I'abri, Opera 
citiUJ. 1 , 285. 

(i) Rcr. lui. Scrq-'l. T. XXtV , col. 656. 

14 



— 'J 1 1 ) — 
ampiamente poi è stato confermato (.iaircriulitis.simo 
Mazzocchi. » (i) 

Quale sia la conclusione, a cui inti-iiiliamo ani- 
vare per le cose dette, è ben facile incUninarc. Teo- 
clerico favorì le scuole di Roma, né pensò tosto a 
fondarne nuove in Ravenna, nella speranza — come 
dicemmo — di poter stabilir la sede in quella glo- 
riosa città. Le memoi ie più su riprodotte favoriscono 
singolarmente quest'opinione Certo non e improba- 
bile, che quando, per dirla col Sigonio, siiperiuritìn 
Imperatorum exemplo Ravennac Regni sedem firma- 
vit, pensasse a nobilitare d'uno Studio di grammatica 
e d'eloquenza (non mai di legge) la nuova capitale. 
Infatti se l'assoluto silenzio delle V.iric riguardo le 
scuole ravennati, il favore di Teoderico per le ro- 
mane e altro sembrano mostrare che per lungo tempo 
scuole in Ravenna non esistessero, le memorie invece 
che compaiono subito dopo la morte, lasciano sup- 
porre ch'e' le volesse fondate verso la line, quando 
appunto intendeva all' incremento di tutta la città. 

E appunto si vogliono a quel tempo in Ravenna 
alcuni uomini illustri intesi ad emendare dagli errori 
de' menanti vari codici. — Il Sirmond trovò nei libri 
manoscritti di Macrobio la nota Aurclius Mcìuìiiìus 
Symmachus V. C. emendcibcim Ravennae citiìi Mj- 
crobio Plotino Eudoxio. (2) Non possiamo certo sta- 



(1) EJlf. prof. Pan. I, 99. — Faenza, MDCCLXII. 

(2) SiRM. ad S'Jon. Lib. V , Epist. XV. 



— 211 — 
bilire qual fosse questo dei tanti Simmaco vissuti 
ne' secoli V e VI. Antonio Zirardini però scrive che 
potrebbe « essere stato per l'appunto quei Simmaco 
che per ordine di Teoderico fu ucciso in Ravenna » (i) 
avendo egli que' nomi istessi. Così il CoUer nella sua 
edizione di Valerio Massimo pubblicò una lettera 
nella quale si dice che al libro X, il ms. di Pietro 
Danielo aveva queste parole « Feliciter Emendapì de- 
scriptum Ravennae Helpidius Domnulus V. C. » (2) 
Intorno la metà del sec. VI troviamo allo Studio 
ravennate il poeta Venanzio Fortunato vescovo di 
Poitiers, di cui Paolo Diacono scrisse: Deniqiie For- 
tunatiis natus qnidem in loco ^ qui Duplarilis dicitur , 
fuit, qui locus haud longe a Cenetensi Castro vel 
Tarvisiana distai Civitate, sed tatnen Ravennae nutri- 
tus et doctus in arte Grammatica sive Rethorica seu 
etiam metrica clarissimus extitit. (3) Al Muratori 
piace di porre la partenza di Venanzio da Ravenna 
al 564. Questa è la prima ed esplicita memoria che 
le storie oflrono sulle scuole nostre, memoria lumi- 
nosamente confermata da alcuni versi dello stesso 
Venanzio 

« 

Inde Ravennatem piaci fam pete dulcius urbem 
Pulpita etc. (4) 

(i) Ed. prof, di Rav. aut., pag. 204 e 297. 
(2) Valer. Mass. Lib. X ( ediz. Leida, 1726). 
(5) Lib. Ili, De Gest. Long., cap. XIII. 
(4) yUa S- Martini, lib. IV. 



iK-i qiKili r;iccoiit;i d'essere, insieme ad un suo amico, 
ijuarito miracolosamente ili mi grave mal d'occhi 
ungendosi coli' olio delie lampade appese in Ss. Gio- 
vanni e Paolo di Ravenna, chiesa tuttora esistente. 
Perciò il r^rower nella vita di quel poeta non si 
peritò d'asserire che fin dai tempi di Teoderico so- 
levano concorrere a Ravenna molti desiderosi d'ap- 
prendere le belle lettere e le leggi. Fra gli altri no- 
mina il ligure Aratore, (i) il quale dapprima studiò 
sotto Deuterio a Milano o a Pavia e che fu certo a 
Ravenna sotto Atalarico con un ulTicio nella Con- 
grega^ione dei Privati. (2) .Anzi notevolissima è una 
sua epistola a Partenopio, pubblicata dal Sirmond, (3) 
dove fra le altre cose si legge: « Poiché ci trattene- 
vamo nella stessa abitazione nella città di Ravenna e 
ospite intento notte e dì t'era presso, quali nomi tu 
a me dottamente celebravi ! » 

His quoniani Liribus teneb.iniiir in Urbe R.iveiiìi.ie 
Hospes hians aderam nocte dieque libi. 

Quos mihi tu libros , quae nomina docte sonabas ! 
Quanta simul repetens Codicis instar eras! 

Caesaris historias ibi primum te duce legi , 
Quas ut ephenieridas condidit ipse tibi. 

Pei brani citati delle lettere di Gassiodorio e per 
altre autorità colle quali si dimostra come Teoderico 

(i) Vita Venati. Fori., e. H. 

(2) Cfr. RuBEi, Hisl. Rav. , Lib. Ili, 152. 

(}) Oper., Tom. I, col. 1147. 



— 213 — 
non solamente ritenne ed onorò i Magistrati della 
repubblica e dell' impero romano, ma indusse i suoi 
Goti all'osservanza delle loro leggi, alcuni pensarono 
che del pari allo studio delle lettere fiorisse in Ra- 
venna come in Roma quello del Diritto. Il padre Pier 
Paolo Ginanni crede invece che questo non sorgesse 
che sotto Giustiniano, quando nel 534 (essendo con- 
soli Paolino e Dezio Teodoro), condotta a fine da 
Triboniano la raccolta delle leggi, quell'imperatore 
la fece pubblicare ed eseguire in tutto il suo imperio. 
« Allora veramente — nota il Ginanni — l'Italia, e 
Ravenna specialmente, erano sottoposte ai Re Goti, 
ma Giustiniano per vendicare la morte della Re- 
gina Amalasunta fatta uccidere dal re Teodaato suo 
marito, dichiarò ai Goti la guerra; (1) quindi Teo- 
daato per placare lo sdegno dell' imperatore per mezzo 
di un suo ambasciatore pregò Giustiniano a conser- 
var seco la pace e promise in tutto di ubbidirlo (2) 
« quia totum illud desideramus efficere ^ qiiod vestro 
nequeat judicio disciplere. » (3) Allo storico ravennate 
sembra ragionevole supporre che allora l' imperatore 
facesse in Italia e massime in Ravenna pubblicare le 
sue leggi. Del resto, egli aggiunge, se ciò allora non 
potè seguire, accadde certamente quando Giustiniano 
pubblicò la Costituzione. Il Tiraboschi è invece del 

(i) Jordan, de Rebus Gotic. , cap. LXXXVJII. 
(2) Lib. X, Var. epist. XIX. 
(5) Disj, epist. sulla Leller. Rav. (C749), pag. 58. 



~ 1\.[ — 

parere, che lìnchò i (ioti regnarono in Italia « o vi 
sostennero la L;ucrr.'i contro ai Greci, la cjiiale ebbe 
principio poco dopo la pubblicazione del codice di 
(Giustiniano, il codice di Teodosio continuasse a servir 
di norma o di regola nei giudizi. Ma dappoiché di- 
strutto il regno de' Goti, l' Italia ricadde in potere di 
Giustiniano, questi ordinò che le sue leggi vi l'ossero 
ricevute e pubblicate. « (i) li noto che ciò avvenne 
soltanto verso la metà del sec. VI. 

Vuoisi inoltre che fra le scuole che forse Teode- 
rico aprì in Ravenna, fosse quella di giurisprudenza, 
avendo quel Re stabilito come abbiam veduto, che le 
leggi romane ritenessero la loro autorità, e trovando 
in Roma chi s'esercitava nello studio d'esse come 
risulta dall'Editto, cui pubblicò Atalarico, nel quale 
ingiunge al Senato di ridare lo stipendio ai profes- 
sori di Grammatica, d'Eloquenza e di Legge, nelle 
scuole romane. Ma anche a quest'ultimo riguardo 
dobbiamo ripetere che non si trova notizia alcuna in 
favore di Ravenna. 

Se allora e anche più anticamente fu in essa 
qualche giureconsulto, non è cosa che afforzi abba- 
stanza l'ipotesi,- poiché è certo che alla Corte se ne 
doveva trovar sempre qualcuno per la pubblicazione 
degli editti, pei provvedimenti immediati e la discus- 
sione delle leggi. 

Così ad esempio Onorio trovandosi in Ravenna 

(I) Op. cit. , T. Ili, lib. I, 70. 



— 215 — 
del 423 (consoli Asclepiodoto e Mariniano) fa scri- 
vere una lettera al Senato romano, della quale ri- 
mangono quattro frammenti nel codice di Teodosio, 
de causis criminalibus ffarumqiie jure et ordine, (i) 
Così la novella di Valentiniano III de Indulgentiis 
Reliqiiorum fu senza dubbio scritta in Ravenna nel- 
l'anno 438. Ignorasi infatti che 1' Imperatore in quel 
medesimo anno pubblicasse altra legge e in altra 
città: poiché, andato a Costantinopoli nel 437 per le 
sue nozze, ritornò sull'esordio del seguente anno 
colla sposa, come si ha anche dalla Cronaca di .Mar- 
cellino, che, sotto il consolato di Fausto e al XVI anno 
dell'impero Teodosiano, ossia al 438, scrive: « Va- 
lentinianus Imperator ciim Eudoxia Uxore Raven- 
nani ingressus est. » (2) — Così finalmente, secondo 
il Codice Ottoboniano, anche l'altra novella de red- 
dito jure Armorum sarebbe stata pubblicata in quella 
città del 440. (3) 

Aggiungi che sotto il regno di Teoderico sali- 
rono in fama nell'esercizio dell'avvocatura Decorato 

(i) Imp. Theodosii Jun. et Vcihntinimii 111. Novellae Leges ex Ottobo- 
niano Ms. Cod. edite da A. Zirardini. Faenza, 1766, pasj. 575. 

(2) Op. eh., pag. 229. 

(3) Op. cit. , pag. 302. — Vedi nei Mss. Spreti ( Classense rav. ) tra 
una miscellanea (XVI, t. 7) di memorie storiche, un opuscolo di D. Carlo 
ScUTTELARi rav. dal titolo « Leges reperite in loto Corpore Juris Civilis, quai 
in antiqua Civitalae (sic) Rbavenmt Imperaiores Condiderunt. u — Quel buon 
prete non fece che trascrivere con molti errori una ugual raccolta di Gian 
Pietro Ferretti, vescovo di Lavello, che si conserva ms. nella stessa Bi- 
blioteca. (Se. 85, ord. XV, A.). 



— -iT, — 
e Onorato, (i) Di quest'ultimo il fìrutcro riproduce 
ropitnlTìo, ove nel penultimo verso è detto fiiscibiis 
insii^iiis. (2) — Di quali fasci? chiede il Zirardini. — 
Fuor di dubbio quelli della Questura (così giusta- 
mente osserva il Sirmond) alla quale lo aveva pro- 
mosso Teoderico come appare dalle Wìi'ie di Cassio- 
dorio. (3) Onorato successe al primo nella stessa carica, 
e altri avvocati furono assunti ad ulllci aulici e a di- 
gnità dal Re goto e da' suoi successori. 

Nel 539, o, come altri vuole, nel 540, Ravenna 
passava agli imperatori d'Oriente. Quando Giusti- 
niano, per opporsi all'esercito vittorioso di Cosroe, 
che aveva invase e saccheggiate la Mesopotamia e la 
Soria, pensò di desistere dalla guerra contro ai Goti 
e di richiamare Belisario, i Re Franchi mandarono 
ambasciatori a Vitige proponendogli un aiuto di cin- 
quecento mila combattenti. 

Belisario a sua volta non tardò ad avvertire il 
Re goto del pericolo in cui sarebbe incorso qualora 
s'accordasse coi Franchi; e fece tanto che i legati 
imperiali cunchiusero un negoziato di pace, pel quale 
i Goti dovevano ritirarsi al di là del Po. Ma il capi- 
tano bizantino, dopo essersi rifiutato di sottoscrivere 
questo patto, con un pugno di gente entrò in Ra- 
venna e soggiogò la nazione gota. 

(i) Sirmond, Ad Annoti. Lib. II, Epist. 2S. 

(2) Aiiliq. Inscript. , pag. 1175. Num. VI. 

(5) Var. Lib. il, episi X\.VIU, Lib. V, IL), m e IV. 



— 217 — 

Nei primi anni del nuovo possesso, grandi e ma- 
ravigliosi edilìzi sacri e profani s'aggiunsero ai pree- 
sistenti, cosicché la città raggiunse il suo più alto 
splendore. Allora forse, come pensa Donato Anto- 
nio Asti, (i) nella città imperiale sorsero le scuole 
di giurisprudenza, la quale mirabilmente rifioriva per 
opera di Giustiniano, e che appunto nel suo risveglio 
abbisognavi di nuovi e numerosi cultori! Infatti tosto 
troviamo che, nel 548, « a Doctoribus Ravennatis Gy- 
miiLisii... aliqui putant conditum Infortiatum , aliqui 
repertum , ciim diu latiiissét. » (2) 

Ma la grandezza di Ravenna dura poco ancora. 
Il dominio greco cominciò a segnare la sua deca- 
denza, poiché la maggior parte degli Esarchi che la 
dominarono dal 568 al 751, non fu che strumento di 
concussioni e di ruina pel paese. NuUameno anche 
dalle poche testimonianze che restano è lecito affer- 
mare che lo Studio durò per tutto il tempo del- 
l' Esarcato, come piacque a Vincenzo Gravina (3) e 
all'Asti su citato. 

Non è del nostro lavoro intrattenersi sulla costi- 
tuzione giudiziaria della signoria greca, del resto 
egregiamente esposta in recenti studi, massime tede- 
schi, e in gran parte sui documenti ravennati. Giova 
però notare che sino dal 625 i tabellioni di Ravenna 



(i) Dell'uso della Ragion Ch'Ut. Lib. II , cap. I. 
(2) RuBEl, Hiit. Rav. Lib. Ili, 161. 
(3) De orig. Juris. Gap. CXXXIV. 



— ">iS! — 
formavano un;i corporazione. In un papiro pul)l)li- 
cato dal Marini e appunto mentovato il Primico-iiis 
Scliolje Forciisitiin (^iyitjlis Rjvcnii.itis si'ii ('.Lis- 
sensis. ( 1 ^ 

Né sono di poca importanza i moltissimi docu- 
menti letterari che restano di quei secoli, sia nelle 
storie che noi monumenti, come non è anche di poca 
importanza il trovare che allora fiorirono in Ravenna 
uomini dottissimi Primo de' quali è certo quel (ìio- 
vanniccio scribj fcritissiì)iits , in scriptiirìs docliis , in 
sapientia faciindu:\ , in Consilio providus , in sermone 
verax , caiitus eloquio, omnique scientia plenus, nobi- 
lissimis ortus ncitalibiis , {2) il quale per ordine di 
Giustiniano II fu fatto morire «a guisa di un sorcio 
rinchiuso fre due muraglie. » — Lo storico racconta 
che all'esarca Teodoro li, il quale cercava un segre- 
tario che gli scrivesse gli editti e le lettere, fu pro- 
posto Giovanniccio. Quando questi comparve in- 
nanzi, egli dovè ridere veggendolo breveni forma et 
indecorosum aspcctu. Ma poi presa un'epistola in lin- 
gua greca, di Costantino Pogonato, gliela porse perchè 
legesse. Allora Giovanniccio tranquillamente: « Piace 
al Signore che la legga in greco o in latino? » — 
A queste parole l'Esarca restò maravigliato, e più 
quando portagli invece una scrittura latina, il piccolo 
e deforme poeta la lesse correntemente in greco! 



(i) Marini, Papiri N. no, liti. 38. 

(2) Andrea Agnello, Lib. pont. Vila S. Theodori. Gap. II, 506. 



DANTE ALLO STUDIO DI RAVENNA 



DANTE ALLO STUDIO DI RAVENNA 



I. 



Adolfo Borgognoni, sin dal 1865, scrisse un arti- 
* colo, nella sua brevità molto importante, sugli sco- 
lari di Dante in Ravenna, (i) Dieci anni dopo, volli 
riprendere quell'argomento e, datomi a far ricerche, 
vidi crescer tanto il volume delle notizie, che deposta 
la prima idea dell'articolo o dell'opuscolo, continuai 
senza fretta, ma senza interruzione a porre ordine 
alle notizie rinvenute. 

Raccolsi infatti memorie sufficienti per rifare la 
storia della dominazione polentana e la vita special- 
mente di Guido Novello; documenti preziosi di Men- 
ghino Mezzani e di Pier Giardini, e altri compro- 
vanti la veradicità di certe allermazioni del Boccacci. 

Non so quando o bene o male finirò quel la- 
voro. Ho sempre avuto poco affanno; ora poi non 
ne ho più affatto, perchè in molte memorie pub- 
blicate nel corso d'otto anni, non ho trovato il più 
piccolo accenno a quanto credo che formi la parte 

(l) Il Rdveanuti:. — Gu^^^elta del Cintcnaiio di Dante — Anno li, n. jS. 



— -Ili — 
nuova dolio mio ricerche, e io credo anche perchè 
quel po' che pubblicai in una polemica avuta con 
r Imbriani ti) e stato subito discusso o accettato dai 
più autoiovolii biografi dell'Alighieri. 

Ad esempio: sulla fede lii parecchie memorie 
scrissi che Dante non fu a Ravenna cortigiano nello 
salo di (juido Novello, ma fu dottore di retorica vol- 
gare allo Studio. La notizia, se non m' inganno, oltre 
essere notevole per sé stessa, è anche bella per la 
dignità del nostro poeta, cui più non avvilisce lo 
scendere e il salir per l'altrui scale; importante per 
la storia de' nostri Studi, che novera così una gloria 
di più; ed è in fine (perchè tacerlo?) soave a me 
ravennate che v^ggo crescere per essa un titolo di 
gloria all'antica patria. 

Allo SchefTer-Boichorst piacque d'accettar la no- 
tizia e di riprodurla nella vita di Dante, mentre lo 
Scartazzini nel Dante in Germania ^ dapprima dub- 
bioso, la sostenne poi. Ecco le sue prime parole: 
« Corrado Ricci propugnò la tesi, chiamandola prima 
modestamente ipotesi, e poi fatto acquisito dalla 
storia, che a Ravenna Dante insegnava relorica vol- 
gare, non privatamente, ma nello Studio che era al- 
lora in quella città. Lo Scheffer-Boichorst accetta dal 
canto suo 1' ipotesi e la propugna. In quanto all' ipo- 
tesi, che veramente non è priva di fondamento, non 



(0 Quando nacque Dante di V. Imbruni — \apoli, Mnrgliieri, 1879. — 
Cht Ddìile probabilissimamente nacque nel i)6ii — Xapoli, Marghicri, 1879. 



- 223 — 
sappiamo per ora né accettarla, né combatterla. Pro- 
pendiamo ad accettarla, ma non essendo ancora con- 
vinti, diremo che per noi la questione è ancora pen- 
dente, (i) » Ma poco più avanti ritrovo : « Gli studi 
degli italiani Olindo Guerrini e Corrado Ricci, del 
tedesco Scheffer-Boichorst e di altri, hanno reso pro- 
babile e poco meno che certo, che Dante non andò 
continuamente errando di paese in paese, di città in 
città e di castello in castello , ma passò gli ultimi 
cinque o sette anni della sua vita a Ravenna, dove 
ebbe dimora stabile. Hanno pure reso probabile e 
poco meno che certo, che la posizione del Poeta a 
Ravenna non era quella di esule mantenuto ma che 
egli vi era come lettore di retorica volgare nello 
Studio e vi fece parecchi scolari in poesia e massi- 
mamente nella volgare. Questi risultati, importantis- 
simi già per sé stessi, aprono a nostro avviso la via 
alla migliore intelligenza eziandio di quanto agli altri 
anni dell'esilio di Dante si riferisce. (2) » Da queste 
parole, si comprende che la persuasione non è lon- 
tana. Infatti lo Scartazzini finisce per dichiarare espli- 
citamente in una nota : « Un ripetuto esame ci co- 
stringe ad ammettere, che veramente l'Alighieri era 
a Ravenna in qualità di lettore o insegnante. » (3) 



(i) 'Dante in Germania — Storia letteraria e bibliografica dantesca ale- 
manna per G. A. Scartazzini. Milano, 1885 — Parte II; Appendice, p. 302. 
(2) Op. cil. II, 325. 
(5) Op. cit. II, 302, nota I. 



— 22.| - 

II. 

I.c cose con min sncidisfnzionc cimiio a questo 
punto, quando nella 17/. ? ,// DauIi' d'Adolfo Rartoli, 
lessi: •' Int;egnosa è l'ipotesi del Uicei, che hante 
fosse a Ravenna lettore di retorica volj^are. » (i) 

Ipotesi? Perchè? — Ingegnosa? Come? — Ve- 
diamo un po' le notizie in proposito, cominciando 
da alcune che riguardano lo Studio ravennate. 

Girolamo Rossi nel secolo XVI asseverò che fu 
fondato da Teodcrico e, nel secolo seguente, il h'ahri 
aggiunse che allora era il solo e per di più ch'era 
anteriore al re goto. Di tali aHermazioni abbiamo 
parlato nella nota storica sulle Orif^ini dello Studio 
ravennMe. Giova però ripetere che da ricordi poste- 
riori a Tcoderico possiamo inferire che verso la fine 
del suo lungo regno fossero là instituite scuole di 
grammatica e di eloquenza, che certo non esistevano 
prima, essendo che egli raccomandava quelle di Roma. 
La prima memoria autentica è quella di Procopio 
nell'anno 564, relativa a Venanzio Fortunato. Lo 
studio delle leggi fu poi aggiunto quando la città era 
degl'imperatori d'Oriente. D'allora le scuole rave- 
gnane continuarono a traverso tutto il medio-evo 
come si può asserire nella fede degli storici e dei 
documenti. {2). 

(i) Storia della hlleralura italiana. Tom. V. Della Vita di Dante. Fi- 
renze , Sansoni, 1884. A pag. 305. 

(21 Vedi la memoria precedente sulle Origini dillo .5(«./io ravennate 



— 225 — 
Là nel secolo X troviamo quel maestro Vilgardo 
che passa per dannato perchè si dà allo studio dei 
classici, onde la leggenda che i demoni gli appari- 
vano di notte sotto le forme di Virgilio, d'Orazio 
e di Giovenale; là troviamo Pier Damiano che di- 
scute cause legali con dottori dello Studio; là nel 
1268 per invito del Senato ravennate troviamo un 
Pasio della Noce, e nel 1333 (dodici anni dopo la 
morte di Dante) Giovanni di Giacomo dal Bando 
cesenate, come narra il Garrari nella inedita Storij 
di Romagna, (1) si reca a leggere logica, medicina, 
filosofia ed astronomia. 

Ma v' ha di più. Lo stesso storico riassume al 
1304, (2) prima adunque della andata di Dante a 
Ravenna, un documento in tal modo: « Condussero 
similmente Leone da Verona a leggere grammatica 
et logica alla gioventù ravignana con salario di 25 lire 
ravignane. » 

Dunque quando Dante andò a Ravenna, lo Studio 
non solo esisteva, ma come è facile provare, traver- 
sava un periodo di floridezza. 



IH. 



Alcuni hanno chiesto: «Ai tempi di Dante s'in- 
segnava retorica volgare? » 



(i) Manoscritta nella Classense di RavL-ima. Ad ann. 
(2) Carkari: Lib. VI, ad ann. 

'S 



La domanda non lascia supporre in loro una 
piando erudizione! 

Chi non conosce il Fiore di retorici di fià Gui- 
dotto da lìologna , (i) e il 'l'r.Ul,i/o delle rime voi- 
i,M'"' /* (-) Chi non sa che Giovanni Bonandrea da 
Bologna morto proprio nell'anno in cui morì Dante, 
dopo aver sin dal 1312 insegnata retorica nel patrio 
Studio, scrisse la Brieve introdupone a dettare! S'ag« 
giunga anzi che dai versi seguenti , coi quali comin- 
cia, si ricava eh' e' la dicesse agli stessi discepoli 

Di Bologna natio questo Autore , 
Nella città studiando dov' ò nato 
Con allegrcza e maairal amore 
'Ai giovtinì scolar questo trattato 
Brevemente compose. ( 5) 

E per finirla, lo stesso De vulgari eloquio non è 
forse un trattato beli' e buono di retorica volgare? 

(i) Vedine l'edizioni citate dallo Zambrini « Le cperemotgari a slampa 
dei sec. XIII e XIV. Bologna, Zanichelli 1878. » col. 499 e seg. — Cfr. anche. 
A. Gazzani, Fr. Guidollo da Bologna. Bologna, Azzoguidi, 1884. 

(2) Il Delle rime volgari, Iraliato di Antonio da Tempo giudice padovano, 
composto nei i}}2, dato in luce integralmente ora la prima volta per cura di 
Giusto Grion. Bologna, Romagnoli. 1869. » 

(}) Pubblicata dallo Zambriui , Bologna 1854. Non è del tutto inu- 
tile ricordare qui che si hanno anche dei trattati del sec. XIV in lingue 
romanze ; oltre i Trailés calalans de grammaire et de poétique pubb. da 
P. Meycr nel num. 25 della Romania, si possono citare i due importantis- 
simi Le donali^ prcensals e Las rasos de trcbar pubbl. da E. Stengel , .Mar- 
burg 1878. 



— 227 — 

Del resto, come il Boccaccio e Saviozzo polevan 
dire che Dante attendeva a quell' insegnamento se 
questo allora non fosse esistito? Certo non lo inven- 
tarono loro ed erano lontani da Dante appena tren- 
t'anni! 

Ora che sono tolti gli ostacoli, dirò così, esterni , 
veniamo alle testimonianze per le quali penso che 
l'Alighieri fosse appunto dottore allo Studio. 

Il Bartoli e Pasquale Papa (i) scrivono che io l'af- 
fermo sulla sola autorità del Boccaccio e di Saviozzo 
che gli è posteriore. Il primo infatti narra che il 
Poeta in Ravenna « fece più scolari in poesia e mas- 
simamente nella volgare loquela » (2); l'altro: 

« Qui cominciò a legger Dante in pria 
Retorica viilgare e molti aperti 
Fece di sua poetica armonia. » (5) 

Vedremo più avanti perchè l'affermazione del Bar- 
toli e del Papa non mi sembrano definitivamente 
accettabili. Ma intanto mi si lasci domandare: « Se 
anche la notizia fosse data soltanto dal Boccacci, 
perchè la non si dovrebbe credere? » 

Oramai, mi sembra che i letterati italiani doves- 
sero avere un po' più di fede nelle parole del grande 

(j) S'-ti quiiilo volume della Storia della letteratura ilaliaiui pel prof. AJilff 
Biirloli ; note di PAsauALt Papa. — Firenze, AdemoUo , 1884. p. 12 e scj;. 

(2) Vita di Dante. Firenze, Le Monnicr , i86j. Pag. 27. 

(3) Rime di M. Ciho da Piittia e d'altri del sec. XIV ordinate da Giosut 
Carducci Firenze, Barbera, 1862. Pag. 575. 



cortaKlesc, dopo che parecchi liiimio dovuto ritirare 
lo accuse o parte delle accuse di falsila di clic l'ave- 
vano tacciato. 

L'altr' ieri, 1' imbriani nega al Boccaccio che sia 
esistito Pier Giardini , e si scoprono parecchi docu- 
menti del notaio Pier (jiardiiii in date corrispondenti 
all'esilio di Dante in Ravenna; ieri lo stesso l5;iitoli 
nega al Boccaccio l'esistenza di Beatrice di l'olco 
Portinari ed oggi è costretto a riconoscerla vissuta 
dopo che Pietro Alighieri ricorda Beatrice Porliii.iri 
come donna amata dal padre suo. (i) 

Tanto r Imbriani che il Bartoli hanno meritata 
la lode di tutti gli studiosi mostrando che lo scopo 
degli studi è La verità, e non persistendo nelle ipotesi 
dapprima divulgate; ma da simili esempi dovrebbe 
emanare eziandio un po' più di rispetto pel Boccaccio, 
cui l'essere stato buon novelliere nel Decamerone , 
non toglie che possa esser stato storico del pari 
buono nella Vita di Dante. 



IV. 



Noto, seguitando, un altro passo ove si fa me- 
moria di Dante come insegnante di retorica. Non nego 
al Papa che possa derivare dal Boccaccio. Sarà benis- 
simo. Ad ogni modo serve a dimostrar sempre più, 



(i) Storia della Letleralura ilaliana. Voi. VI. Delle opere di Dante 
Alighieri Parte I — Firenze, Sansoni, 1887 — Pag- 14, in nota. 



— 229 — 
come al Boccaccio si rivolgessero con fiducia gli sto- 
rici più a lui vicini. 

Giannozzo Manetti « scrittore, dice il Tiraboschi, 
degno di molta fede » (i) scrive: « Ravennce igi- 
tur .... complures annos reliquiim vi tee siice tempus 
commoratus nullos sane homines egregiosque Viros 
Poeticam egregio edociiit, compluresque egregios prce- 
stantis ingenii Viros materno sermone ita erudivit 
nonnidli ex his vulgares ^ ut aiunt , non vulgares 
PoetcE haberentiir. » (2) 

Il Rapanti pubblica due « pregevoli scritture « 
nelle quali narrasi com'ebbe origine il Credo mala- 
mente attribuito a Dante, più tosto che ad Antonio 
da Ferrara. (3) La seconda ch'era afiatto inedita, 
trasse da un codice del sec. XV, posseduto da Pietro 
Fanfani, da un altro del prof. Roberto de' Visiani e 
dal Magliabechiano C I. N. 1588, pure del secolo XV 
che dà belle varianti. Or bene, in principio di que- 
st'ultima si legge: « Avenne caso che Dante, per le 
parti che in quel tempo si chiamavano in Firenze 
Nere e Bianchi , di che Dante fu cacciato di Firenze 
e confinato fra le ciento miglia, dove andò molto 
per lo mondo, e massimamente in quelle terre dove 

(i) Storia della UlUralura italiana. — Modena, 1789. Tomo V, parte II, 
lib. Ili, cap. II, p. 450 in nota. 

(2) TJantii , Petrarcha; ac Boccaccii Vita ab Jannotio Mas'etio scripla, 
recensente Laurcntio Mehiis. Firenze, Giovaiielli, 1747. Pag. 54. 

(}) "Dante secondo la tradizione e i novellatori , ricerche di Giova kmi 
Papanti. Livorno, Vigo, 1875. Pag. 48, nota a. 



•230 



Ini sjpcsse /assono /\vnosi studilo dopo inulto tempo 
sondo ito a torno si fermò a Ravennn con fìuido 
Novello allora signore di Ravennn. » 

Certo in questo passo non si dice chiaramente 
che Dante vi si fermasse ad insegnare, ma la pre- 
messa, eh' e' si recò in modo specinìe dove lui sapesse 
fossono famosi studi , può lasciar pensare che la sua 
andata a Ravenna fosse per l'appunto motivata dallo 
studio famoso che allora senza dubbio fioriva in 
quella città. Ad ogni modo v' ha di più. In un codice 
laurenziano, segnato del n. CXXXl è inserto un aned- 
doto in carta mutilata dalle tarme che il Bandini 
pubblicò nel suo catalogo. Vi si legge; « Dicese vul- 
garmente che essendo Dante in Ravenna in istudio 
e leggendo come doctore varie opere e un dì circa 
la casa dello studio pubblico ragunandosi molti dot- 
tori etc. etc. » (i) 

Il Papa dice che questo aneddoto « nulla osta 
a credere fabbricato appunto sulle parole del Boc- 
caccio, come sappiamo essere avvenuto per altre si- 
mili leggende. » 

Lasciamo andare il vario senso che potrebbe ri- 
cavarsi dalle parole « Dicesi vulgarmente » con le 
quali comincia l'aneddoto, ma ci sia lecito doman- 
dare se anche l'argomento del Papa esce solo d'un 
millimetro dal livello delle ipotesi. A noi pare di no. 
Anzi non vogliamo dimenticare come dal Boccaccio 

(i) Papanti, op. cil. p. 114. 



— 231 — 

si faccia soltanto parola di scolari che Dante ebbe 
in Ravenna e non di Studio pubblico e non della 
sua lettura come doctore e non in fine di casa dello 
studio, tutto cose ben determinate che, secondo la 
nostra opinione, non possono trovare origine nella 
frase indefinita del Boccaccio. 



V. 



Ma come tutto ciò non bastasse, ecco da ultimo 
un'altra testimonianza valevolissima, nelle postille 
aggiunte da uno o più anonimi del sec XIV all'eclo- 
ghe latine dell'Alighieri indirette a Giovanni del 
Virgilio bolognese, postille universalmente accettate 
per veridiche. 

Rispondendo Dante al gentile poeta che nell'al- 
legoria di un ecloga l' invitava a Bologna, narra con 
parole figurate del pari, che quando gli giunsero i 
suo caratteri, egli trovavasi con Melibeo ad annove- 
rare le pasciute capre. 

Forte recensente! pasins de mere capellas 
Tiinc ego sub quereli, titeiis et Mcliboeus eramus. 

E bene: a Melibeo è contrapposta la postilla 
quidam ser Dinus Perini fior ent.- a capellas (sì noti) 

la postilla scolares. » 

1 

fi) /.' canionierc dì Dant;; Aligiheki .innotalo ed illnslrnto da P. Fra- 
ticelli. Firenze, Barbera, 1875. p. 414. 



23-: 



« Il ms. che contiene le ccloLjhe, scrive il Papa, 
è, sebbene il Ricci noi dice, il I.aurenz. XXIX, S; 
vili zibaldone scritto o posseduto dal Boccaccio, il 
cui nome iohis de ceri jl do a e. S4 r. \M)l^ è così bene 
raschiato da non potersi più leggere: in questo co- 
dice )•' t' tra le altre cose alcune lettere attribuite con 
buone ragioni dai (^iimpi e dall' Ilortis al Boccaccio, 
v' è la famosi falsificazione della epistola Ilariana, 
y' è molte altre cose che il Boccaccio dovette com- 
porre per esercizio retorico, laonde, è forse andar 
troppo lungi dal vero il supporre aver egli annotate 
l'ecloghe dantesche in risposta a quelle del Virgilio? « 

Tutto ciò, non muta per nulla il nostro ragiona- 
mento; avanti tutto perchè le ultime parole del Papa 
non contengono che una congettura: secondariamente 
poi, perchè anche accettando (come noi siamo di- 
sposti ad accettare) che le postille siano di mano del 
Boccaccio, resterà sempre a provare, ciò che rite- 
niamo impossibile, che non contengano la verità. 
Perchè il Boccaccio commentando l'ecloghe appose 
al nome di Melibeo quidam ser Diniis Perini JIo- 
rent.? Certo perchè sapeva che quest'esule fiorentino 
era veramente a Ravenna con Dante e lo sapeva 
figurato in Melibeo. Pretenderebbe forse il Papa che 
Giovanni Boccaccio si fosse inventato quel nome e 
quel cognome per trarre in inganno i critici del se- 
colo XIX? — No, senza dubbio, e il Papa è uno stu- 
dioso troppo serio e perspicace per supporre solo 
un minuto eh' e' lo pensi. Dove andrebbe la storia 



— 233 — 

allora? Con simili esempi non si finirebbe a poco 
a poco per negare sino l'esistenza di personaggi cele- 
berrimi? 

K, seguitando, se quel nome è apposto a Melibeo 
con coscienza della verità, perchè capellas non deve 
essere spiegato con uguale certezza? 

L'aver quasi provato il Papa che le postille sono 
del Boccaccio, per noi fa aumentare il loro valore. Il 
Boccaccio fu dai Polentani a Ravenna sulla metà del 
secolo XIV; fu a Bologna più volte e molto proba- 
bilmente conobbe Giovanni del Virgilio. Non era 
pertanto egli in caso di saper più di tutti ciò che si 
adombrava in quelle ecloghe? 

Perchè il nostro ragionamento cadesse, a noi 
pare fosse d'uopo dimostrare che l' ecloghe sono 
una falsificazione, e fortunatamente finora nessuno 
lo ha creduto o pensato e molto meno scritto; op- 
pure converrebbe provare in modo esplicito che Dante 
scrivendo capellas non intendeva dire scolares. 



VI. 



Dunque? E la mia un'ingegnosa ipotesi o un 
fatto acquisito dalla storia? 

Se dopo aver provato che quando Dante giunse 
a Ravenna c'era un florido Studio e s'insegnava re- 
torica volgare, avessimo aggiunto che il poeta v'andò 
forse come lettore, e che probabilmente riassunse il 
suo insegnamento nel De vulgari eloquio^ allora sì 



— '^31 — 
che lo nostre parole poircblicro esser chiamate ìiil;<-- 
f^nos.i ipofesi! K a darle poso, avremmo potuto pio 
vare che haute non viveva u (>orte, ma abitava in 
una casa privatissima; (i) e a darle tinalmente un 
pt)"di colore avrei richiamata l'attenzione alle due si- 
militudini 

SI come baccelicr s' arma e non parla 
Fin che '1 maesiro la quistioii propone , 
Per aiutarla e non per terminarla , (i) 

e 

Come discente che a dottor seconda 
Pronto e libcnte in quello eli' egli è sperto , 
Perchè la sua bontà si disasconda ecc. (5) 

notando che l'una e l'altra sono in quei canti della 
Comedia che di comune consenso il poeta scrisse a 
Ravenna e che quindi ì;!ì potevano essere state sug- 
gerite dalla recente e immediata osservazione! 

Invece tutte queste cose non ci servono che a 
riconferma di quanto asseriscono col Boccaccio, altri 
scrittori in modo esplicito. Ci sembra quindi che 
r opporsi ancora sia lo stesso che rendere omaggio 
a quella folle incredulità riguardo agli storici, la 
quale, come abbiamo detto, conduce all'assurdo di 
non credere più ai fatti di molti secoli. 

(i) // falawo di Guido Xovello da Pckiila iit Rav;»iia di Corrado Ricci. 
Bologna, 1887. 

(2) 'Paradiso, canto XXIV, versi 46-48. 
{3) T aradi io , canto XXV, versi 64-66. 



— 235 — 

Quando non prestassimo fede a Cassiodorio, a 
Procopio, a Marcellino ecc. dovremmo a fil di lo- 
gica negare 1" esistenza di Teoderico e di Giustiniano. 

Non sappiamo perciò se per avventura vadano 
contro la critica positiva più quelli che credono in 
tutto, che quelli che simulano di non credere oramai 
in nulla! 

Forse gli uni valgono gli altri! 




T I G R I N O 



— -o<(t=I(>o- 



TIGRINO 



Nel punto dove il fiume Tramaio e il torrente 
della Valle s'uniscono per formare il Mariano ^ che 
si tramuta poi in Samoggia e a Faenza confonde le 
sue acque a quelle del Lamone , sorge un monte in 
buona parte sfaldato, sulla cima del quale è la rocca 
di Modigliana. 

Non descriviamo il brullo e cinericcio masso e il 
castello dalla torre rotonda e la sottoposta valle... 
— Dalle descrizioni anche le più ben fatte non si rileva 
mai il vero, né è lecito che il lettore le ricomponga 
a modo suo come farebbe nel caso d' un romanzo. — 
E poi, che varrebbe? La rocca attuale, benché co- 
strutta nello stesso luogo, non è più quella dove 
l'anno 925 Englarata contessa , figliuola di Martino 
Duca degli Onesti , teneva una gran corte. 

Il fatto che stiamo per raccontare é dei più cu- 
riosi di storia romagnola. Da lui muove la lunga 
serie delle notizie relative a Modigliana e alle due ce- 
lebri famiglie dei conti Guidi e degli Onesti , ed è 
noto che questi diedero al mondo Pietro Peccatore 



e San Romualdo; quelli, Guido Guerra e (jugliclmo 
Novello. 

Prima di riprodurrò quanto narra maestro Tolo- 
sano, diacono della s,anla chiesa di I\iciija diremo 
cli'ei scrisse una cronaca latina pubblicata dal Mitta- 
relli in Venezia nel 1771, (i) e ripubblicata da G. B. [Cor- 
sieri nel 1S76; (2) che nel 1219, mentre pranzava coi 
fratelli fu preso da paralisi per la quale perdette senso 
e favella, (3) ma che poi riavutosi per buone cure 
potè vivere sino al 1226. (4) Ecco quanto sappiamo 
di lui. 

Maestro Tolosano adunque racconta che nel tempo 
in cui Englarata (chiamata nei documenti anche In- 
gelrada, Excolrada, Angelrada o Engelrada) te- 
neva corte a Modigliana suo nobile castello, Tigrino 
conte di Toscana cacciando una cerva fino al detto 
castello, la prese; ed inteso che vi dimorava così 
grande signora si presentò a quella, colla cerva presa; 
alla quale e' certamente piacque tanto, che l' istesso 
giorno tra essi fu celebrato il matrimonio. « Ma eser- 

(i) Rerum favitilinarum scriplores, aggiunti ai Rerum ilalicarum scriplores 
da D. Giovanni Benedetto Mittarelli. Venezia, 1771. I, Cronicon Toìosani 
canonici faveniini 

(2) Cronache dei secoli K.III e SII' edite fra i Documenti di storia italiana 
pubblicali per cura della K. Deputazione sugli studi di storia patria per le 
Provincie di Toscana, dell' Umbria e delle Marche. — Firenze, Cellini, 1076. 

Tom. VI. La cronaca del canonico Tolosano è da pag. 597 a p. 797. 

Noi in seguito citiamo questa edizione. 

(}) Cronaca di Tolosano, cap. CI.XV. 

(4^ Crciicua di Tolosano, cap. CLXXXIII. 



— 241 — 
citando da poi la tirannide per tutto il ducato e 
soperchiando in Ravenna i cittadini e le loro donne, 
non ebbero paura anche di porre prigione in una 
torre del detto castello Pietro arcivescovo di Ravenna 
che, pretendendo Modigliana fosse della sua chiesa, 
per la suddetta donazione, la chiedeva con grande 
instanza a darne conto. Per la quale scelleratezza ed 
altri misfatti loro ricercandoli, furono a furore di 
popolo ambedue ammazzati insieme con tutti gli altri 
da' Ravegnani, la nodrice salvando a pena sé e un lor 
figliuolo; il quale di poi in vendetta fece grande 
strage de' Ravennati, e non gli bastò avergli uccisi, 
che ancora volse leccar il sangue gocciolante dalla 
spada, onde si vendicò e fu chiamato Tigrino Bevi- 
sangue. Ma l'arcivescovo predetto mentre era in quella 
torre porse questi preghi al Signore Iddio, dicendo: 
« Te preghiamo, Signor Iddio, perchè abbiamo contro 
di te peccato, che ci conceda perdono, ancor che noi 
meritiamo. Stendi la tua mano ai caduti, tu che a 
quel ladro che ti confessò apristi la porta del Para- 
diso. La vita nostra sopita nel dolore e nell'opere 
non prende emenda; se tu aspetti, noi ci emendiamo; 
se ne castighi, ne diveniamo più duri. » (i) Ed ora, 
prodotta la narrazione del buon canonico, quale ri- 
sulta dalla parafrasi inedita del Garrari , vediamo un 



(i) Storia di Romagna Ji Vincenzo Carrari manoscritto nella Biblio- 
teca Comunale Classciisc di Ravenna. Nel Tolosano il fatto si trova ai 
capi Vili e IX. 



po' se trova conforti) jilcmio nei docuincnti o se va 
relegata senz'altro tra le l'avole, di cui abboiui.ino 
tanto le nostre carte. 

Avanti lutto, Modigliana era posseduta dagli One- 
sti. Il Muratori pubblica un magnifico documento 
in data dell' 8 settembre 896, (1) È l'estrema dona- 
zione d'Incelrada, madre della nostra Englarata, e 
figlia di Apaldo conte del l^alazzo, a Pietro diacono 
della chiesa ravennate suo figlio, di quanto possedeva 
per testamento di Martino glorioso duca suo marito, 
e specialmente la Corte Modigliana nel territorio 
faentino « cnrtent qua; vocatur Mutiliana. » — Ovvio 
adunque affermare che Englarata allora era già nata. 
Anzi doveva es^er sui dieci anni, se del (jog « con- 
cede per livello ad Adamo uomo illustre del q. Milteo 
del genere de' Franchi il Monastero di S. Ermete nel 
territorio di Pesaro » (2). 

Quando andò moglie a Tigrino, conte Palatino 
di Toscana, avrebbe avuto trentanove anni, secondo 
che si legge nel codice Ferniani della cronica di 
Tolosano, e ventinove invece secondo la giusta cor- 
rezione del Mittarelli. È certo intanto ch'ella si ma- 
ritò in età piuttosto avanzata e ciò torna utile alla 
storia del canonico faentino. Non si spiegherebbe 
altrimenti come, giovinetta ancora, avesse potuto 



(1) Antichità del Medio Evo. Dissert. V. — 11 doc. è riprodotto anche 
da Marco I-antuzzi, Monumenti ravennati (Venezia, 1801) Tom. I, 96. 

(2) Moii, rav. i , 105. 



— 243 — 

tener rnu gran corte in Modigliana e, quel eh' è più, 
fidanzarsi così su due piedi. 

Delle nozze di Tigrino con Englarata v' hanno 
parecchi documenti. Aggiungeremo anche che quegli 
morì prima del 940, né gli dovette sopravvivere 
d'assai la moglie se troviamo all'anno 942 una pia 
donazione fatta da' suoi figli per suffragare la sua 
anima, (i) 

La cronaca reca un errore dove racconta che 
Pietro arcivescovo fu imprigionato da loro, quando 
avanzò pretese su Modigliana. Quelli che gittarono 
in catene il canuto vescovo furono i figli di Tigrino 
e d' Englarata, ossia Guido e Rainiero diacono e ca- 
nonico della chiesa ravennate. — Pietro si fidava alla 
donazione, ricordata in queste parole dal Carrari: 
« l'anno dell' 897', Pietro figliuolo di Martino de gli 
Onesti, detto dei Duchi pel ducato di Romagna che 
aveva , essendo diacono donò alla chiesa di Ravenna 
Modigliana e molti altri luoghi. » — Guido e Rai- 
niero osarono metter le mani sul vecchio e cadente 
pastore e trascinarlo alla rocca e gittarlo in fondo 
ad una torre. Il popolo sentissi dall'atroce prepotenza 
così direttamente colpito che insorse, e reso a sua 
volta spietato uccise Guido colla moglie e coi nati. 
Scamparono da morte, il più piccolo di questi (che 
rinnovava il nome dell'avo) per la pietà della nu- 
trice, e il fiero Prelato colla fuga. Ma in breve l'ar- 

(i) LiTTA, Famiglie celebri italiane. Guidi di Romagn.i — Notizie rac- 
colte d« Luigi Passerini. XI, Voi. n. 127, tav. I. 



dor popolare s'assopisce e Raincro torna a Ravenna 
dopo aver promesso d' inchin;u-.i all' arcivescovo e di 
cedergli in donazione alcune saline vicino a Comacchio, 
e quanto possedeva a Ronco, in quel di Sant'Arcangelo. 
Si vede però che Rainiero non conservossi sud- 
dito fedele di Pietro, se questi ricorse contro di lui 
prima a papa Giovanni e poi, nell'aprile de! qó/, a<J 
Ottone I, che si trovava in Ravenna, a ricevere 
gli ambasciatori di Niceforo Foca. Ottenne sempre 
sentenza favorevole, onde il perverso diacono fu posto 
in bando dell' impero e scomunicato, (i) Nel prezioso 
documento, edito dall' Amadesi, l'ofTeso arcivescovo 
narra: «Venne Rainero colla sua forza, entrò violen- 
temente nello stesso mio episcopio della santa chiesa, 
invase la mia sede, prese la mia persona, mise me in 
ceppi, e rubò il tesoro della mia chiesa. » (2) Un'al- 
tra notizia: Luigi Passerini (che ha tanto dottamente 
sbrogliata la difficile matassa dei monumenti diplo- 
matici risguardanti la famiglia Guidi) afferma come 
dalle carte consultate dal Savioli nei suoi Annali bo- 
lognesi risulta che il prepotente chierico fu ucciso in 
Ravenna dal popolo tumultuante. 

Non è da rimproverare il^cronista Tolosano se 
dopo aver attribuita la prigionia di Pietro ad Engla- 
rata e a Tigrino, cadesse anche nell'errore di credere 
che Tigrino Bevisangue fosse nato da loro. Uno sba- 
fi) I. A. A.MADiiSii. — Ih Anlistitum Ravmnatium Chronolaxiin .... Ai- 
squisitioues perpelua. (Faenza, 178)) Tom. II, 104. 

(2) Op. cit. Appendice. — \)oc. XXVI (Ann. 967) p. 252 e scg. 



— 245 — 

glio conduceva inevitabilmente all'altro, durando la 
giusta tradizione che quest'ultimo volle vendicare sui 
Ravennati l'eccidio dei genitori, dei fratelli e dello zio. 

È ignoto l'anno in cui Tigrino II infierì contro 
i Ravegnani e ne fece strage. Ma oltre al canonico 
faentino, molti altri storici ripetono che nella voluttà 
dell'odio leccava il sangue gocciolante dal ferro mici- 
diale e che perciò fu soprannominato Bevisangue. (i) 

Nel 992 era già morto e Gisla di Ubaldo mar- 
chese, vedova di lui, viveva nella corte di Modigliana, 
felice forse nella sua pietà, che il marito, prima di 
chiudere gli occhi per sempre, avesse riconosciuta ec- 
cessiva la sua vendetta, e in senso d'espiarla avesse 
costrutto un grande convento pei monaci Clunia- 
censi, sopra una bella collina del Casentino, a vista 
del suo castello di Strumi! 

Come si disse, questi fatti sono storicamente i 
primi in cui compaiono menzionate le due celebri 
famiglie dei Guidi e degli Onesti, non che la terra 
di Modigliana, essendo mal soda ipotesi il crederla 
« quel castello Mutilo de' Galli Boi memorato da 
Livio. » 

Si giudichi pertanto da tutto questo l' importanza 
del cronista faentino, fino ad ora tenuto in poca 
considerazione da quanti nello scrivere una storia si 
fidavano e si fidano al proprio criterio, spesso fallace, 
più che alia forza dei documenti? 

(t) ToLOSANO, cap. vili. 



IMELDA LAMBERTAZZI 



IMELDA LAMBERTAZZI 



oo< XJ aaasaiOo< 



I. 



Bologna fu delle prime città d'Italia che. ribel- 
late air impero, si ressero a popolo. Ma insieme col 
, Comune sorgendo ovunque le gare funeste dei citta- 
dini, anch'essa si trovò divisa nei due grandi partili 
dei Guelfi e dei Ghibellini; i quali, dalle famiglie 
che li capitanavano, presero nome rispettivamente di 
Geremei e di Lambertajp. 

Quale dei due partiti dominasse dapprima è fa- 
cile stabilirlo, leggendosi negli Statuti del 1245 che 
i nemici della Lega Lombarda e della Chiesa dove- 
vansi ritenere nemici di Bologna, in poter de' quali 
fu però prossima a cadere quando le vittorie di Man- 
fredi accrebbero le loro speranze e il loro ardire. (1) 

Le lotte intestine furono lunghe, numerose , fe- 
roci: né bastarono a frenarle Loderingo degli Andalò 
e Catalano de' Malavolti , i due frati gaudenti che 
Dante, forse ingiustamente, dannò per ipocrisia al- 
l'inferno. Cosicché del 1274, nelle strade e dalle 

(i) Dc'i mpuumenli istorici pcrliiienli alle picvincie delle Remagne. — Sta- 
tuti di Bologna dall'anno 1245 all'anno IJ67, a cura di Luigi Frati. Bo- 
logna, R. Tipografia, 1S77. Tom. Ili, 172. 



— 2SO — 
duecento toni gentilizie fu coniliaituta , per j^ù di 
un mese, una guerra spietata, la quale s'estese a luiiti 
il contado, (i) « Nelle famiglie medesime, — così ricava 
il Savioli dai vecchi cronisti — nelle famiglie medesime 
divise fra sé di parte, violaronsi le ragioni del sangue, 
e le donne stesse non inorridiroiiu in fra gli stormi 
e vi secondarono il furor de' padri e mariti. » (2) 

Amore però, — avverte l'antico proverbio, — non 
mira lignaggio, né fede, né vassallaggio. Racconta 
infatti Cherubino Ghirardacci nella prima parte della 
sua Historij di Bologna che il feroce odio delle 
due fazioni non potò * vietare che Imelda, figliuola 
d'Orlando Lambertazzi, bellissima giovane, ardentis- 
simamente non 's' innamorasse di Bonifacio figliur^lo 
di Geremia de' Gieremei, bellissimo giovane, e che egli 
parimente non provasse per lei le medesime fiamme 
amorose. » (3) La cosa anzi si spinse al punto che 
Imelda vinta dalle preghiere dell'amante acconsentì 
a riceverlo in casa. 

L' incauto passo non fu certo condotto con troppa 
secretezza , se un maledetto spione potè correr tosto 
ad avvisarne i fratelli, i quali si trovavano nelle case 
de' Caccianemici. 

(l) Nanne Go^^arfmi e Baldassarre Cassa foi^Gicvanui XXIII racconto sto- 
rico di Giovanni Gozzadini. Bologna, Romagnoli, 1880. Pag. 6. 

(2) Annali bolognesi di Lodovico Savioli. — Bissano 1795. Voi. 111. 
pan. I , p. 4S1. 

(j) Della Hisìoria di Bologna di Cherubino Ghirardacci. — Bologna, 
Rossi, 1596 — Parte I, p. 22).. 



— 251 — 
Senza indugiare in consigli, anzi furibondi pel 
feroce odio di parte, corsero tosto alla camera di lei, 
la quale ebbe tempo di salvarsi colla fuga. Ma il po- 
vero Bonifacio non giunse a fare altrettanto, cosic- 
ché dopo breve e inutile difesa cadde trafitto nel 
cuore da un'arma avvelenata all' uso saraceno. I Lam- 
bertazzi, compiuto il nefando delitto, s'affrettarono a 
nascondere il cadavere di Bonifacio, trascinandolo in 
una cloaca che passava sotto la loro casa. Uscirono poi 
dalla città; intanto che Imelda, dal luogo di rifugio 
ritornata alla sua camera, s'accertava della preveduta 
sciagura, scorgendo il pavimento qua e là largamente 
macchiato di sangue. Sulla cui traccia (mal reggen- 
dosi per la grande ambascia) si trascinò sino al luogo 
« ove l'amante morto si giaceva e gittatasi sopra il 
delicato corpo, che anco caldo era, et gittava sangue, 
cominciò con la bocca la infelice ad asciugare le ve- 
lenate ferite, et mentre piangendo si doleva della 
morte di Bonifacio', passandole il veleno al cuore, 
cadde Imelda morta tra le braccia del morto amante. 
Scoperto questo miserabil caso, di qui suscitò alla 
palese l'odio mortale fra le due fazioni e tanto crebbe, 
che mandò la città in ruina et servitù. » (i) 

II. 

Tale la pietosa fine dei nostri due amanti, che 
certo non venne in celebrità come quella di Paolo 

(i) Op. et he. cil. 



e l'Vancesca, di Romeo e (liulictiu perchè mancò un 
iiif^eyno poderoso, il quale ne facesse argomento di 
qualche opera immortalo. NLillameno le narrazioni 
degli storici posteriori al (Jhirardacci , le mediocri 
tragedie di ('.arlo Cocchctli e di Luca Vivarelli, il 
i\Tiito libero d'un ayyncjto bolognese (edito nel 1827) 
e più una novella di Cosare Balbo e le commoventi 
elegie di Federico Holm di .1 C barone di Wes- 
semberg, hanno reso notabile quel fatto che la critica 
storica (diciamolo una buona volta) nega recisamente. 

Lodovico Savioli, il quale — come afferma Giosuè 
Carducci — compose, con pazienza d" indagini diplo- 
matiche incredibile in poeta, e con critica molta, gli 
Annali di Bologna, fu il primo a negarlo, quando 
in una nota alle ultime pagine di testo scrisse: Senton 
la favola i funesti amori d' Ime Ida de Lamberla^p 
con Bonifacio figliuolo di Lodovico de' Geremei Ne 
sognata meno è la rissa, ecc. (1) — Al Savioli tenne 
dietro, secondo, e credo anche ultimo, il conte Gio- 
vanni Gozzadini che nella sua opera sulle Torri gen- 
tilizie di Bologna chiamò quegli amori senz'altro 
leggendari. (2) 

Però, oserei affermare dopo molte e minute ricer- 
che, nessuno ancora cercò l'origine della favola, la 
quale deve senza alcun dubbio vedersi nella decima 
delle novelle che Sabbadino degli Arienti, col titolo 

(i) Op. cit. Ili, pan. I, .489, nota D. 

(2) Gozzadini, Delle torri gentilixjc di Bologna, Bologna, Zaniclielli, 
18S0. Pag. 291. 



— 253 — 

di Porrettane stampò la prima volta nel 1483 (si noti 
questa data) in Bologna per Enrico de Colonici re- 
gnante lo inclito cavaliere Zoane Bentivoglio II. L'ar- 
gomento della novella indicata è appunto « Bonifacio 
de Hieremei trovato ascoso dali fratelli de Imelda di 
Lambertazzi in casa loro è ucciso: et lei per doglia 
trovandolo sepolto, et zuzzandoli la piaga del core, 
finisse la sua vita, donde ne succedono sanguinolente 
battaglie. » (i) 

Infatti nessuna delle cronache bolognesi a stampa, 
antecedenti al 1483, nel quale anno, come vedemmo, 
uscirono in luce le Porrettane^ accenna pur con una 
frase a quell'avvenimento che, secondo gli storici po- 
steriori, avrebbe eccitato i due partiti a fiera batta- 
glia. Né le più particolareggiate e le più autorevoli 
fra le manoscritte che si conservano nella biblioteca 
universitaria di Bologna, come la Gattani (n. 429), la 
Varignana (n. 432), la Latuate (n. 1430), la Bianchina 
(n. 294), ecc., hanno una parola in proposito, mentre 
invece s'estendono oltremodo nella dolorosa narra- 
zione quegli che scrissero dopo che il padre Ghirardacci 
ebbe pubblicata nel 1596 la sua storia, Gosì per ci- 
tarne alcuni la riprodussero il Negri, (2) il Ghiselli, (3) 



(1) Perniane ili Sabdadino Bolognese. Venezia, 1531. Novella X. Pao' 22. 

(2) Negri. Annali di Bologna mss. nella Bib. Univ. Boi. n. 1:07. 
Tom. Ili, p. II, all'anno 1273. 

(3) Anton Fr. Ghiselli. Memorie antiihe mss. di Bologna nella Biblio- 
teca Univ. Boi. n. 770. Voi. I. 528. 



il Sismondi (i) e il Miizzi (2) non pieoccupniuiosi i 
due ultimi nemmeno del dubbio avanzato da Lodo- 
vico Savioli. 

III. 

Nessuno però ha ancora avvertito come reciiino 
il fatto due altre cronache inedite di scrittori vissuti 
innanzi al Ghirardacci, e cioè, Alamanno Bianchetti, 
che ne scrisse brevissimamente, (3) e Friano Ubaldiiii 
il quale lasciò: « la chasson per che tu la dita bataija 
fu in questo modo . essendo innamorato bonifazio 
fiollo di M. Zoano di zeramai chavaliero, in una lìola 
de M. orlando di lambertazi chavaliero, che avea 
nomo imalda . e' che li frateli de la dita imalda atro- 
vorno in chassa el dito bonifazio . essi lamazorno et 
anchora amazorno la dita imalda soa sorela e quosì 
fumo morti tuto doi senza farli pensiero sopra a 
questo chasso . essendo una parte ghelfa e laltra ghe- 
belina . per la morte del dito bonifazio se atachorno 
insemo per modo che le strà chorevano sanghue. » (4) 

Ma pel passo riferito non s'allieti il lettore di- 
sposto a credere alla novella; poiché è noto che il 

(1) SiSMONDo SiSMOXDl. S'or/.i delle repubbliche italiane. Capolago, 185 1 — 
Tom. Ili, 3>2- 

(2) Salvatore Mlzzi. Annali della cillà di Bologna. Bologna 1S40. 
Tom. II, 80. 

(3) Annali di Bologna mss. nella Bib. Univ. Boi. n. 290, a e. 67 recto. 

(4) Cronaca di Friano Ubaldixi ms. nella Bib. Univ. Boi. n. i,)0. 
V. a e. i8() r. 



— 255 — 

Bianchetti scriveva settant'anni dopo a Sabbadino 
degli Arienti, e 1' Ubaldini, — alla cui prosa gl'idio- 
tismi donano tant'aria d'antichità, — almeno tren- 
t'anni! Così rimane sempre che la leggenda dei fu- 
nesti amori non entrò nella storia se non dopo che 
il novelliere bolognese ebbe stampate e ristampate le 
Porrettane. 

Del resto, ch'egli stesso trovasse la storiella, a me 
sembra che si ricavi dalle sue parole. Finge, imitando 
de more il Boccaccio, che le novelle sieno narrate da 
una compagnia di cavalieri e di gentildonne che nel- 
l'estate del 1475 si trovavano con Andrea Bentivoglio 
ai bagni della Porretta. Giunta la volta di Maddalena, 
figlia del conte pur mo' ricordato, essa così dolcemente 
cominciò: essendo io fanciulla audii dire a la com- 
mendabile memoria del mio avo paterno, che essendo 
egli in esilio a Firenze.... messer Antonio Galeazzo 
di bentivogli.... // narrò che regnante Teodosio im- 
peratore secundo fumo in la città due potenti fami- 
glie, cioè Lambertazzi, et Hieremei.... et essendo un 
bel giovine nominato bonifazio, ecc. » — Giudichi 
ora il lettore se sopra tali allegre e spropositate testi- 
monianze è lecito far della storia. Quanto all'aver fatto 
nascere quegli amanti in due famiglie veramente esi- 
stite, Sabbadino non fece altro che seguir l'uso dei no- 
vellieri antecedenti e massime del Certaldese che, fra le 
altre, pose come personaggi d'una leggenda fantastica 
d'origine germanica, gli storicissimi Nastagio degli 
Onesti, Paolo Traversari e Guido degli Anastagi ! 



- 25(5 - 

Ma chi potrà più insistere in l'avorc di iiucll;i 
leggenda, quando sappia ancora che non v' lia nò 
cronaca né documento contemporaneo e per altri 
due secoli, che ricordino pure il nome dei due amanti? 
e quando finalmente sappia esser sicuramente pro- 
vato che la causa per la quale le due famiglie o 
meglio i due partiti s'animarono alla fiera battaglia 
del i-!74, venne dall' aver i Geremei mandato il car- 
roccio contro Forlì, la città ghibellina che i Lamber- 
tazzi e i loro seguaci di tutta Romagna proteggevano 
con geloso furore? (i) 

Non mancherà certo qualche anima pietosa che 
si consolerà trovando il fatto probabile. Buon per lei 
che ignora o 'dimentica come sia assioma della critica 
seria l'adagio: mille probabilità non fMino una verità ! 




^S 



(i) Saviou. 0/>. ci he. cil. 



PIETRO DI MATTIOLO 

E LA SUA CRONACA DI BOLOGNA 



PIETRO DI MATTIOLO 

E LA SUA CRONACA DI BOLOGNA (i) 



L'autografo della cronaca di Pietro di Mattiolo 
passò alla biblioteca universitaria di Bologna insieme 
ad altri moltissimi manoscritti raccolti da Ubaldo 
Zanetti. 

Quest' Ubaldo Zanetti fu uno speziale che nel 
secolo scorso tenne suo negozio in Bologna presso 
la chiesa di San Bartolomeo di Reno detta anche 
della Pioggia. Raccoglieva tutto ciò che di mano- 
scritto gli capitava alle mani, senza troppo discerni- 
mento, cosicché fra l' immenso acervo delle sue carte 
e de' suoi codici, si rinvengono molte cose, la con- 
servazione delle quali è veramente ridicola; lettere 
d' ignoti che chiedono quattrini in prestito ad altri 
ignoti; liste d'operai che avevano ristaurata una can- 
tina o rimessi alcuni vetri ad -una finestra; frammenti 
di storie copiate da libri a stampa tutt'altro che rari ; 

(l) Questo studio fu premesso da me alla Cronaca bolognese di Pietro 
DI Mattiolo che stampai pei tipi del Komagnoli nel iSS;. Lo ristampo 
qui avendo rinvenuto altre notizie con le quali compierlo. 



— Un) — 
insomma un inutile iiii;nmhio clic non serve ad altro 
che ad aumentare la fatica e la dillicoltà delle ri- 
cerche. 

Pelò fra tanta cartaccia senza valore, si trovano 
molti codici di prct^io indiscutibile. Il Zanetti faceva 
i suoi acquisti quando la smania del raccogliere an- 
tichità s'era un po' sopita col diminuire degli ideali 
classici del nostro rinascimento, né ancora accennava 
a risvegliarsi alla luce dei tempi modernissimi, (jli fu 
facile adunque trovare e comprare molto e anche 
molto di buono e a buon mercato. 

Gian Battista Palmieri parroco di S. Michele del 
Mercato di Mezzo in un suo volume di memorie mss. 
su questa chiesta raccolte con somma diligen:fa scri- 
veva, nello scorcio del secolo passato, intorno alla 
compra fatta dal Zanetti della cronaca di Pietro, in 
tal modo: « A giorni d'oggi di questa ben conser- 
vata cronica n" è il padrone il signor Ubaldo Zanetti 
speziale ed antiquario diligentissimo di Bologna, che 
la comprò dal signor Amadei canonico di S. Maria 
Maggiore per lo prezzo di lire quindici e che pei me 
la diede in prestito per qualche tempo. Ma nel rileg- 
gere io questo libro ho conosciuto che in verità questo 
libro era (per lo meno dell'anno 1G15) di ragione di 
questa chiesa poiché alla fine di quello vi si notano 
alcune cose accadute negli anni 1608 e if)i3, che a 
mio credere sembrano scritte da D. Girolamo Dome- 
nichini paroco a' quei tempi di S. Michele, come 
dal confronto da me fatto con i caratteri del detto 



— 26 1 — 
D. Domenichini, che si vedono nei libri Parocliiali 
di S. Michele. » (i) 

In poche parole, la cronaca di Pietro era rimasta 
all'archivio della chiesa, e chiunque fosse il parroco, 
che la vendette, vendette cosa non sua e meritò il 
castigo di Dio. * 

Fortuna, al postutto, che finì in una pubblica 
biblioteca ! 



II. 



Il numero delle cronache bolognesi è talmente 
straordinario eh' io credo di non cadere nel falso as- 
serendo che di ben poche città se ne trovano tante. 
Lo Studio frequentatissimo, che per tanti secoli ha 
contribuito a far di Bologna un centro di coltura, 
ha forse anche il merito di questa fioritura di cro- 
nisti, i quali si sono succeduti, con ben poche e brevi 
lacune, dal secolo XIII ai nostri giorni. 

Non è giovata dapprima la stampa a diradarli o 
ad attiepidirne, dirò così, la grafomania, né sono gio- 
vati da poi i periodici. E anche oggi non manca chi 

I) "D. O. M. Sommario de Ropli spettanti alla chiesa parrocbialc di 
S- Michele nel Mercato di Me:^xo sJ alle eredità a lei pervenute e memorie sto- 
riche per il buon regolamento di quella a commodo de' suoi Rettori Curati. Qiiesto 
accurato ms. si conserva ora nell' Archivio parrochiale di S. Pietro e 
debbo 1' averlo esaminato alla gentilezza del cb. can. dott. Arturo Marchi. 
Cfr. anche le Memorie di Bologna del Giiisei.li niss. nella Bib. Univ. Bolo- 
gnese. Voi. X\X1\'. 99. 



— -Hì-l — 
rcpistiM in un libro ciò clic acciidc giorno per {giorno 
in Hologna, ed è notississimo nppunto un vecchietto 
piccolo, curvo e tremante che si reca oi^ni sera, da 
mezzo secolo, in un puhblico convegno per trascri- 
vere dai diari cittadini ciò che ritiene più importante. 
Questa del nostro Pietro è senz'alcun dubbio 
una delle più belle e pregevoli cronache bolognesi. 
Riassume quanto accadde nell'ultimo ventennio del 
secolo XIV e nel primo del secolo XV, senza veruna 
preoccupazione retorica, ma con un'evidenza e una 
semplicità maravigliose. Gli sgomenti e le audacie 
della plebe ignorante, le astuzie e le prepotenze dei 
forti e dei ricchi, martirii che sembrano giuochi spie- 
tati e giuochi'che sembrano martirii ancor più spie- 
tati; le ribellioni di città, le scorrerie fatte sul con- 
tado dai capitani di ventura, insomma tutta la trista 
e pericolosa vita bolognese del medio-evo vive nella 
modesta opera del nostro buon cronista. « Io la ho 
scrita, dichiara sin da principio, con veritade al più 
che io ò possudo, non per male alchuno, ma perchè 
talvolta è de necessitade o torna in achunzo, e tal- 
volta deletta agli omini de recordarse de le cose pas- 
sade. » E di questa sua veridicità, cui mostra di tener 
moltissimo, il lettore può facilmente assicurarsi con 
un breve lavoro di confronto fra le sue narrazioni e 
i documenti editi in recenti opere che riguardano a 
quei tempi e a quei fatti, nei quali si trovò Pietro di 
Mattiolo. Così molte volte avverte di non far men- 
zione d'una cosa perchè non Li s.i per certo. 



— 263 — 
in. 

Della sua vita abbiamo notizie bastevoli per un 
cenno. Egli stesso ci dice che suo padre si chiamò 
Mattiolo e che lo mise alle scuole di Porta Nuova 
dove nel 1371 udì « in fra gli maistri e repetteduri 
e scolari » (i) certe profezie di non remoti danni 
che avrebbero colpito la sua patria e il mondo. Dalla 
data prodotta si può anche argomentare eh' e' nascesse 
sulla metà circa del sec. XIV. 

Tutte le notizie, offerte da Giovanni Fantuzzi 
negli Scrittori bolognesi intorno al nostro Pietro 
sono ch'egli « dell'anno 1378, li 5 ottobre fu eletto 
parroco di S. Michele del Mercato di mezzo e ne 
prese il possesso nel giorno 12 di detto mese, come 
per rogito di Paolo Cospi e che morì dell'anno 1425 
come da rogito di Filippo Formaglini. » (2) Il Fan- 
tuzzi dichiara in nota d'aver ciò appreso dalle Me- 
morie citate, raccolte dal Palmieri, il quale a sua volta 
scrive: '< D. Pietro di Mattiolo Fabro fu eletto nel 
giorno 5 ottobre 1378 a paroco di questa chiesa dalla 
antica potente famiglia Ramponi, e da' Parochiani 
ancora, come compadroni di questa chiesa; e ne prese 
il possesso nel giorno 12 per bolla speditagli dal ca- 
pitolo di San Pietro, come da rogito di Paolo Gospi, 

(1) Cronaca, p. 7. 

(2) Noìii^ie degli scrittori bolognesi raccolte da Giovanni Fanti,'z.!i. Boloijiia, 
tip. S. Tommaso d'Aquino 1785 in .\. Voi. Ili ; pag. 2S1. 



— Jl.l. — 

anno e fjiorno sudotii. Di questo puroco se ne la 
menzione in molti rogiti dell' Archivio del Consorzio 
vii I*. S., e si comincia sin dall'anno 1379,3 8'"8"0) 
poscia dell'anno 13S1: 10 nia^i^io, vicn detto Sindico 
vlel Consorzio sudetto, il che parimenti si dice sino 
all'anno 1430: i gennaro. Dell'anno 1422: 5 icbrario, 
ed anno 1424: 16 dicembre \ ien detto l'revosto di 
d. Consorzio. » {i) 

Io non sono riuscito a rintracciare tutti questi 
documenti. Però in uno dei molti libercoli d'appunti 
del notaio Paolo Cospi, che si conservano nell'/l/-- 
chivio notarile di Bologna, si legge: « MCGCLXX'VIII. 
Actuin die quinto Octobris — Vicini et parochiani 
Ecclesiae S. Michaelis de foro niedij fecerunt eie- 
ctionem de presbitero petro ex instrumento mei et 
Ioannis de duglolo , qui scripsit. » (2; — In questo 
tempo circa, in cui diventò parroco di S. Michele 
in Mercato di Mezzo, cominciò a scrivere la sua 
cronaca. E alla postura di quella sua dimora, pro- 
prio sulla strada che allora, come oggi, era la prin- 
cipale di Bologna, dietro al palazzo del Podestà, e 
vicino alla Piazza, si debbono in gran parte l'ab- 
bondanza e la sicurezza delle cose da lui narrate. Se 
anche ora nelle grandi città torna difficile, senza il 
soccorso dei giornali, conoscere tutto ciò che accade 



(i) Sommario de' Rogiti ecc. p. 457. 

(2) Archivio notarile di Bologna. C^ps. XII pai. IX; can. i e 2. 
Prot. XXXI, cari. 21 terzo. 



— 205 — 
nei diversi e lontani rioni, che non doveva essere 
quando le relazioni fra individui erano poche? quando 
mancavano notiziarii e convegni pubblici? e quando 
finalmente negli inacessibili palazzi del governo si 
chiudeva il segreto d'ogni avvenimento? 

Tutta la vita politica a quei tempi si esauriva 
nella piazza. Chi s'impadroniva della piazza era si- 
gnore della città. Là s' innalzavano le insegne del 
potere, i roghi e le forche; là s'applaudivano in festa 
i signori che da lontano pellegrinavano a qualche 
nostro santuario, e i Legati pontifici mandati da 
Roma. Dalle sue torri, quella dell' Arringo o del Po- 
destà e quella del Comune, moveva il primo suono 
delle campane, che avvisava i cittadini essere i nemici 
in vista alle mura; in fine, nella piazza a sono de 
trombette e a voxe de batididore erano narrate al 
popolo quelle nuove che poteva imparare senza no- 
cumento o pericolo di chi governava. E Pier di 
Mattiolo abitando proprio nel centro di Bologna, 
apprendeva così fra i primi i destini della patria! 
Anzi talora vide frangersi le lotte contro la sacra 
quiete della sua chiesuola. La sera del g Luglio 1404 
appena finito il terzo suono della campana del Co- 
mune, Pietro di Versuxe cambiatore trucidò Nicolò 
Ariosti proprio sotto il portico di S. Michele « e tutta 
quella notte e parte del dì seguente elio stette cussi 
morto, in la ditta ghiexia. » (i) Due giorni dopo 

(l) Cronaca , i6o. 



— idi) 

fra iU\rtolomco, vescovo dell'ordine dei l'inti Minori, 
trasse a riconciliare il polluto luogo! (i) 



IV. 



Il giorno 12 di maL;ni() del 1411, un anno dopo 
che Baldassare Cossa era stato eletto papa col nome 
di Cjiovanni XXII, la plebe si sollevò e al grido di 
« viva il popolo e le arti «> depose il cardinale di 
Napoli che reggeva Bologna come Legato del fiero 
pontefice. Ma scorsero appena quindici mesi che già 
i nobili tornarono la città al loro potere e alle Sante 
Chiavi. 

Nei primi giorni del i4if>, durante l'agitazione 
del concilio di Costanza, dove tre partiti discutevano 
a favore di tre papi, Bologna si levò di nuovo a ru- 
more contro il governo pontificio e le lotte durarono 
sino a che la città fu nelle mani d'Antonio Bentivo- 
glio. Martino V, uscito papa legittimo tra le minacele 
del concilio e de' sismatici, mosse verso Bologna e da 
Firenze (ove si era fermato con la corte ) ne chiamò 
il vescovo. Questi partì il 6 di marzo del 1420 e tornò 
ai 24 del detto mese per leggere dall'altare di S. Pietro 
« una bolla papale in la quale lo ditto papa Martino 
pronuntiava tutto lo puouolo de la citade de bologna 
esser scomunigado, e tutte le ghiexie de quella esser 
interdite ex comunicatione late sententie , se Infra lo 

(i) Cronaca , l6i. 



— 207 — 
termene de Quindexe dì prosimi che seguisseno, la 
ditta citade e '1 Regemento de quella non fosse sego 
d' acordo, e non obedisseno ai soi comandamenti, zoè 
de Receuerlo in bollogna e d'aceptarlo per so signore 
corno vero papa e pastore de la sancta madre ghie- 
xia. » (i) Quanto dolore dovè mai colpire il povero 
parroco di S. Michele, quando dal presbiterio del 
duomo udì la minaccia del vescovo! quanto desiderio 
che Bologna tornasse tra le braccia della Chiesa ! 
Ma il popolo e il comune rifiutarono di sottoporsi 
all'offerto accordo e Pier di Mattiolo, come tutti gli 
altri preti, non potè più dir messa. 

Ma questo fu ben piccolo danno a confronto di 
ciò che seguì. Dapprima si riversò sul contado di 
Bologna l'esercito del papa, condotto da Braccio di 
Montone, da Carlo Malatesta, dal marchese di Fer- 
rara e da vari capitani. La città fu chiusa; furono 
rotti i canali che conducevano l'acqua ai mulini; fu- 
rono saccheggiati e arse i sobborghi. A questi peri- 
coli e a questi danni comuni, se ne aggiungevano 
de' speciali pei sacerdoti. Scelti a reggere il comune 
Lodovico Marescotti, Giovanni dal Calice, Giacomo 
di Maso dalle Corregge, Pier Veneziano e Beccadello 
degli Artinisi, questi « per vigore de l'arbitrio e 
bailia t imposero a tutti i chierici della città e del 
contado taglie e tasse veramente eccessive « eh' igli 
— dice il nostro cronista — non posseano pagare. » 

^l) Cronaca , ;oi. 



— 21 iS — 
Aj;i;iungc che chiusero e tennero i ribelli in prigione, 
che « miindono hi fameglia a cliaxa de i>iù i"'crsi)ne 
chirixi |K'r l'arali [MLìliare, E mandono de niulii proui- 
sionadi ad alchuni monestieri et al vescouado, che 
manzauano e beueano e strusiauano zo che gli era, 
lini chi pagauano, E serono de fuora le cliaxe de Al- 
chuni honestissimi monestieri de religiosi, el Ibimento 
el vino e l'altre cose vandeano, e oltra de questo l'eno 
fare comandamenti , che gli Mulinari non maxenas- 
seno ad alchuna generai ione de chirixi né a fradi né 
a suori ne preti né chirixi de neguna conditione, 
E ch'i fornari no gii coxesseno del pane, E che del 
sale non gli fosse vendudo, Oltra de questo procazono 
d'auere gli liurt di consortii per rescodere gli aliti 
suoi, E quigli de la fabricha de sam piedro, F. maiìi 
dono bandi e choman damenti che neguno douesse 
respondere ad alchuno chierego, de fruti alchuni de 
soi loghi né soe possessioni, né de dinari né d' al- 
chuno affitto, E chi auesse dinari, o bestiame o al- 
chuna altra chosa de chierego alchuno, la douesse 
denuntiare e dare in scrito a quigli officiarli, E simil- 
mente, chi fosse debitore d' alchuno chierego, per 
modo alchuno non gli douesse respondere né dare 
alchuna coxa , ma quigli douesse dare e porgere in 
scritto a loro, e finalmente pagare a loro, E per 
queste cose e per altre assai, eh' i feno simile a queste, 
multi chirixi e de diuerse coiiditioni se n'andono 
fuora de bologna e del contado, Ai quali era puossa 
mandado la fameglia a chaxa , per modo che loro o 



— 2b9 — 
altri per loro conuignia pagare, Et alcuni temando 
de non esser priuadi per forza dal regemento con 
saluacondotto retornauano, e anche pagauano jfcr ;??o.- 
strare amixi del Regemento, e per pora de pie^o. » (i) 
E il nostro buon parroco fu appunto fra quelli che 
per pora de piejo pagarono. Pagò perchè ebbe paura, 
poiché, se nuli' altro dalia cronaca si rileva intorno 
la sua indole, questo risulta chiaramente e ripetuta- 
mente, che fu timido sino all'eccesso. Del resto non 
è molto da rimproverare. A quei tempi bastava una 
parola per mettere la vita a repentaglio; ed egli avea 
veduti pendere dalle forche di piazza più imprudenti 
che assassini! Ma il suo spavento non l'abbandonava 
mai, anche quand'egli era solo nella sua cella e nella 
quiete della notte scriveva la bella cronaca. Forse 
— doveva egli pensare — un qualche pettegolo un 
giorno o l'altro potrebbe vederla e se avessi scritte 
cose spiacenti a chi comanda, finirei murato in un 
pilastro dell'arcivescovado o chiuso in una delle 
gabbie che pendono dalla torre degli Asinelli o dal 
Palazzo del Podestà! — Quindi non si permetteva 
mai un apprezzamento sfavorevole né pure nel san- 
tuario della casa, se non quando il pericolo di un 
castigo era scomparso affatto. E ben vero che a certa 
notizia dell'anno 1403 aggiunge in calce un fiero giu- 
dizio sulla Signoria de' Visconti in Bologna, ma l' in- 
chiostro di tinta diversa e molto più chiaro mostra 

(i) Cronaca , 310 e seg. 



ch'egli espresse quel giudizio quando i signori di 
Milano aveano rinunziato a Bologna, e quando egli 
non sognava neppure che potessero per vie strane 
tornarvi come vi tornarono nel Ì43S. 

Ma allora Pietro era già morto: altrimenti avrebbe 
bruciata la sua cronaca, sempre per pora ! 

Le più feroci ingiustizie, gl'insulti più cattivi 
fatti alla sua patria, al suo partito, sembra che non 
r offendano per nulla, cosicché talora mal sapresti 
definire se sìa guelfo o ghibellino, se la sua veste di 
prete e le sue commozioni all'arrivo e alla partenza 
dei Legati non ti facessero certo della sua opinione. 
Solo gli abitanti di S. Giovanni in Persiceto lo tra- 
scinano contro'sua voglia allo sdegno- soltanto contro 
di loro prorompe in fiere accuse. Ma questo non altro 
dimostra se non che il nostro prete era ben sicuro 
che i Persicetani non avrebbero mai invasa Bo- 
logna, (i) 

Dunque, come dissi, don Pietro pagò e pagando 
cadde nella scomunica. Per quanto si sa, questo fu 
il magggior dolore che provò in vita, e per questo, 
della sua assoluzione, ottenuta quando il governo 
pontificio fu ristabilito in Bologna, fece lunga e scru- 
polosa memoria nella sua cronaca. « De la parteci- 
patione di scomunigadi e de la scomunicatione in la 
quale Io dom piedro de Mathiolo, rectore de sam Mi- 
chele de merchado de mezo , era incorso, per gli di- 

(i) Cronaca, 2S8 , 2H9 , 505, 504 e 506. 



nari ch'io sforzadamente avea pagadi al comune, 
Messer lucha vicario predetto de la corte del ve- 
scouado, si me assolse in la camera soa , Et si me 
restituì in gli sacramenti e officii de la santa madre 
ghiexia. Per Instrumento fatto per mane de Francesco 
degli albergati nodaro, presente messer dom Augu- 
stine Rectore de sam Marino, don franzesco Rectore 
de santo ysaia, e Philippo formaglini publico nodaro 
I MCCCCXX. Adi XX del mese de luglio, E chusì 
è scritto. » (0 E in grazia di questa assoluzione potè 
anche ritornare a celebrar messe sull'altare della 
SS. Trinità nella chiesa di S. Leonardo di cui egli 
avea la tenuta. (2) È ragionevole adunque che nella 
cronaca pensasse ad assicurare i posteri del suo ri- 
torno nella grazia di Dio. 



V. 



Il P^antuzzi sulla fede del Palmieri afferma che 
Pier di Mattiolo morì nell'anno 1425. Preciseremo 
anche di più il tempo della sua morte. L'ultima me- 
moria che egli produce nella cronaca è del 23 no- 
vembre 1424. Un rogito di Filippo Formaglini in 
data del io Maggio dell'anno che seguì ci assicura 

(i) Cronaca, 509. 

{2) Neil' Archiv. Noi. di Bologna ( caps. Xlll — Piano VII , Gas. V ) 
fra i roditi di Filippo Formaglini ( Filza X, n. i ) si trova la copia del- 
l' inventano delle cose di S. Leonardo scritta di mano del nostro Pietro 
di Mattiolo. La pubblichiamo in fine a questo studio. 



■1--1 



cW era morto. « Die decimo maij. Vacante Rectoratii 
Ecclesie sjiicti Michaelis de foro medij bnnoniac per 
tiiiirtcni presbiteri Pe tri de foro incdij : Li circa ve- 
ncrabilis vir d. Petrus condani Rodiilplii de Rampo- 
nibiis suo proprio nomine Raymundi , Francisci et 
Pliilippi .... de Ramponibus , qui oiìw.cs suiit patroìies 

diete Ecclesie feccrunt electioncm de prestitero 

Antonio ser Tomasini de Comitibus de Argenta 

ad Rectoratum diete Ecclesie, (i) ctc. ctc » Dunque, 
sulla fede, che in simil caso, devesi al Fantuzzi o 
meglio al Palmieri, escludendo che Pier di Mattiolo 
sia morto nel dicembre del 1424, avremo la certezza 
che passò in uno dei primi quattro mesi del 1423. 



VI. 



Tornando alla sua cronaca, dirò che consiste in 
un codice cartaceo, di ottantuna carte le quali dopo 
l'inconsulto taglio del legatore (cui si deve la sop- 
pressione di parte della numerazione originale), mi- 
surano cm. 20 per cm. 19. (2) — Il frontispizio mo- 

(i) Archiv. Notarile di Bologna Caps. XVHI, Pian. VII. Gas. V. Rogiti 
di Filippo Formaglini. — Ann. 1425 , e. 42. 

(2) Della cronaca di Pietro di Mattiolo esistono parecchie copie fatte 
nel secolo passato. Una d' esse è nella Biblioteca Universitaria; 1' una 
vidi presso 1' edit. Gaetano Romagnoli, una terza dichiara il Palmieri d' aver 
tratto dall'originale. « 1779 in settembre. Desideroso io sempre mai di 
raccogliere quanto si puole a profitto , et a decoro di questa mia Chiesa , 
ho volsuto anche arrichirla della Storia del sud. D. Pietro di Mattiolo Fabro 



273 



derno reca « Cronica / o sia / M\:\io\u ale / delle cose 
di Bologna dall' anno / 137 1 al 1424 / scritto da 
Pietro di Mattiolo Fabro / Bolognese / fu Rettore 
di S. MicHKi.E del Mercato di me^^o. » Non lo ripro- 
dussi a capo dell'edizione che ne feci perchè, senza 
alcun dubbio, non risponde all'antico ed è in parte 
sbagliato. Alcuni altri chiamano questa cronaca « Cro- 
naca Fabra^ » (i) ed io rifiuto anche questo secondo 
titolo perchè stimo che sia un errore credere, come 
hanno creduto, con molti altri , il Fantuzzi e il Gui- 
dicini (2) un cognome quel « fabro » aggiunto al 
nome del padre del nostro Pietro. Nel documento 
già indicato relativo all'altare di S. Leonardo, egli 
si firma semplicemente « ego dompnus petrus condani 
Mathioli )•> come semplicemente nella cronaca, agli 



con farne di mio proprio carattere una copia, e di illustrarla con varie 
note desunte da vari Storici Bolognesi, e Forestieri, sul riflesso, che mag- 
giormente ne risulti la sincerità , e 1' esattezza del suo autore, E siccome 
difficilissima cosa era il copiarla con accuratezza, qualora si avesse a ricorrere 
ad alcune altre copie, che tuttora sono in qualche altro Archivio della Città, 
cosi non mi è rincresciuto prenderla dal suo Originale, il quale, dopo la 
morte del prelodalo Sig. Ubaldo Zanetti , è passato nella Biblioteca Cle- 
mentina , detta comunemente dell' Instituto delle Scienze. » 

(i) « Almanacco Statistico-Archeologico bolognese. » Bologna, presso 
il Salvardi — Anno IV ( 1853) Vedi l'articolo su « Le belle Matuiane ; » 
a pag. i)0-52. Anche in altri libri e cataloghi manoscritti è chiamata 
Cronaca fabra. 

(2) Giuseppe Guiuicini, Cose nolabili della città di Bologna. — Bologna, 
tip. Monti 1869 — Tom. II , p. 334, 410 ecc. Talora chiama il cronista 
don Fabro .' 

18 



— 274 — 

anni ipi e i42(), scrive: " Io dovi PicJro y> e <t Io 
ditììi Picdro di MiXtìnolo rcctore dì S. Michele. » — Se 
qucU'addiettivo /jèro si trova in uno dei primi periodi 
della cronaca, dove l'autore si nota « Io picdro fiirliuolo 
de maestro Matliiolo fabro i> non dubito doversi in 
esso ritener dellnito il mestiere paterno, tanto più che 
ei suole mettere i cognomi costantemente al genitivo 
plurale. Preferii quindi intitolarla soltanto « Cronaca 
ho lo senese di Pietro di Matliolo, » 



DOCUMENTO 



Hec est copia inuentarij quod ego dompniis petrus 
condam mathioli feci et scripsi de omnibus rebus quas 
ego Inueni spectantibus et pertinentibus ad altare sancte 
trinitatis, situm in ecclesia sancti leonardi, hedificatum 
prò anima olini Gregorij de auoleo, quod ego habui 
a Petro de auoleo tamenque procuratore omnium ilio- 
rum de Auoleo., sicut prò publico Instromento scripto 
manu lohannis virgilij notarij in Millesimo Trecen- 
tesimo octuagesimo quarto die vigesimo quarto mensis 
lulii in qua die ego accepi tenutam dicti Altaris. 

In primis vnum Missale in magno volumine, non 
tamen secundum curiam. 



— 275 — 

It. vnum calicem cum patena argenteiim et deau- 
ratum , in cuius pede sunt duo smalti. In primo est 
domniis yhesus crucifixus. In rcliquo vero est arma 
illorum de auoleo. 

It. vnum paramentum completum cum pianeta 
panni serici virgati. 

It duas tobaleas magnas cum vna tobaliola parua, 

It. vnum palium pannj serici virgati et Rubcj 
qiiod ponitur ante altare in diebus solempnitatis dicti 
altaris , 

It. vnum frixe aureuni fulcitum fulicello circum- 
quamque cum panicello lini cui est annexum , 

It. vnum candelabrum ferrj. Item vnum par cor- 
por alium. 

( It. vnam tobaleam longitudinis quatuor brachio- 
rum nel parutn plus et latitudinis \ cancellaui quia 
vnius brachi] uel parum plus la- non ha bui nec 
boratam cum rosis rubeis per to- erat dicti altaris. 
tum. Et cum quibusdam auiculis paruis nigris, quam 
reliquit dieta altari dompnus Symon olim rector ec- 
clesie sancti christophori de ballatorio). 

It. Ego dompnus Petrus addidi huic Inventario 
vnum scabellum super quod stai sacerdos dtim celle- 
brat et duas banciolas, vnam a quolibet latere altaris 
predicti , Et vnam campanellam pulsandam in missa 
horis debitis et consuetis. 

It. MCCCCVIII die VII mensis lanuarij addidi 
huic Innentario vnum paramentum a missa comple- 
tum, Cujus pianeta est panni baldachini in viridis, et 



Clini ccrlis conipjssibiis cimi ìlio U'oiicino colorii^ viri- 
dis in inedia^ et cinn ccrlis folcis sino Jloribus Jiiicr- 
soriim colorum, C.iun vno frixc ante ci yosl l.ihora- 
tiini auro in campo azurro , cimi vno caniisio nono 
i^raniitato de diclo panno planete predictc cimi niani- 
tiipulo et stola alteriiis coloris , et cimi ì'ito aniictu. 
Qiiod parantcntum ego habui a domina fìartolomea 
de Albirolis vxore olim ser Petri de Auoleo, presente 
Napuolione de auoleo , Et Nicholao ejus fìlio. 

Copiam huius inuentarij dedi marcito de forma- 
glinis notarlo in MCCCCXXII die XXIII mensis 
lunij quia tunc fiebant visitationcs ecclcsiarum per vi- 
carium curie Episcopalis bononiensis. 

In nomine domini Amen. Infrascripta sunt bona 
in mobilia spectantia et pertinentia ad Altare sanate 
trini tatis siti in Ecclesia sanati Leonardi s tra te san- 
ati Vitalis de bononia. 

In primis habet dictum altare vnam petiam terre 
aratine, ridate et arborate duodecim tornaturarum 
uel circha , positam in terra quarti superioris Jnxta 
possessiones lohannis de angelis pellaahani , et luxta 
stratain siue viam publicam strale sanate vitalis in 
contrata cui dicitur Billiamo. 

Jt. vnam aliani petiolam terre aratine septem tor- 
naturarum positam in terre vetrane luxta Niaolaum 
nepotem olim thure becharij, et luxta viam. publiaam 
a tri bus lateribus. 

It. vnam petiolam terre aratine Irium tornatura- 



— 277 — 

rum nel circha positam in dieta terra vetrane ^ Iiixta 
possessiones lacobi de Misericordia. 

It. vnam aliam petiolam terre aratine triiim tor- 
naturarum nel circa, positam in dieta terra vetrane 
in loco dicto, lo sellalo., luxta viam publicam a duobus 
lateribus, luxta lacobum lippi, et luxta Ricium ambos 
de dieta terra vetrane. 




PRETI IN GABBIA 



PRETI IN GABBIA 



I. 



Uno dei libri più dolorosamente curiosi riusci- 
rebbe certamente quello in cui fossero raccolte, dalle 
varie cronache municipali, tutte le torture più strane 
e più terribili applicate nel medio-evo. S'avrebbe così 
una immagine del tempo, un po' meno arcadica di 
quella che s'ammira da tanto in carte e in tele! 

La scuola romantica, tanto in arte che in lette- 
ratura, ha cinto il medio-evo d'un'aureola luminosa, 
come la testa di un santo, narrando solo delle fedi 
indissolubili d'amore, dei cavalieri che girano il 
mondo proteggendo la virtù e la debolezza , delle ca- 
stellane bionde che si inteneriscono al suono delle 
mandòle ! 

Del resto, non tutto s' imagina e s'inaugura a 
un tratto e la scuola romantica ha le sue origini nei 
novellieri ( che spesso traducevano in fatto il desi- 
derio del popolo) e nel sistema falso delle storie bio- 
grafiche. 

Quando una città era duramente funestata dalle 
discordie civili, nel popolo, che più direttamente ne 



solTriva, nasceva una brama intensa ili pace e ne ri- 
cercava con fede una causa che a ciò conducesse, e 
questa era per lo più l'amore Kra le violenti passioni 
d'allora solo una passione, violenta del pari, poteva 
metter quiete. E nacquero le leggende dell'odio e del- 
l'amore, onde iìnirono per credersi storiche le ligure 
d' lìiiclJ.i , di Ginevra^ di Giulietta e di Romeo! 

Quanto all'altra fonte del romanticismo, ossia 
alle storie biografiche la spiegazione è ancora più fa- 
cile. Per esse s' ignorò lungamente e s' ignora tuttora 
r indole delle masse. La storia dapprima occupata 
ad enumerare le virtù di pochi, trascurò di narrare 
le malvagità di molti, e quando l'arte passò ad espri- 
mere con tutti'i suoi mezzi le figure più belle, fece 
loro un fondo convenzionale o, con altre parole, le 
mise in un ambiente imaginario e falso, appunto per- 
chè l'ignoranza di questo /o;2Ìo e di quest'ambiente, 
la costringeva a lavorar di maniera! 



II. 



Io vorrei che tutti coloro i quali contrappongono 
le virtù passate alle debolezze moderne, l'austerità 
del medio-evo alla leggerezza d' oggi e invocano reto- 
ricamente il ritorno del bel tempo di Dante e di Fa- 
rinata, di Donatello e di Galeazzo Visconti, io vorrei, 
dico, eh' essi potessero vivere un giorno solo della 
vita d'allora. Scommetto che ne uscirebbero, dopo 



- 283 - 

ventiquattro ore, coi capelli bianchi e col sangue 
guasto ! 

Ecco intanto quale nel solo aspetto della giustizia, 
può parere Bologna, leggendo le sue cronache; anzi 
quale fu senza dubbio. La campana dell' Arringo 
svegliava di buon'ora i cittadini annunziando che 
dalla cappella di Santa Giusta moveva alle forche di 
piazza un qualche sciagurato. Allora per le stradic- 
ciuole più remote e fangose, dagli angiporti oscuri 
ed umidi, dalle androne saliva una folla avida d'as- 
sistere a qualche nefando spettacolo di questo genere. 
Pietro Sansinese « posto dentro una botte piena di 
chiodi puntati » è rivoltato e martoriato per molte 
strade principali; Taddeo di Biagio e Minozzo de' Fra- 
calossi sono strascinati e decapitati perchè avevano 
gridato: « Popolo, popolo. » Ma questi possono anche 
sembrare piccoli martiri al confronto del seguente. 
Giacomo d' Ugolino parricida « fo apichado vivo con 
gli pie de sopra a uno paro de forche che erano fatte 
suso uno charro, e fogli apicadi dui ebani vivi per 
gli piedi, uno dinansi e uno de driedo a la persona 
del ditto Jacomo, che nudo era cusì apichado; quisti 
ebani abaiavano et alquanto l' inzuriavano. E così^ 
stando fo tenagliado, dagando due volte intorno la 
piazza, puossa per li luoghi publeghi e consueti, e 
cusì tenagliandolo lo condusseno fino al campo del 
merchado, e li con un falzone ben tagliente gli fo 
tagliade le mani, poscia cusì vivo, fo squartado in 
quatro pezi e fono buttadi lì in uno grandissimo fogo, 



— -i.S.! — 
e tutte quante le osse e la carne briixono e arscno, 
poscia butono la soa polvere al vento. » 

Non cito altri abbondantissimi esempi. Da questi 
soli si può arguire a che razza di carneficine biso- 
gnava assistere a quei tempi II martirio non era in- 
flitto sempre in un luogo speciale da cui i bennati 
si potessero tener lontani, ma nella piazza e nelle vie 
più frequentate. Prima un pacifico cittadino esce di 
casa e allo svolto d'una via s'incontra in un carro 
sul quale Vandino dei Papazoni è tanagliato con 
tenaglie affogate « con una corona in testa de carta 
dorata, a modo del Re, per più derisione » ; dopo, 
traversando la piazza, vede pendere dai merli del 
palazzo pubblico quattro o cinque impiccati; mentre 
altrettanti penzolano dal cassero di una porta della 
città, in preda^ come narra il Ghirardacci, degli uccelli 
rapaci. 

Né solo ai carnefici era lasciata cura di simili 
esecuzioni; che, a certo punto, si gettavano le vittime 
al popolo furioso e ai birichini Ma come si può ri- 
leggere la notizia del supplizio di Nicolò di Bettino 
e di Battista Caneiolo, senza inorridire? Il primo 
« trascinato fin sotto le forche in piazza e cavatogli ■ 
il cuore, fu, tutto pieno di ferite, impiccato per li 
piedi al palazzo de' Notari »; all'altro, « ritrovato in 
una chiavica e crudelmente ucciso dal popolo, fu ca- 
vato il cuore, quale con un chiodo fu conficcato avanti 
la casa dei Bentivogli; et un tedesco, avendoli cavata 
la coratella, se ne mangiò un pezzo. » E mentre gli 



- 285 - 

adulti feroci offrivano l'orrendo spettacolo, ai fan- 
ciulli erano dati i pef^i dei cadaveri, perchè // tra- 
scinassero per la città e finissero per concederli in 
pasto ai cani e ai porci. 



Ili 



Più originali erano le pene inflitte ai sacerdoti, 
qualunque fosse il delitto di cui erano incolpati. Qual- 
che volta si muravano in un pilastro del palazzo Ar- 
civescovile, ma più frequentemente, come si vedrà, 
erano messi in gabbia. Nel 1406 don Giovanni da 
S. Benedetto fu condannato nel pilastro con sei onde 
d'acqua e tre di pane al giorno finché campava, (i) 
Più esatta è la narrazione che di questa pena si trova 
nelle cronache al 141 1, Chi fu messo nel pilastro in 
quest'anno si chiamava don Antonio da Napoli ladro, 
homicida et irregulare, che fra le tante infamie com- 
messe aveva segata la gola a una guardia del Co- 
mune. (2) Egli vi morì, ma don Francesco dalla Pieve 
di Castello messovi pochi mesi dopo, essendosi molto 
dimagrato, riuscì a fuggire. Ma perchè, invece di 
allontanarsi assai da Bologna e darsi a buona vita, 
ricominciò a scorrazzare e ad aggredire viandanti 
per le prossime colline, fu infine arrestato e mandato 

(i) Bartolomeo Dalle Pugliole. Hisioria Misceìla Bcnoniensis. V. Mu- 
ratori. Rerum ital. scriptores. Voi. XXIII, col. 591. 

(2) Cronaca bolognese ili Pietro di Mattiolo pubbl. da C. Ricci ( Bo- 
logn.T. 18S5 ). V. a p. 26x. 



— -Xi") — 
a Bologna dal Capitano di Montagna. Rimesso nel pila- 
stro, l'esecutore di Giustizia si volle assicurare che non 
fuggisse di nuovo, fermandolo j Iraì'crso con un cer- 
chio de ferro e in/eri^ndo f;U pici e le m.uii. (i) 

Più tardi sembra che la pena del pilastro fosso 
abbandonata dagli esecutori e si sostituisse del tutto 
quella della gabbia. Però non meno duro dovette 
essere il carcere destinato dal 1731 sempre ai Reli- 
giosi, e che si trova tuttora nella torre (Joronata 
presso l'arcivescovado di Bologna. (2) Largo poco più 
di un metro, e lungo 68 centimetri, è suddiviso in 
due gradini. Bisogna quindi dormirvi rannicchiati! 
Io, che pochi anni addietro vi entrai, dopo cinque mi- 
nuti credeva d',impazzire! Ma come si sono potuti 
tenere degli uomini in quel pilastro? Eppure le pa- 
reti conservano le traccie degl' infelici abitatori. Oltre 
a figure grafite di case e di templi vi sono varie 
iscrizioni. 

.778 

IO Mauko Muzzi 

fui levato dai. letto 

in nel convento di s . 

Francesco e fu condotto 

Ql PER AVIR fatto UN DO 
VELLO DI coltello E RIMASI 

FERITO, MA PIÙ IL RIVALLO 

QUI STETE GIORNI 4O. 

(i) Cronaca cit. p. 268. 

(i) GoziAUiNi. Delle Torri veulili^ie di Bologna- Pag. 4; 5. 



— 287 — 

E pure, come si vede, questi quaranta giorni 
non bastarono a mitigare l'orgoglio del mal frate, se 
si vantava ancora che il rivale fosse rimaso, nella 
lotta, più malconcio di lui! 

Un Antonio Minelli sembra che vi stesse trenta- 
quattro giorni. Malamente inciso si legge anche, 
due mesi a pane ed acqua; ma chi scrisse queste pa- 
role tacque il proprio nome e la propria colpa, a dif- 
ferenza del religioso impudico e impudente che la- 
sciò grafito: 

Io Angelo Rizzoli fui 

CALCERATO PER AUERE 
INGRAUIDATE DUE SORELE ! 



IV. 



La prima memoria che si ha di un prete messo 
in gabbia è del 1276, e, poiché il cronista non fa ma- 
raviglia e commento alcuno di quello stranissimo 
modo di pena, c'è ragione a pensare che l'uso fosse 
più antico. La gabbia era formata da robuste spranghe 
di ferro, fermate a due tavole di legno di poco più 
di un metro quadrato. Il rinchiuso poteva stendersi 
solo trasversalmente e stare ritto in piedi. A due lati 
della gabbia erano fisse le catene che servivano ad 
appenderla, e trovo che a Bologna fu variamente nelle 
facciate del Palazzo Pubblico e del Podestà , e nella 
torre degli Asinelli, ad un'altezza ben 20 metri da 
terra. 



— .^SN — 

(jiorno e notte i proti delinquenti erano così 
esposti iif^li insulti di una elTerata plebe ed alle in- 
temperie. I fanciulli scagliavano insulti e sassi, mentre 
la pioggia batteva quei miseri corpi. È veramente una 
cosa orribile e pietosa, né io so immaginare qual fosse 
l'animo di coloro che erano costretti a sollrir per 
qualche mese, sino a che il digiuno, l'angoscia ed i 
danni fisici li avessero uccisi! D'altronde anche pei 
buoni lo spettacolo doveva essere dolorosissimo. Non 
si poteva allora passare sotto la torre o sotto il pa- 
lazzo, senza vedere una negra figura muoversi lenta- 
mente dietro le sbarre e talora soddisfare le necessità 
del corpo, là, in pubblico, innanzi una folla che ur- 
lava e fischiava. 

Don Jacopo d'Andreolo Pelacane concorreva al 
rettorato di S. Nicolò da Villola, nel 1276, e aveva 
per competitore un don Pellegrino da Paderno. Un 
giorno venendo costoro a lite sotto il portico di 
casa Griffoni, il primo uccise l'altro con un coltello 
da carne o da pane, onde fu posto in gabbia, dove 
stette quarantanove giorni e lì finì soa vita! (i) 

Nel 1312 i Bolognesi fecero una gabbia nuova la 
quale fu inaugurata da un monaco di S. Stefano che 
visse fin a la morte di henrigo imperadore. Fra Bar- 
tolomeo dalle Pugliole, assai particolareggiato, scrive 
che la gabbia fu rifatta da messer Giov. dei Broardi 
da Sassoferrato podestà di Bologna; che fu posta 

(1) Hislorta Miicellii Boiwiiiciifis cit. Col. 2S8. 



- 289 - 

in un angolo del Palazzo Pubblico; che il frate si 
cjiiamava Ugolino di Riguzio, e, che giunta la nuova 
della morte dell' imperatore, fu graziato e rilasciato. ( i ) 

Segue la notizia d'un terzo ingabbiato nel no- 
vembre (si noti il mese) del 1360. Costui fu quel 
don Francesco de' Rodaldi che volea dare una porta 
di Bologna al Visconti. Per grazia speciale del car- 
dinal Albornoz fu, dopo due giorni, levato dalla 
gabbia e mandato a morire nella rocca di Cesena. (2) 
L'esempio però a nulla valse se un altro religioso, 
Ardizzone da Novara , poco dopo fu giustiziato per 
aver dato Castelfranco a Messer Barnaba. E il cro- 
nista narra così: « Zobia (giovedì) adì 27 aprile se 
lesse la condenasone, et fu messo entro una ghabia 
la quale è in su la piazza al muro della renghiera , 
et li stette insino al sabato seguente: e la mattina fu 
messo in su uno charro, et fu atanaiado e menato 
infino al merchato e 11 fu piantato con li piedi de 
sotto infino alla gola. » Dopo di che, fu lasciato 
libero arbitrio ai figli del popolo di compiere la giu- 
stizia e di educare la propria indole. Infatti essi « si 
li taglione la testa, et portono la testa per tutta la 
terra. » (3) 

II quinto ingabbiato , di cui trovo notizie nelle 
cronache Dalle-Pugliole e Latuate, fu don Giacomo 

(1) Historia Miscella cil. Col. 324. B. 

(2) Historia Miscella cit. Col. 458. 
(5) Hisl. Mise. Col. 468. 

19 



Milani, il quale, nel 13S4 insanguinò un'f)stia con- 
saciata « dicendo che era del sani^ue di (ìesù (tri- 
sto » e t^uaJagnò moltissimi danari. Scopcrl.i l.i fal- 
siù, fu dal Reggimento privato ilei licndìzio e posto 
in f^Abbii. Nel 1453, svelato un trattato per intro- 
durre i fuorusciti in Bologna, tutti i colpevoli furono 
impiccati tranne don Giovanni dalla Barisella, che, 
essendo sacerdote, fu messo in gabbia. Undici anni 
dopo ugual sorte toccò a don Giovanni da Vienna 
cappellano alla pieve di Scaricalasino, per avere morto 
e derubato un bergamasco. Questo disgraziato fu tanto 
robusto da rimanere in gabbia dal 5 novembre al 
6 di gennaio, quando più gelido regnava il verno e 
le nevi coprivano la città. La sua resistenza gli valse 
la vita, perchè il popolo (incredibile a dirsi!) si in- 
tenerì sino ad obbligare il Governatore a levarlo di 
gabbia. Quando ne fu tratto, s'accorsero che avea per- 
dute le gambe et non se aidava dalle ^enocchie in 
joso per la freddura che havea recevuta. Cacciato in 
prigione, a poco a poco, riacquistò la spenta energia, 
cosicché nel maggio del 1467 potè fuggire con altri 
trentacinque carcerati persuaso ch'egli era eccessiva- 
mente protetto dal cielo ! 

Molti altri saranno certamente stati i preti puniti 
così duramente, ma io non sono riuscito a trovare se 
non i citati. Nicolò Alidosi nella sua Istruttione delle 
cose notabili della citta di Bologna, (1) parlando della 

(1) Hhi. Mise. Col. 525. 



torre degli Asinelli, dice: « Circa l'anno 1562 dulia 
parte di strada Maggiore, al primo finestrone, si (ece 
fare una gabbia grande di legno et dentro vi si pose 
un prete vivo. » Credo che qui all'Alidosi sia sfuggito 
un errore di data e che dallo scorcio del secolo XV 
Li gabbia dei preti non fosse più usata. Infatti, del 
1508 fra Raimondo da Viviano è bruciato in mezzo 
alla piazza; del 1537 un prete di villa è impiccato per 
la gola, come sedici anni dopo, don Giacomo Somon 
per stregherie, e taccio d'altri molti, soggetti d'allora 
in poi alle pene comuni. Oltre alle quali testimo- 
nianze, è anche da notare che nessun istorico bolo- 
gnese parla di un ingabbiato nel 1562. 

Fuori adunque del secolo XV, secondo la mia 
modesta opinione, non v' ha che il caso di prete Ago- 
stino messo in gabbia a Venezia, fuori del campanile 
di san iMarco nel 1528. Ma nello stesso anno pare 
appunto essere stato deciso, anche dalla Serenissima, 
che quell'atroce martirio fosse abolito. Colui vi fu 
messo perchè nell'ardore del giuoco bestemmiava 
come un postiglione romagnolo. E doveva essere un 
curioso uccello se dalla gabbia pisciava addosso ai 
fanciulli che l' ingiuriavano, per isfogare , come dice 
il lamento allora pubblicato, alquanto il suo dolore! 




NOTTI MALINCONICHE 



— — ■■o-ct}'- 



NOTTI MALINCONICHE 



— •-oG^OOt^^&o— 



I. 



« Michele Ughi da Castel de' Britti e Ridolfo 
Lippi tedesco, soldati furono condotti in Confortaria 
per dovere essere appiccati per dilazione d'armi e 
perchè il giorno avanti era andato il bando sotto 
pena della vita di portare simili armi e stare alli 
loro quartieri , et essendo all' hora arrivati questi fo- 
rastieri e non sapendo del bando furono fatti pri- 
gione e subito sentenziati a dovere morire. Il la- 
mento di questi poverelli intenerì il cuore di tutti e 
il signor conte Girolamo Grassi vic&priore , tanto si 
adoprò per salvare questi pazienti, abbenchè fosse 
sonato l'Arringho; e a bore 19 sonate con meraviglia 
del popolo, che aspettava l'esecuzione delia giustizia, 
si sentì con grande applauso la gratia e datone la 
nuova con bel viodo alli pazienti. » (1) 

Quando nel 1643 accadde questo fatto, narrato 
nel Libro dei Giustipati in Bologna^ era consolatore 
nella Arciconfraternita di santa Maria della Morte il 

(i) Libro dei giustiziati nis. nella Biblioteca Universit.iria Boi. ii. 916, 
III/ auii. 



— 2<)() — 

paiirc (ìiacinto M,in:ir:i JcUn (]i)in p;ii;ni:i ili (ìcsù , e 

forse fu lui che dioiic Li tuiova con bel modo tilli 
y.ijii'iili.' 

Nessuno come il padre Manara si v;iiit;iva di co- 
noscere a fondo il cuore umano in genere e special- 
mente quello dei bricconi. Quanti t^iorni aveva mai 
passati in carcere a consolare dei moril)ondi, a con- 
vertire degli eretici, a frenare dei demoniaci ! — Quante 
notti era rimasto in ConfortjrÌA a fare animo a co- 
loro che dovevano lasciar la vita nelle fcjrche! 

E rimasto lungamente in preghiera e promesso 
il perdono di Dio al morituro, lo confortava ad alfron- 
tare con fermezza e con rassegnazione il supplizio, 
mentre dalla tórre dell'Arringo moveva il rintocco 
funebre, e la Compagnia, tutta vestita a nero, cantava 
le litanie nella prossima cappella di Santa Giusta. 

Erano notti malinconiche, quelle, e il padre Ma- 
nara scrivendo un volume d' istruzione a' Confessori , 
Confortatori et altri assistenti nelle Confortarle , vi 
scrisse in fronte appunto Notti malinconiche, (i) 



II. 



Sorprende assai che questo libro sia stato dimen- 
ticato dai criminalisti moderni. Se anche le questioni 

(l) Notti malinconiche nelle quali con occasione di assistere a' comi annoi i a 
morte, si propongono varie difficoltà spettanti a simile materia ecc. opera del 
padre Giacinto Masara d. C. d. G. Bologna, 1658, in 4. — Furono ristam- 
p.itc in Bologna, in i:. nel 166S. Moi citiamo sempre la prima edizione. 



— 297 — 

morali e religiose sono invecchiate e le citazioni 
degli antichi filosofi notissime, pure qua e là nel- 
l'opera del padre Giacinto emergono aneddoti curio- 
sissimi, giudizi assennati, e osservazioni piene d'arguzia. 

Del resto tutti comprendono che l'autore non po- 
teva nel secolo XVII liberarsi a un tratto dalla rete 
accademica che cingeva tutte le menti. Anch'agli di- 
scute « se quando un marito trovasse la moglie in 
adulterio potria ammazzare l'uno e l'altro, tosto, o 
se doveria conceder loro il tempo di potersi confes- 
sare » (i) cercando di risòlvere la cornuta questione 
con qualche passo di Giulio Claro, del padre Tessio 
o del Toleto; anch' egli piglia sul serio certe facezie 
come questa: « Se un condannato alla morte debba 
promettere di non peccare per l'avvenire » (2) e «se 
ad uno travagliato dal vomito in Confortaria si habbia 
da dare la sacra Comunione » (3) 

Ma, in compenso, quante narrazioni piene d'in- 
teresse e come evidenti certe pennellate date nel fondo 
lugubre di quell'orribile quadro! 

Quello che parla, è l'uomo che ha assistito per 
anni ed anni alle tragedie e le riassume in cenni fu- 
gaci. L'abitudine ha tolto alle sue parole tutta la 
retorica e l'iperbole, proprie a chi assiste per la 
prima volta ad una cosa straordinaria, ed ha, con la 
naturalezza, data loro un'efficacia che spaventa. 

(i) Pag. 296. 
(2) Pag. J9. 

(0 l'^'g- 62. 



« Mi ricordo, egli dice, che essendo uscito dnlhi 
bocca di un confortatore, che un cond;inn;ito liavevn 
da essere sospeso, si mise t;ilmentc nei furori, che 
supplicava ogni e qualunque che entrava in Confor- 
tarla, perchè si trasferisse al principe per la pcrmu- 
tatione della forca nella morte del taglio, e vi fu da 
fare assai per quietarlo. « (i) E più avanti: « Kssendo 
IO in Confortarla per assistere ad uno che la mattina 
doveva essere impiccato, nel tem[)o della mezzanotte, 
quando si suole pigliare un tantino di liposo, vedevo 
che il reo, il quale stava sopra un stramazzo giacendo, 
levava spesso il capo e guardava la porta della Con- 
fortaria ; onde 1" interrogai perchè ciò facesse e così 
spesso. Rispose sinceramente: Se potessi fuggire! » (2) 

Molte persone, benché colte e di buon senso, si 
meravigliano, leggendo le storie, che ne' secoli passali 
le fiabe trovassero tanta e tanto facile credenza nel 
popolino, e credono fermamente che oggi si sia molto 
avanti anche in questo proposito. 

Ahimè, si sbagliano o non frequentano o non 
osservano il popolino! Esso è oggi quale era due- 
cento o trecent'anni fa. Crede agli untori durante il 
contagio; crede ai demoni ed agli spiriti durante l'or- 
rore delle notti; non comincia nessun lavoro di ve- 
nerdì; non mangia tranquillo se a tavola si è in tre- 
dici! Sa che nel palazzo di Tizio si aggira un frate 

(>) i'ag- 22. 
(2) Pag. 98. 



— 299 — 

senza testa e che nel castello di Caio è sepolto un 
tesoro guardato a vista da un diavolo rosso! 

E pure oggi, come nei secoli scorsi, il governo 
non s'incarica di tener vivo lo sgomento della folla, 
facendo girare a notte per le vie i fantasmi e facendo 
scuotere le catene nelle carceri. Francamente, se lo 
facesse, e' è a pensare che le masse sarebbero peggiori 
oggi d'allora! 

Sorprendono quindi certe frasi del padre Manara 
e più certe confessioni, che potevano essere conosciute 
da tutti perchè diffuse con la stampa. Interrogato, se 
uno dato alla confortarla si scoprisse invasato dal 
demonio^ habbia da communicarsi , il buon padre ri- 
sponde: « Primieramente si deve supporre esser verità 

di fede che si trovano invasati dal demonio e se 

i confortatori havessero un tale per le mani e lo ve- 
dessero a fare atti sconci e strani e da lui cavassero 
cose disperate, non devono subito stimarlo trava- 
gliato dal Demonio , jjofónio venire, simili attioni , 
dalli humori predominanti nel corpo hiimano. » 

Bisogna convenire che per un gesuita e per un 
secentista queste osservazioni sono notevolissime. 

Egli crede, o finge di credere nel demonio, come 
è di tanti, ma non l'accusa di tutte le bizzarrie e di 
tutte le cattiverie degli uomini anche perchè, sog- 
giunge, « il demonio non può fare tutto quello che 
vuole! » 

Ma, straordinaria, più di quanto finora si è notato, 
deve parere la disinvoltura di questa rivelazione : 



Il \'o\ altri, conlìatcUi , già sapete essere occorso il 
caso in questa conforlarici di uno sciagurato che non 
voleva convertirsi a Dio e stava duro nella sua osti- 
natione. Si fecero rumori sopra il soffitto del luo^o 
dove era, e ciu ali improvviso , con strascinarsi di ca- 
tene, urli, et altre simplicita. Il fare strepili con ca- 
tene, od altro rumore, volendo dare ad intendere,, che 
sia il demonio, che venga per portarselo via, è una 
vanità,, che ha del semplice assai,, havendo dell'inna- 
turale. » (i) 

Che dispetto avranno provato certi confortatori 
di S. Maria della Morte, leggendo la loro commedia 
svelata da un compagno! 



IH. 



Ma il padre Manara va ancora più innanzi. Mentre 
ai condannati a morte si bruciano le carni e si ta- 
gliano le mani ed i piedi perchè confessino quel de- 
litto che qualche volta non hanno commesso, egli 
grida: « Gli spaventi e terrori che si possono fare a 
simile razza di gente, consistono in proporgli, quello 
che habbiamo nel Santo Evangelio, i castighi delle 
pene eterne, che Dio riserva a' peccatori, il morire 
nemico del Signore, che è compimento d'ogni bene. 
E questo si deve fare con afletto e charità. Il venir 
poi ad atti di abbruciarli le carni, per fargli esperi- 

(l) Pag. 254. 



— seg- 
mentare le pene dell'inferno, nò lo farei né lo per- 
metterei. Facciasi oratione che il Signore si degni 
d'ammolire la loro durezza. » 

Né questo è il solo caso in cui il buon gesuita 
metta una nota pietosa. « Ho avuto questo uso sem- 
pre, nel principio della confortarla, di proporre a' mi- 
serelli, se avevano cognitione di qualche Religioso. 
Uno mi disse che haveria havuto caro havere un tale 
padre Capuccino che, chiamato, venne, e stessimo 
quella notte insieme molto sollevati dalla fatica.» (i) 
E più sensibile questa: « Il senso dei condannati é 
di essere presto sbrigati, per vedersi fuori della con- 
fusione, della vergogna, delli patimenti e delle mani 
dei carnefici. Ed io ho sentito alcuni a dolersi che il 
tempo fosse troppo longo, e pure non erano tormen- 
tati; che sarìa poi stato ne' stessi tormenti? Con tutto 
ciò stimarei, che fosse atto di buona charità il con- 
fortare questi poveri afflitti, né questo si farla perchè 
maggiormente sentissero li tormenti , che saria cru- 
deltà grande, ma acciocché non fossero così oppressi 
dalli vapori, che per causa delli tormenti vanno al 
capo, e l'offendono assai, accrescendo il dolore. » 

A differenza di tant' altri il padre Giacinto non 
aveva nella lunga abitudine del duro ufficio resa in- 
sensibile l'anima. Non meritava di essere un gesuita, 
egli che non sapeva darsi pace d'avere veduto alcuni 
condannati incanutire in una notte, o, prima d'esser 

(') Pag- 27- 



- yvi — 

condotti ;ill;i morto, sudnrc un cscrcvwuto s,iiiì;iiÌì;ii<i, 
o mutare sembianza in poche ore che non y.irewino 
fiù quelli clw priin.i eiwio. (i) 

Era in tal caso necessario « ristorarli con un 
poco di vino generoso » ma guardarsi bene «dall' im- 
briacarli perchè andassero alla morte allegri. » A lui 
seccavano assai quelli che salivano il patibolo can- 
tando e motteggiando e a ragione li giudicava o 
pazzi o malvagi oltre misura. Cristo, quantunque 
pronto alla Resurrezione, era morto dolorosamente. 
« Imparino, esclama il Manara , li nostri condannati 
a non fare il bell'humore! » 

Non voleva che fossero lasciati digiuni, ma anche 
che si riempissero sino alle fauci. « Io mi sono più 
volte trovato per assistere a' condannati, e gli ho visti 
mangiare, come se havessero da vivere grandissimo e 
longhissimo tempo, comparativo alla loro sciagura. 
Li meschini erano ridotti al nulla nelle carceri e 
mangiavano con tutto che sapessero di dovere presto 
morire. Altri poi era impossibile farli inghiottire cosa 
alcuna, et alcuni Confortatori quasi li violentavano 
a cibarsi. Quando si vede che non hanno alcuna di- 
spositione, si devono lasciare quietare né far loro 
forza. È troppo grande l'apprensione della morte, che 
alle volte rifiuta ogni conforto! » (2) 



(,) Pag. 65. 
(2) Pag. 66. 



— 303 - 

IV. 

Sparsi per tutto il volume sono curiosi aneddoti, 
di cui il Manara fu testimone; ribellioni in carcere; 
rumori popolari sorti contro il carnefice che non riu- 
sciva ad uccidere il paziente; grazie giunte quando 
il laccio era già al collo del reo; ebrei convertiti nel- 
l'ultima ora; eretici e innocenti morti sorridendo! 

Ma se questa parte dell'opera è quale può rinve- 
nirsi in tante altre cronache del tempo, le altre che 
riguardano alla morale della legge e anche, mi sia le- 
cito dire, aW antropologia , sono indubbiamente ori- 
ginalissime, curiose e importanti. 

Sostenere oggi l'abolizione della pena di morte, 
è una cosa che si permettono anche gì' ignoranti che 
di quella pena fanno soltanto una questione di senti- 
mento; e quelli che vogliono sfruttare gl'ignoranti, 
mostrando nella retorica dei discorsoni, un cuore 
grande come la loro ciarlataneria. Il duro argomento 
è tutt'altro che esaurito e lo provano le nazioni piij 
civili. Noi, come noi, possiamo essere contrari, ma 
non possiamo dire che gli avversari non abbiano 
argomenti forti e altamente morali in loro favore. Ad 
ogni modo deve sorprendere il trovare che anche nel 
seicento v'era una scuola vera e propria che combat- 
teva la pena di morte e che aveva aderenti nelle stesse 
conforterie. « Ho visto e sentito nelle conforterie 
(sono parole del Manara) Confortatori, i quali non 



— 304 — 

npprovavnno molto l;i morte clic così spesso viene 
per f^iustizia linta ni rei e si stupivano di vedere hiio- 
mini allevati con tanto stento dalli padri , sollecitu- 
dini et ansietà dalle madri, condotti con molti sudori 
alla età civile, essere poi in un subito bora attaccati 
con laccio alle forcbe, bora decollati, bora fatti in 
pezzi, bora messi in ruota, bora abbrucciati; e sta- 
vano in dubbio, se ciò fosse lecito, massime cbe li 
Giudici ne fanno tanti morire, e così frequentemente, 
potendosi quelli miserabili castigare (come essi dice- 
vano) con modo penoso e durevole, senza levare loro 
la vita. 11 (i) 

Il padre Giacinto Manara eia invece favorevole 
alla pena di m'orte e ciò non gli tornava certo a di- 
sdoro allora, né gli tornerebbe oggi se vivesse. Egli 
pensava che « sì come si può per salute del corpo 
humano tagliare un membro infracidito, accioccbè 
non infetti il resto; così la repubblica può separare 
dal corpo morale li malfattori, che sono membra 
fracide e che con il male esempio loro corrompono 
i buoni. » (2) 



Tutti sanno quale sviluppo prendono oggi gli 
studi antropologici, riguardo alla criminalità, mas- 
li) Pag. IO. 
(2) pag. II. 



— 305 — 

sime in Italia, per opera del Lombroso, del Ferri e 
di molti altri. La nuova scuola sarà, come affermano 
i classici^ troppo ardente, troppo fiduciosa e troppo 
audace nell' affermare incerte teorie, ma è sicuro 
che una grande parte di vero le procura l'attenzione 
e la simpatia degli studiosi. 

Ma come il frutto non matura in un'ora, così 
anche una teorica non nasce a un tratto, massime 
armata come Minerva dal cervello di suo padre. Certe 
considerazioni antropologiche sono popolari in alcuni 
proverbi, fra i quali principalissimo quello dei colli- 
torti, i quali, novanta volte su cento, sono veramente 
canaglie. 

Il nostro Padre Giacinto è anche in questo un 
modesto precursore, e dopo aver narrato che spesso, 
fra molti rei, era designato a morir prima quello che 
aveva l'aspetto più horrido e crudele, accetta eviden- 
temente le conclusioni di certi fisionomisti e scrive: 
« Quelli che hanno gl'occhi piccoli e concavi, è 
segno, che siano inclinati alla malvagità et al tradi- 
mento, essendo indicativi di complessione colerica e 
malinconica, attesa l'adustione degli umori la quale 
è principio di pensieri poco retti. Gli occhi simili a 
quelli delle capre sono inditio di persona indiscipli- 
nabile, dimostrando la qualità degli occhi ^ la tempe- 
ratura del cervello. Le capre e i caproni eccitano tra 
di loro grande ferocità, hanno del sagace tal' hora et 
tal' hora del mansueto e stolido, cosi per appunto 
sono di tal conditione questi tali , feroci alle volte e 

20 



— 3o() — 
mansueti che paiono havcrc del stolido, ma ognuno 
si t;uardi dalle loro unfjhic. Discorrendo un giorno 
con certa persona, mi disse d' haver fatta riflessione 
che uno il quale haveva gli occhi simili, era homi- 
cida e lil)idinoso, tirato a questi viti) dalle proprie 
passioni, ma non già dalla forza delle stelle. Gli occhi 
di colore mezzano tra il verde e l'azzurro sono segno 
che la persona ha del crudele e dell' irragionevole. 
Gl'occhi instabili, insolenti, vaghi sono argomenti di 
animo indissiplinaio. » (i) E seguita ricordando che 
S. Gregorio Nazianzeno metteva fra le cose rivelatrici 
della perversità di Giuliano l'Apostata, la luce sinistra 
degli occhi. 

Quanto afferma il padre Manara parrà puerile e 
sarà forse ritenuto falso dai moderni antropologi, cui 
solo spetta giudicare, ma è certo che puerile e falsa 
è anche la pittura di Cimabue, da cui uscì una nuova 
e grande scuola. Come nelle tavole del maestro fioren- 
tino appare la prima luce d'un colorito geniale, così 
nelle parole del gesuita si muove il primo germe delle 
idee che oggi fioriscono rigogliose. Appunto per questo 
mi parve che fosse opera degna ridestare la memoria 
del padre Manara e delle sue tiotti malinconiche! 




(i) F'-ig. 265. 



POVERA MARTIRE 



POVERA MARTIRE 



— «-«SiscriOEsi. 



I. 



Non è una novella quella che sono per raccon- 
tarvi, ma una storia vera, vera quant' altre mai, alla 
quale io non voglio e non debbo aggiungere una 
sola parola. E se un giorno voi passerete per Bologna 
e vorrete procurarvi il bene di visitar la Biblioteca 
Universitaria dopo i codici dalle carte ridenti di mi- 
niature e la berretta rossa del cardinal Mezzofanti, 
vi mostrerò un manoscritto del secolo scorso, dove 
un frate troppo credulo o un astuto giudice della san- 
tissima Inquisizione scrisse su molti processi e sen- 
tenze- e torture che colpirono dei poverini accusati 
d'arti magiche e di prender parte a congressi di 
lamie, (i) 

Verso la metà del secolo XVIII, Girolamo Tar- 
tarotti , in un'opera stupenda per la vasta erudizione 
e un senso d*umanità allora insolito, cercò di porre 
un freno all'orrendo macello che si faceva di pretesi 
maghi e di streghe (2) Il marchese Scipione Maffei 

(l) Bib. Univ. Boi. ms, VI, cart. 156 e seg. 

{2) Dil congresso iicltunio delle Lainmie. Libri tre Rovereto 1749, in 4- 



— 31'^ — 

rispose al chiaro roveretano con un libro non meno 
qrande per dimostrare ch'egli aveva fatto troppo 
onoro a simili favole, tanto studio impiegando per 
dileguarle, mentre la magia altro non era ormai che 
una chimera, e perchè « i racconti del famoso noce 
di Benevento e delle ragunanzo di gente che va per 
aria a tripudiare in altri simili remoti luoghi la 
notte, fanno ridere in oggi (almeno in Italia) anche 
quel minuto popolo, che non è stolido e scimu- 
nito. » (i) 

Ma il popolo stolido e scimunito doveva esser pur 
molto a quei giorni, se dopo quasi un secolo e mezzo 
e nuir ostante la rivoluzione francese e le scoperte 
maravigliose della scienza e l' istruzione estesa e la 
vita libera, democratica, intelligente, serpeggiano tut- 
tora nella plebe spaventi di streghe, leggende temute 
che non solo nei castelli diruti e nelle giogaie dei 
monti, ma negli stessi palazzi di città errino a notte 
spiriti maligni. 

Il Tartarotti riprese l'argomento trionfalmente, 
e la sua Apologia (2) può dirsi un vero capolavoro : 
« E certo una follia ridicola la stregoneria, e bizzarie 
romanzesche contiene: ma non sono già ridicoli, né 
romanzeschi gli effetti che produce! » Infatti, mentre 
il Maffei scriveva la sua Arte magica annichilata, a 

(1) Scipione Mafjei. Arie magica dileguala, Lettera. Verona 1750, 
in 4. Pag. 5. 

(2) Apologia Id congresso nolliirno delle Lammie. Venezia 1751, in 14,; 
p.ig. 8. 



— 3 1 1 — 

Erbipoli era abbruciata Maria Renata monaca di 
San Norberto, come strega. Alcuni anni da poi nella giu- 
risdizione d'un conte germanico, ad una povera donna 
veniva per la stessa accusa tagliata la testa e parve 
colà gran clemenza il non condannar la sua Jìgliuo- 
letta di sette anni al medesimo supplizio . bensì ad 
esserle aperte le vene e morire svenata. A Landshut, 
fortezza di Baviera , fu decapitata per lo stesso de- 
litto una lavandaia, e una sua giovine serva trascinata 
nelle ceri di Salisburgo, (i) 

Scipione MafFei avvertiva che questi brutti fatti 
non avvenivano in Italia, al che il Tartarotti : « Po- 
niamo che sia così. Chi scrive libri, gli scrive egli 
alla sua sola nazione o a tutte le altre? Son eglino 
nostri confratelli qua' soli che parlano il nostro lin- 
guaggio, ovvero tutti i composti di mente, e di corpo? 
Io per me non avrei minor piacere, che il mio libro 
salvasse la vita a un Tedesco, o ad un Arabo, che 
ad un Italiano, ad un mio concittadino, essendo egual- 
mente uomini quelli, che questi. » Parole sante, che 
oggi anche i vagabondi sanno ripetere, ma che pochi 
nel 1750 osavano dire e stampare! 



II. 



Il marchese s' ingannava anche in questo. L' Italia, 
del pari che la Germania , gettava sempre nuove vit- 



(i) Apologia cit. , pag. 10. 



— 312 — 
lime alla superstizione feroce del popf)l(). Iroviamo 
in un opuscolo, edito in Bologna nel i7fi,c()l titoli) 
]'(>tj decisiva, scii r.ìtioncs dccideiidi Joannis Sebastiani 
de Vespisi^nanis J. U. R. Imolensis alma' Rota; fìoiw- 
m\v aitditoris, un voto a proposito di due streghe, 
madre e lìglia. La prima fu condannata a morte, 
l'altra a finir la vita in carcere. Poco lungi, sempre 
in Romagna, era avvenuto il fatto, non meno compas- 
sionevole eh' io traggo dal manoscritto ricordato. Ec- 
cone le prime linee: « Sono cinque anni, che ritro- 
vandosi oppresse le monache di Marradi (in quel di 
Forlì) da mali stranissimi e specialmente le più gio- 
vani e robuste, furono ordinati più consulti da periti 
professori acciò' prescrivendo gl'opportuni medica- 
menti, rimettessero quelle religiose nella perduta sa- 
nità. » I medici, per buona parte non meno supersti- 
ziosi ed ignoranti del popolo, andarono, studiarono e 
conclusero che qualche cosa di sopranaturale si ritro- 
vava nei loro corpi. 

Sembra che la risposta non piacesse troppo al 
vescovo se, corso subito al convento sotto aspetto di 
benedire le monache, con fiere minacele disse loro 
che le avrebbe accusate d'innanzi al Papa, qualora 
non si dessero pace. Ma le poverette erano dei loro 
mali tanto innocenti che quel provvedimento non 
servì proprio a nulla! — « Quando, — così nel ma- 
noscritto, — per Divina Misericordia, intimata al 
paese la Santa Missione da farsi da' Padri delle Mis- 
sioni di Forlì, furono quelli incamminati dall'Emi- 



— 313 — 
nentissimo Vescovo acciò si portassero al Monastero 
e facessero con piena autorità tutto ciò che avessero 
stim.ito per bene delle monache,- ed infatti colla natia 
loro propria carità non mancarono d' impiegar tutte 
le loro forfè per scoprire la cagion di tanti disor- 
dini. » Anche quei padri solerti se ne andarono senza 
aver fatto nulla di buono. Però, essendo rimasto alla 
custodia del Monastero, come confessore straordinario 
e con la piena permissione dell' ingresso in Monastero, 
uno di loro , scoperse a lode di Dio , la cagione di 
tutti i mali in una monaca, solennissima strega che 
aveva fatto malìe a tutte l'altre, a riserva di due! 



III. 



Era questa una povera giovine di Borgo San Lo- 
renzo, in Toscana, cui spiacendo evidentemente la 
vita licenziosa del convento, menava continue lamen- 
tanze. Si rileva da molti passi dell'anonimo cronista, 
il quale afferma com' ella conducesse una vita mona- 
stica così esemplare ch'era creduta una santa e che 
anzi spronava sempre alla virtù tutte le altre! 

Or bene, le sorelle deposero che aveva giurato 
d'essersi sposata al demonio di nove anni e che da 
lui era stata dichiarata seconda regina degli abissi 
col nome d' Asmodea. « E ciò successe per insegna- 
mento d'una serva, che era strega, e cominciò a con- 
durla in visione di belle cose , facendole comparire 
un giovanetto di straordinaria bellezza, et avvenenza. 



- 3'4 — 

ilcll.i >tanira e siinilitudiiir dilla lanciulla cht- rr\i 
pure di r.n\i bclli'jj,.! così iiuiiloniUisi .sino j/ frc- 
senio iii'U'clj di yj .vini , clw lei ha. » Così il cro- 
nista, il quale segue raccontando dallo deposizioni 
risultare che giunta in età di matrimonio, il diavolo 
la consigliò a vestirsi monaca in Marradi, ch'ci di 
là l'avrebbe condotta dove meglio voleva, onde spesso 
irovavasi in Napoli, ed ora in Francia ed ora a Co- 
stantinopoli « vedendo tutto ciò che di grande e di 
bello era nelle Corti, consapevole de' trattati nei ga- 
binetti, ponendo gravi discordie fra molti potentati, 
e si rese cara al Gran Signore trattenutasi nel serra- 
glio per essere admessa fra le dilette del medesimo, 
sfogando seco 1^ sue insaziabili e libidinose voglie, e 
per contrassegno asserì d" esser stata regalata d'un su- 
perbo arazzo che in fatti si è ritrovato nella sua 
cassa. » E più si va innanzi nella lettura del codice, 
pili se ne trovan di belle. Quando si accostava alla 
comunione, non ingoiava la particola ma la riserbava 
per calpestarla, memore delle battiture terribili che 
il Demonio le aveva date una volta ch'ella osò in- 
ghiottirla. Spesso le monache dalla sua cella, ove 
l'avean veduta, passando in coro, ve la trovavano in 
preghiera. A notte profonda poi lungo i corridoi e i 
chiostri, illuminati dalla luna, si vedevano errar stri- 
sele di fuoco, che precedevano e seguivano la com- 
parsa di un vago giovine ben vestito con bij^arra 
perucca, il quale entrava nella cella di Asmodea. E si 
sentiva che lei parlava « in camera, ed essendo in 



- 315 - 

letto proferiva parole d'affetto come tra marito e 
moglie » tutte cose che dapprima erano stimate illu- 
sioni ed effetti ipocondriaci delle stesse monache. 

Altre volte, quando il primo bagliore dell'alba 
vestiva di porpora l'Apennino, ella si sentiva rientrare 
nella cella, reduce dal Noce di Benevento, ove eser- 
citava la sua real grandezza in un'adunanza di ven- 
timila streghe e cinquemila stregoni! 

Dietro tali deposizioni , autenticate e fors' anche 
suggerite dalla vigliaccheria del Missionario, quell' in- 
felice fu spogliata dell' abito religioso « ed avvolta 
fra dure catene — così l'anonimo cronista — facen- 
dola dileggiare dall'altre monache e specialmente 
dalle due, che non aveva maliato. » 



IV. 



Intanto il Sant' Uffizio allestiva il processo, pel 
quale essa fu portata nelle carceri di Faenza, dove 
venne torturata in modo infame , bollandola a fuoco 
in più parti del corpo e percotendola sino a farla 
divenir nera. E di tutte queste iniquità fu incolpato 
(immaginate un po'!) il Demonio! 

La leggenda aumentava vieppiù lo spavento del 
popolo. Come narrar tutti gli eccessi, de' quali fu rite- 
nuta capace? Si diceva che avesse ucciso novemila crea- 
turine, fatto morir il padre Martini e il padre Falcani, 
con altri Serviti, e che per suo malefizio il maestro Ca- 
stani si fosse rotto una gamba. Insomma , può dirsi 



— SKi — 
cho plt buon lasso di tempo non acculile più ili- 
syra/.ia , Ji cui la colpa non ricadesse su lei. Iiiultre, 
doveva essersi trovata alle liattaqlic ili Icmisvar e di 
Ik'lgrado, e in Francfort all'incarcerazione dell' im- 
peratore (cui già aveva avvelenato il figlio) in ligura 
d'una cagna avida di mordere un cavaliere. 

Per tutte queste stolte, fantastiche e maligne ac- 
cuse, si torturò quella povera martire la quale, mentre 
sulla pubblica piazza la gente inf)rridiva vedendo liam- 
meggiare ciò che le era appartenuto, veniva condotta 
e gettata in prigione perpetua nelle squallide carceri 
dell'Inquisizione a Roma! 




I ZAPPATA 



1 ZA PPATA 



»o<3) s ga a sa(t>oo 



Quanti sanno in Italia che nel secolo passato visse 
un Gian Battista Zappata celebre poeta? Credo pochi ; 
anzi, se dovessi giudicare dalle risposte dei molti let- 
terati ed eruditi che interrogai in proposito, dovrei 
dire nessuno. 

Forse a Gomacchio, dov' egli nacque nel gennaio 
del 1694, passerà tuttavia per una gloria cittadina; 
ma in tal caso la sua fama giace, come quella mo- 
desta città di pescatori, là fra le valli silenziose, in- 
terminate. — Sic transit gloria mundi. 

E pure un giorno il suo nome volò lodatissimo 
per tutta la penisola e, come vedremo, i letterati più 
famosi non isdegnarono di unire il loro all'applauso 
popolare. Non è quindi da maravigliare s'egli mostrò 
più d'una volta di sperar nell'immortalità. 

S' egli avverrà che dalle man del volgo 
Vadan d' intorno i miei versi securi , 
E generosi qiiai dal cor gli sciolgo 
Varcliin di Lete i gorghi aspri ed oscuri; 



- 3 "20 — 

ti\icst.i, clic in pctlo «rJcinc ri.inima iiccolgo 
Vcilril le vie dei secoli futuri; 
E forse «Ilo splctuior , clic altrui ilivolgo, 
Ancor vcrr.l clic qualche altra s'oscuri. 

Allor ilitassi : O fortunata etaile, 
O fortunato, che di suo cor tempio 
Far seppe a tanta e si nctitil heli.iJe. 

E lei beata, che dal duro scempio 
Tolta degli anni , le celesti strade 
Varca, donna sublime e s^nza esempio! (i) 

Nel settecento ogni più piccola città di Romagna 
vantava nel suo seno un nucleo di poeti che s'acco- 
glievano e fornvivano un'Accademia. La maggior parte 
d'essi (bisogna pur confessarlo) se pei concetti non 
superava di molto i moderni, mostrava però d'avere 
di gran lunga maggior conoscenza della nostra lingua 
e dei nostri classici, e quasi sempre verseggiava con 
grazia, cosicché fra quell'Arcadia e la moderna è 
certo preferibile la prima che almeno vestiva decen- 
temente le Glori, le Filli e le Corinne. 

La severa Romagna seguiva la moda e sotto il 
nome à' informi^ dì filergiti , di rinvigoriti, fìlopotii , 
incitati, silenziosi, ecc., anche le sue città formarono 
colonie. Anzi è notevole come alcuni dei pastori non 

siano del tutto dimenticati. — Ravenna, ad esempio, 

« 

(l) Poesie di GiAMBATiSTA ZAPPATA palrìj^io comacchiese. Venezia, Co- 
leti, 1770. Pag, 178. 



— 3'^' — 

aveva allora Ruggero Calbi; il Baruffaldi, il Valeriani 
e il Martelli erano a Ferrara; Faenza, Forlì e Cesena 
erano rappresentate dal Villiani, dal Bondi, dal Ma- 
gnani e dal Roberti. 

Per Comacchio riprodurremo le parole del con- 
temporaneo Francesco Bonaveri : « La poesia vi fio- 
risce. Monsignor Pandolfo che vi fu vescovo prima 
della metà dello scorso secolo, uomo veramente dot- 
tissimo e leggiadro poeta, vi piantò l'Accademia dei 
Fluttuanti, nella quale fiorirono molti chiari ingegni, 
verseggiando assai bene per quello portò la sgraziata 
condizione del loro tempo. » (i) E veramente gli acca- 
demici di là erano molto numerosi. In una raccolta 
di liriche. per la Madonna figurano dieci poeti e forse 
non sono tutti! Giambattista Zappata, come si ha per 
altre parole del Bonaveri, volava sugli altri. Del resto 
il Muratori aveva scritto che il suo sonetto in morte 
della santa regina d' Inghilterra poteva andare « colla 
testa alta dappertutto » e che « specialmente i due ter- 
zetti erano bellissimi. » (2) — 11 Quadrio e il Crescim- 
beni lo chiamavano poeta di grido; il marchese Orsi, 
dolce delicato pieno di leggiadre immagini-^ G. B. Pas- 
seri, degno compagno al Guidi; i giornalisti d' Italia 
lo battezzavano nobile talento e di molto gusto. (3) 

(1) Descrizione Horiai, civile e naturah (ielle Ldguiie , Pesche, e città di 
Cornàcchia. Part. I . 44. 

(2) Lettera del 14 mìr/.a 1755 .il dottor Dionigi Andrea Saiicassani. 
Poesie cit. XVII. 

(5) Toni. XVIII, p. 462. 

2t 



II. 



Tutti questi encomi parranno soverclii : però è 
certo che nel raro volumetto delle sue poesie, edite 
dal Coleti in Venezia nel 1770, diciassette anni dopo 
la sua morte, si trovano molte belle cose le quali me- 
ritano d'esser considerate. Ecco alcuni versi dove de- 
scrive il traboccare d'un fiume: 

Sovente ancor su le camp.-igiic .ipriche 
Ei tr.iboccò sdegnando argine e sponda. 
A l'impeto dell'onda 
Spesso 1' aratro e il solco 
At^bandonò il bifolco. 
E mirar potò appena 
Col suono a tergo del flagel tremendo 
Tutta perir la speme sua, fuggendo, (i) 

Aretusa stanca di seguir le belve alla foresta, de- 
posto l'arco a terra, si spoglia e cala nelle acque lim- 
pide d'un ruscello. Alfeo la vede e innamorato le 
muove contro: 

Già le braccia stendea , 
Già movea la favella, 

Già chiedea, già volea 
Da lei mercè : ma quella 
Volò tremante e schiva 
Balzando sulla riva, 

(1) Poesie , p. 86. 



— 323 — 

Anch' ei sul lito alUjr.i 
Ratto ver lei vibrossc , 
E il pii senza dimora, 
Lei pur seguendo, mosse, 
E come onda onda incalza 
San van di valle in balza. 

A quello amor dà 1' ale 
E il preme, e forte il caccia 
Vie più d'alato strale; 
Questa di lui la traccia 
Teme, e si ratta passa 
Ch'orma sul suol non lassa. 

Ma alfin mancar si sente 
Nel corso ella il vigore , 
E già vede imminente 
11 fervido amatore... 
Ah , quali al cielo affisse 
Gli occhi allor mesta e disse: 

Dell , perchè non son io 
O belva o selce dura; 
, Questa che me tradio 

Io perda omai figura, 
Tu dall'oltraggio serva, 
Diana, la tua serva! (i) 

E Diana la trasforma in fonte. — Fra i suoi 
quattrocento sonetti se ne trovano alcuni d'argomento 

(l) Pociic, p. i68. 



- r-\ — 

sacro d'una dolcezza incllabilc. Negli amorosi è più 
arcade; però sempre graziato. 

Siccome qu.iiulo il cici iivibo n>iii uve , 
Rallegrano la icrr;i i primi .liberi, 
H susiirr.tiido un venticel soave 
Guida 1.1 luce a spargere i colori; 

I.' augelli» vago raccoiitar non pavé 
All'alba i sogni de' suoi lieti amori, 
Dai verdi rami invitando soave- 
mente a parlar d' amore i fiori ai fiori ; 

Così qualor di que' begli occhi alteri 
Non turba il bel scren nube importuna , 

Ma queto amor v'alberga e vi riposa; 

Tirtii parlan d' amore i miei pensieri , 
lì r ore della mia vita amorosa 
Lieto io rammento e non ne lascio alcuna, (i) 



Quella si alta luminosa stella, 
Che in mezzo il cicl di si bei rai s' accende 
Io certo credo , anzi pur so, eh' è quella 
Dove lo spirto di mia donna splende ; 

Che sovra ogn' altra scintillante e beli i , 
Qualor la miro, agli occhi miei risplcnde , 
Anzi par che mi dica in sua favella 
Un non so che , che piace e non s' intende. 

E tale era anco un tempo qui tra noi, 
Che si leggiadra cosa in terra allora 
Non si vedea, né mai si vide poi ; 



(l) Poesie, p. 199. 



— 325 — 

E mi rammento , eh' ella piovca fuora 
Una dolcezza dai begli occhi svioi , 
Ch'io non capia , ma il cor mi pasce ancora, (i) 

III. 

In quale anno nascesse e in quale morisse il no- 
stro Giambattista, abbiam veduto. Raccogliamo ora 
le poche altre notizie che di lui ci fu dato trovare. 
Ebbe a genitori Cristoforo, laureato in legge, e Bianca 
Buonafede, sorella del P. Appiano letterato di buona 
fama. Perduto il padre in giovanissima età, passò 
sotto la protezione dello zio paterno, monsignor Gio- 
vanni. 

Intorno a' suoi studi ed a' suoi uffizi egli stesso 
lasciò manoscritta questa breve nota: « Studi di scienze 
in Comacchio, e Ravenna; di Leggi in Ferrara; ad- 
dottorato in Cesena; ritornato allo studio di Leggi 
in Ferrara; passato a Comacchio l'anno 1716 fu Po- 
destà. Ha letto Leggi Civili , e Canoniche nella sua 
patria. Dopo è stato dall'eccelsa Cesarea Deputazione 
di Milano eletto per uno de' consiglieri di giustizia 
in Comacchio, quale giudica in civile e criminale. « 
Tante occupazioni però non lo distolsero dallo scri- 
vere un considerevolissimo numero di poesie sacre e 
per Elisabetta Cavalieri, che poi sposò nel 1726 e dalla 
quale ebbe quattro figli , e dal dettare una Lezione 

(1) Poeiit, />. 255. 



— ;v^i' — 
..iccadfiìiicj si>y)\ì un sonetto di Litici 'I\insillo e imo 
stranissimo opuscolo col titolo Comcntario dell' imi- 
tjp'one servile. Ai Giovjnb.itisla Zappata, l'un;) e 
l'altro contro un tal \'accnri che avea malamente 
sconciaio e pubblicato per suo un sonetto del Tansillo. 

I-ii anche uno dei Hunniviri , che siedevano sta- 
bilmente nel Consiglio generale, e dopo la restituzione 
della città latta nel 1725 dall'imperatore a I>cne- 
detto XllI, fu eletto Vicegovernatore e finalmente 
Capo del Maestrato, prima dignità del luogo. Sostenne 
inoltre varie ambascerie. 

Tralasciando alcune altre notizie pressoché inutili, 
diremo che la sua famiglia era nobile ed antica. Pre- 
tendeva un'origine spagnuola. Il fratello del nostro 
poeta scriveva : 



L'origine lio spai^iiuola, il nome ebreo 
E fui lietto al battcsmo Gianmattco. 



È notissimo un altro Gianbattista Zappata medico e 
scrittore vissuto nel XVI secolo, nello scorcio del quale 
sembra che quella famiglia si piantasse in Comacchio. 
Fra i sottoscrittori di un atto pubblico del 1577 è 
notato Raynaldus de Zavattis Ducalis Potestas. 

Nel 1672 morì in Firenze un altro dei Zappata 
celebre ancora, di nome Francesco. Fatto cavaliere 
di Santo Spirito dall' eminentissima casa Colonna pre- 
dicò al conspetto del papa e a Vienna, chiamatovi 
dall'imperatrice Eleonora. Caro al granduca b'erdi- 



— 3'^7 — 

nando II, ricevette un canonicato in San Lorenzo. 
« Tutto questo, in merito d'una inusitata o vera- 
mente rara eloquenza, cui non mancò l'occasione, lo 
studio, la natura, l'esercizio e il tempo di poter giun- 
gere al colmo. » (i). È ben vero che gli furono rim- 
proverate certe marachelle mondane, per cui fu una 
volta costretto a deporre l'abito di Sant' Ignazio e tor- 
nare al secolo cui lo chiamava il suo energico e vitale 
temperamento. Ma il buon frate non si turbò per 
questo, e seppe far in modo da rivestire la cocolla 
conservando le vecchie .abitudini. « Gran disavven- 
ventura, — predicava, cominciando il quaresimale, — 
gran disavventura dell'uomo che ben dovendo in 
breve morire impara così poco a ben vivere! » 

Al postutto e' deve la sua fama alle equivoche virtù. 
Infatti pochissimi sanno di lui letterato e oratore, 
mentre tutti conoscono padre Zappata che predicava 
bene e ra^^folava male! (2) 




(1) Biografia univenaU nntkii e moderna. Vene/ia 1851: Voi. L.W, 60. 
{2) GiusKPPa Giusti. Raccolta di proverbi toscani. Firenze 1855, 

P-\K. 75- 



IL CONTE VIZZANI 



IL CONTE VIZZANI 



I. 



Era il pomeriggio del penultimo giorno di car- 
nevale — 3 marzo 171 5 — quando nel corso di Ra- 
venna, affollato di gente allegra e spensierata, si sparse 
rapidamente la voce che quasi di fronte alla chiesa 
di S. Apollinare nuovo erasi consumato un orribile 
delitto. Tutto fu spavento e rumore. 

Il card, legato Gozzadini che ritrovavasi in Corso 
con le guardie svizzere , andò a ricoverarsi nel cor- 
tile delle monache di Santa Chiara; le carrozze dei 
ricchi e il popolo fuggirono urtandosi confusamente. 
Dopo pochi minuti il luogo era deserto. 

Come accade quasi sempre, in sulle prime vaga- 
rono per la città voci incerte se non false. Solo più 
tardi il fatto fu a notizia di tutti nei veri termini , 
nei quali credo di raccontarlo, avendolo tratto dalla 
cronaca manoscritta del Fiandrini e da altri docu- 
menti del tempo esistenti nella biblioteca di Classe. 

Sulle quattro e mezzo di quel giorno eran giunti 
nel corso sopra uno stereo il conte Vincenzo Vizzani, 
Alessandro Rata, Girolamo Guaccimanni e Lodovico 
Ginanni patrizi ravennati. Essendo loro passato dap- 



•> •» o 

.ci- 



presso (jiiilio e r<)iii;is() Raspolli — lii;li ili /Vsciniio, 
c.ipitano della ròcca — i compagni del N'izzani, no- 
tarono che lo avevano guardato di mal occhio e gli 
dissero: 

— « Conte Vizzani, questi due Rasponi vi guar- 
dano molto di sbieco; aveto che fare con loro? » 

— « Io non ho che fare né con loro, né con 
altri. Il — rispose. Ma rivedendo quelli poco di poi 
che i due Rasponi si erano coperti ili mantello, 
che prima non avevano, e che non desistevano dai 
loro sguardi provocanti, soggiunsero: 

— « Voi non volete dire come sta il fatto, per- 
chè questi Rasponi hanno mutato figura e vi riguar- 
dano di brutt'crcchio. Se avete che fare con loro, di- 
telo a noi, che vedremo di provvederci; e non ponete 
in impegno voi e noi. » 

E il conte Vizzani: « Vi ho già detto che non 
ho che fare con loro, né con altri ; anzi ieri sera avendo 
fatto in mia casa un festino da ballo con quantità di 
dame e cavalieri, questi signori fratelli Rasponi furono 
ad onorare la mia casa; dove ballarono ed io feci 
loro dar da bere, e li regalai io colle mie mani di 
certe bagatelle e di un poco di rinfresco, che avevo 
fatto fare. Come vogliono adunque lor signori, che 
questi l'abbiano con me? » — A queste parole (eh' io 
riproduco testuali dalla cronaca) gli altri si tacquero. 

Dopo non molto, il Vizzani riprendeva: 

— « Questa mattina sono andato a pranzo dal 
conte Ascanio Ginanni ed ho mangiato molte cose 



— 333 — 
dolci, però mi sento a movere il corpo, onde con 
buona licenza di lor signori voglio andar a sgravarmi 
a casa » — Così dicendo scese dallo stereo e s' incam- 
minò verso la propria palazzina, donde uscì armato 
di due pistole, in compagnia d'un suo famigliare. 

Il conte Vincenzo Osio , ritrovato in questo frat- 
tempo sul Corso l'abate Gaetano Rasponi, zio di 
Giulio e di Tomaso, gli disse: « Signor abate, per 
quanto m'abbia potuto fare, non posso vietare che 
non accada qualche impegno tra i vostri nipoti ed il 
conte Vizzani; non potendo io ovviare a questi, ve li 
consegno qui tutti e due, tenendo per certo di non 
li poter consegnare in mani più sicure. » 

Allor l'abate quasi ridendo: « Eh! non faranno 
male ad alcuno questi miei nipoti. Vedete però se mi 
potete favorire di porli in una carrozza con qualche 
dama che così starò più quieto io, e loro più sicuri 
e lontani dagli impegni. » 

Non essendo riuscito il conte Osio a ritrovar la 
carrozza, l'abate condusse i due nipoti verso S. Gio- 
vanni Evangelista, e dopo aver tenuto un breve di- 
scorso, licenziatosi dal conte, li condusse in casa sua. 
Ci si trattennero poco, poi ritornarono tutti e tre, più 
un servitore, nel Corso. 

L'abate erasi tolto il mantello nero e ne aveva 
indossato uno paonazzo, mentre al servitore che li 
accompagnava faceva prender su due pistole, di- 
cendogli: 

— (' Assisti i miei nipoti! » 



— S3I - 

— « Sipnoie, son venuto ai suoi comandi come 
servitore e non come bravo. > 

— <i Va e fa quanto io ti comando pel tuo 
meglio! » 

Sappia il lettore che questo dialogo fu raccontato 
dallo stesso servo, dopo consumato il delitto. 

1 due fratelli Rasponi si posero nella piazzetta di 
S. Apollinare, mentre il loro zio entrava nella chiesa. 

Giunto sul corso il conte Vizzani a piedi, accom- 
pagnato dal suo famiglio, e passato avanti ai Rasponi, 
uno di questi, Tomaso, gli spara la pistola nella schiena 
e lo ferisce sotto una spalla. Rivoltosi rapidamente il 
Vizzani colpisce l'assassino nel braccio destro, che 
si rompe vicine all'omero. 

1/ altro Rasponi tira un colpo, che va fallito, al 
servo. Allora questi spara su Giulio, ma l'arma non 
prende fuoco, come pure la seconda pistola del Viz- 
zani, che avvoltosi nel mantello cade sventuratamente 
a terra. Giulio Rasponi gli fu subito addosso e lo ferì 
al capo con più colpi mortali di spada. 

A quest' orrendo spettacolo sopraggiunge il conte 
Giovanni Baccinetti che fa del suo meglio per allon- 
tanare il Rasponi dal Vizzani. Vi riesce, ma mentre 
consegna il morente a (ìiacomo Baldrati, dottore in 
legge, Giulio gli ritorna sopra e gli spara una pistola 
nel fianco, esclamando: 

— « Mori, baron f .....: ! 

Il conte altro non risponde che 

— " Oh. le belle parole da cavaliere! » 



O •> 1 



L'abate, benché la gente fuggisse a rompicollo, 
non si mosse di sotto il portico di S. Apollinare 
che per andare incontro ai due nipoti. 

— Ebbene, figliuoli, com' è andata la cosa? » 

— « Se pigliavano fuoco le armi dell'inimico, 
rispose Tomaso, eravamo perduti tutti. Così voi stesso, 
o zio, ci avreste mandati alla morte! » 

Queste parole furono udite e riferite dal conte An- 
tonio Lovatelli. 

Mentre che il Vizzani era trasportato nella casa 
dei nobili Girolamo e Giovanni Paradisi, di fronte 
alle chiesa di Santa Barbara , i fratelli Rasponi si ri- 
fugiavano nel convento, dove due giorni dopo doveva 
portarsi anche l'abate. 

E la cagione di questa tragedia? 

Il Fiandrini dice che in allora credevasi ordinata 
dall'abate Gaetano Rasponi per un discorso pronun- 
ciato dal povero ucciso nel palazzo del magistrato 
dei Savi, due anni avanti, nel quale aveva lodato il 
conte di Montelabate, alla presenza del Rasponi cui 
quegli aveva ucciso un fratello. 

Il conte Vizzani moriva poche ore di poi . dopo 
confessalo di non aver data occasione alcuna di odio 
ed aggiunto che se parlò una volta in favore del Mon- 
telabate, lo fece per giustizia al merito di quel cava- 
liero e non per disgustare l'abate Rasponi ignorando 
anzi l'omicidio seguito venti anni prima nella persona 
di Francesco Rasponi. 

Tomaso e il servo guarirono perfettamente delle 






ferito toccate. Ai;li ultimi del dicembre 1713 i tre as- 
sassini erano banditi da Ravenna con pena delia ga- 
lera perpetua e colia confisca de' beni, porcile chie- 
rici; a difTeronza del servo che por la sua condizione 
fu bandito in pena della vita! 

I tre l^asponi si portarono a Villanova nel terri- 
torio di Bagnacavallo, indi a I.ugo, dove dal cardi- 
nal Gian Antonio lìavia legato di Romagna, ottennero 
un salvacondotto per potere abitare nelle ville di 
Santerno e di Durazzano nel ravennate. Favoriti dopo 
non molto da un secondo salvacondotto, abitarono in 
Ravenna colla proibizione soltanto di non recarsi in 
piazza. Nel primo giorno di luglio del 1721 infine, 
sotto la legazione del card. Cornelio Bentivoglio, re- 
starono interamente liberi! 

Dimenticava di narrare che mentre il conte Viz- 
zani era recato semivivo in casa Paradisi, alcuni cit- 
tadini trasportarono un arlecchino ferito nella mischia 
in S. Apollinare nuovo. 

Toltagli la maschera dal volto fu riconosciuto 
per un frate di quel convento! (i) 




(1) FiANDRiNi. Annali di Ravenna mas. nella Biblioteca di Classe. Voi. HI 
ad ami. 



CLAUDIO MONTEVERDI 

E LA CORTE DI MANTOVA 



r=>o-<>' 



CLAUDIO MONTEVERDI 

E LA CORTE DI MANTOVA 



— •-o3s=a(K^32»-.— 



I. 



Per verità l'ingegno italiano è sempre stato così 
universale o versatile, che non v' ha ramo dello scibile 
in cui, nel passato e massime nel periodo del Rinasci- 
mento, non abbia lasciato una traccia. L'arte è stata 
da lui trattata sotto ogni rapporto, onde non si scri- 
vono sintesi storiche della pittura, della scultura, della 
musica, ecc., ecc.^ senza che una gran parte di cia- 
scuna non riguardi all' Italia. Tutto ciò sembrano 
spesso dimenticare coloro che rimproverano sempre 
agli Italiani di lasciar sfruttare gli argomenti più 
importanti o piacevoli della loro trascorsa sapienza 
dagli stranieri. Infatti tutta Europa s'occupa della 
nostra nazione, e appunto per questo è ovvio argo- 
mentare che, nella febbre di studio e di ricerche 
oggi diffusa per ogni dove, i soli Italiani non sareb- 
bero sufficienti a soddisfare a tutte le esigenze della 
moderna cultura. 

Quegli però che deve trovarsi nel maggiore im- 
barazzo, è certo il Ministro della Pubblica Istruzione. 
D'ogni parte s'alzano proteste e dimande: « Perchè 
non s' istituiscono cattedre universitarie di storia mu- 



— :vi" — 

sleale, o pittoric;! o artistica in genere? Perche le 
scuole lii bibliologia e di paleografia sono limitate 
a tre sole città? Perchè non si creano uffici speciali 
incaricati a niisii>\7rc e a disc intuire i nostri monu- 
menti? Perchè non si fa quello; perchè non si fii 
quest'altro? i» 

11 libro del perchè è pieno di dubbi e d'oscurità, 
ma a tal proposito na la risposta esplicita: e Perchè 
mancano i quattrini! » vSuccedc per gli studi in ge- 
nere quanto succede pei ristauri dei monumenti. La 
Germania, 1' Inghilterra, la Francia e le altre nazioni, 
oltre essere più ricche della nostra, possono conser- 
vare meglio i loro cimelii e i loro edifizi storici, 
perchè il numero di questi è infinitamente minore. 
Non intendo certo di far credere che questa sia la 
sola causa per la quale i nostri monumenti rovinano, 
ma stimo ad ogni modo ch'.essa sia fra le cause una 
delle precipue! 

In Italia mancano scuole di storia musicale, onde 
tutto un passato glorioso giace quasi dimenticato 
negli archivi polverosi e nelle biblioteche deserte. 
I professori dei nostri licei musicali generalmente 
sono tecnici che della vecchia cultura sdegnano occu- 
parsi e che dell'armonia accettano soltanto le ultime 
e più astruse combinazioni. Il lavoro di due secoli, 
che pure deliziò tanto mondo, è recisamente rifiutato 
dai musici moderni, salvo poche eccezioni che si 
contano sulle dita d'una sola mano. 

Che cosa era il melodramma nel 1600? Le sco- 



- 34' — 

p^rte del Peri in che consistono precisamente? e 
quelle del Monteverdi? Quanta parte d'esse s' insinuò 
nei lavori del Gluck? Quali sono i punti di contatto 
fra questi e quelli dello Spontini? È vero che dell'in- 
novazione wagneriana si scorge il germe nelle opere 
degli stessi Gluck e Spontini? 

A tutte queste domande e a molte altre si danno 
in Italia risposte generiche, mozze, indefinite e per 
lo più da letterati, da notari e magari da droghieri 
fche nelle ore di ozio hanno fatto qualche ricerca per 
soddisfare alle loro curiosità o anche per passatempo; 
da musici o maestri di musica, quasi mai! Essi della 
storia, che pur riguarda l'arte che coltivano e di cui 
vivono, non sanno nulla, assolutamente nulla! 

II. 

• 

Del resto lo studio dei documenti storici non basta. 
E indispensabile anche quello dei documenti artistici. 

Per conoscere Raffaello non basta aver letta la sua 
biografia scritta dal Passavant o dal Muntz. Bisogna 
anche considerarne con amore e con pazienza le opere. 

Dunque la storia dell'arte musicale dev'essere 
bensì aneddotica e tecnica; ma tecnica specialmente, 
perchè nulla esiste di più vago e indefinito della filo- 
sofia e della critica di musica. Le stesse osservazioni, 
a seconda dei tempi e dei gusti, si fanno spesso alle 
opere più disparate, cosicché è solo lo studio esatto 
del contrappuntista in accordo con le ricerche dello 



— ;q2 — 
storico, che può in line determinale le dill'eren/e più 
sostiìn/iali. 

Nel iGoo il Peri, parlando dei criteri da lui seguiti 
nel musicare la Dafne e V Euridice d\ Ottavio Rinuc- 
cini, riassume tuita una teorica talmente logica che 
non ha nulla da invidiare alla wagneriana. Sette anni 
più tardi frate Cherubino Ferrari scriveva al duca Vin- 
cenzo Gonzaga: « Il Monteverdi m'ha fatto vedere i 
versi et sentire la musica della comedia che V. A. fece 
fare, et certo che // Poeta et il Musico hanno sì ben 
rappresentati gli affetti dell' animo che nulla più.. 
La musica altresì stando nel suo decoro serve sì bene 
alla Poesia che non si può sentir meglio, n (i) 

Nel \~(y}, il padre Alfonso di Maniago scriveva: 

la musica di Gluck esser ritenuta /"er/e/fm/m^r e af/iic- 

catissima ai precetti dell'arte e affermava: in essa 

• 
u noìi esser nota per cui non vi sia il perchè. » (2) 

E per l'appunto lo stesso Gluck esponendo i propri 
principii, come avea già fatto il Peri, e come fece 
più tardi il Wagner, dichiarava: « Quando ho comin- 
ciato a mettere in musica V Alceste., mi sono proposto 
d'evitare tutti gli abusi che la malintesa vanità dei 
cantanti e l'eccessiva compiacenza dei compositori 

{1) Notizie biografiche del distinto mnestro di musica Claudio Monteverdi 
desunto da documenti dell'Archivio Gonzaga. Memorie di Stefano Davari. 
V. gli Alti e Memorie della R. Accademia Virgiliana di Mantova, Mantova, 
tip. Mondovì, 18S5. 

{2) Lettere famigliari del P. Alfonso di Maniaco ( 1760-1770) edite 
per le nozze Fanzago-Venturi. Bologna, Zanichelli, 1874, pag. 18. 



— 343 - 
avevano introdotti nell'opera italiana. Ho cercato di 
ricondurre la musica alla sua vera funzione, quella 
cioè di secondare la poesia per accentuare l'espres- 
sione dei sentimenti e l' interesse delle situazioni. » (i) 
Alle quali cose molte altre, ragionevoli del pari, ne 
aggiungeva e nella medesima prefazione a\V Alceste 
e nella dedica dell'opera Paris ed Elena. 

Così, giudicando solo dalle parole dei contempo- 
ranei e degli stessi compositori, si verrebbe all'assurda 
conclusione, che la musica del Peri è uguale a quella 
del Gluck. I gusti in un secolo e mezzo erano mutati 
d'assai, ma il contrappunto aveva fatte nuove con- 
quiste nel vasto campo dell'armonia e gli istrumenti 
erano cresciuti, cosicché tutto era aumentato, a poco 
a poco, concordemente, e le esigenze degli amanti 
della musica erano soddisfatte del pari, mentre in 
sostanza si trattava di arti assai differenti. Bisogna 
quindi studiare sulle opere stesse e notare la varietà 
ed il graduale sviluppo dell'armonia. L'opera del 
Peri e del Monteverdi apparirà allora, senza dubbio, 
assai diversa di quella del Gluck. Se si stesse alle 
sole testimonianze dei contemporanei, la pittura di 
Giotto parrebbe uguale a quella di Masaccio, e questa 
a quella di Raffaello. Tutti nella critica dei loro 
tempi parvero esatti e mirabili riproduttori del vero, 
ed è solo mercè lo stud'o immediato delle opere che 



(l) Letteci dedicatoria dcW AUcsIc. Vedila riprodotta dal Fiiris. Bii 
grtifhk uiiivjrsetle des Musicit'iii. To'" '^ . 5'- 



— 3U — 
si avvertono le disparità dell'esecuzione e del conce- 
pimento. 

Chi sa mai tra cento o duecento anni quale sarà 
la musica ritenuta veramente logica, e quale parrà 
quella di Riccardo Wagner! 

111. 

Hanno fatto intanto cosa molto buona e lodevole 
Stefano Davari ed Emilio Vogel a pubblicare, intorno 
a Claudio Monteverdi, varie notizie desunte special- 
mente daW Archivio storico Gonzaga, (i) Forse qualche 
maestro di musica sarà spinto ad esaminarne le opere. 

Il Monteverdi è cremonese, ma la sua vita arti- 
stica s' è svolta^ specialmente a Mantova dove andò 
di ventun'anni nel 1 5S9. La Corte di Mantova era 
allora diventata, come ha provato il Canal, lapin 
musicale d' Italia , (2) per opera del duca Vincenzo, 
e non vi era quindi campo più indicato a un giovine 
per esercitare quella nobile arte. Chi lo raccoman- 
dasse al duca non è noto; si sa però che un Dome- 
nico Monteverdi, zio forse a Claudio, lavorò poco 
prima in Cremona e per la Corte di Mantova, certe 
trombette di legno. 

(i) Ho gì.A citato lo scritto liul Davari. d' Emilio Vogel è uscito lo 
studio « Claudio Mouteverdi. Lebcii, Wirken ini Liclite dcr zcitgendssischen 
Kritik uno Verzeicliniss seiiier im Druck erscliienencii Wcrkc ( Leipzig — 
Vierldjahrsschrift fur Musikwisseiischufl. 1S87, Heft. IH, pp. 315-450). 

(2) 'Della musica in Manlova notizie tratte principalmente dall' Archi- 
vio Gonzaga ed esposte dal M. E. .^b. Pietro Canal, nelle Memorie del 
R. Isìiliito Vendo. Voi. XXI, p. IH ( iSSz ), p. 65; e seg. 



— 343 — 

Claudio discendeva dunque, molto probabilmente, 
da una famiglia di artisti, la quale, scoprendo in lui 
buona disposizione e buona voce, l'educò cantore. 
Né egli volle venire meno alla tradizione domestica 
se appena in Mantova s' innamorò d'una Claudia Cat- 
taneo, giovine virtuosa, eh' eì potè sposare col bene- 
placito del duca, e dalla quale ebbe due figli, Fran- 
ceschino e Massimiliano. 

Si crede generalmente che il maestro di Monte- 
verdi fosse Marcantonio Ingegneri, e che questi fosse 
maestro di cappella in Mantova; ma di tutto ciò non 
si trova indizio alcuno negli archivi, e se il Monte- 
verdi ebbe un maestro in quella città, costui fu certo 
o il fiammingo Giacomo Wert, o il mantovano Ales- 
sandro Striggi. 

Del 1595 il duca Vincenzo, recandosi in Ungheria 
per la guerra al turco, fra gli altri cortigiani volle 
seco il nostro Claudio, già venuto in fama scrivendo 
messe, mottetti e madrigali, e del 1601, seguita appena 
la morte di Benedetto Pallavicino, gli concesse il 
posto di maestro et della camera et della chiesa sopra 
la musica. 

Il primo melodramma rappresentato a Mantova 
fu V Orfeo , scritto da Alessandro Striggi e musicato 
dal Monteverdi. Ando in scena nel carnevale del i6o7, 
e non del 1602, come mostrò di credere Pietro Canal, 
nelle notizie pubblicate daW Istituto Veneto, o del ifioS, 
come vogliono i signori Cléme'nt e Larousse (i) 

(i) 'DUllonnaire des operai. ;o3. 



— ;^p. — 
11 melodramma l)cnclic nato ila iioco, si ripeteva :;i;i 
in vario città, accettato con entusiasmo subito dopo i 
trionfi deW Euridice a Firenze nell'anno 1600,0 forse 
a Bologna nel iTtoi. In Mantova il melodramma non 
ebbe minor fortuna e il duca volle che, dall'Accade- 
mia, si portasse a Corte tutto lo spettacolo, e contem- 
poraneamente, essendo concluso il matrimonio del 
suo primogenito Francesco con l'infante Margherita 
di Savoia, commise al Rinuccini le parole, al Mon- 
teverdi la musica d'una nuova opera che fu V Arianna. 
Nel frattempo si presentò la Dafne di Marco di Za- 
nobi da Gagliano. 

Se però il nostro Claudio contribuiva con le sue 
opere alla gloricf del duca di Mantova, questi invece 
non contribuiva troppo a migliorare le condizioni 
del povero maestro, il quale spesso procurava di ri- 
dursi presso il padre in Cremona per vivere con più 
agio, estenuato dalle fatiche sostenute a Corte. Il duca 
ben presto lo richiamò, ma Claudio rispose: « Se per 
venire a faticarmi di bel novo così comanda, io dico 
che se non riposo intorno al faticarmi nelle musiche 
teatrali al sicuro sarà breve la mia vita, » E continua 
enumerando i danni fisici e morali sofferti in Mantova 
in una lunga e bellissima lettera che il Davari pub- 
blica per intero! Intanto la sua celebrità cresceva ed 
il Rinuccini così scriveva al cardinal Gonzaga: « Quelle 
poche cose che sono comparse del Monteverdi, come 
il duo e altre- arie sono ammirate da tutti universal- 
mente e dal Zajjerino fuor di modo; gusto che io 



— 347 — 
non mi sono ingannato ». E del giudizio del Za^^e- 
rino c'era a quei tempi da inorgoglire, perchè il Za^- 
ferino non era altri che Jacopo Peri, cosi chiamato 
per la sua magnifica capigliatura fulva. 



IV. 



Nel 1610, tutto inteso a procurare uno stalo ad 
uno dei suoi figliuoli, prepara alcuni componimenti 
da presentare al Papa perchè lo metta nel dominio ro- 
mano con un beneficio ecclesiastico che basti a pagar 
la dozzina. Bassano Casola, cantore, scrive che quei 
componimenti erano: « una messa a sei voci, di studio 
et fatica grande, essendosi obligato maneggiar sempre 
in ogni nota per tutte le vie, sempre più rinforzando 
le otto fughe che sono nel mottetto in ilio tempore, 
del Gomberti 5 e il vespro della Madonna, con varie 
et diverse maniere d' invcntioni et armonia, et tutte 
sopra il canto fermo. » Il viaggio non ebbe esito 
lieto né altro egli ritrasse se non la conoscenza di 
varie celebri virtuose: la signora Ippolita, la figlici 
di Giulio Caccini e l'Adriana « che canta, suona e 
parla benissimo, e quando tace e accorda, ha parti 
da essere mirate e lodate degnamente. » Ed era ap- 
punto costei il più bell'ornamento dei famosi venerdì 
della corte mantovana nei quali si tenevano concerti, 
pel tempo maravigliosi. 

Il duca Vincenzo morì sull'esordio del 1612 e gli 
successe il figlio Francesco, come lui amante della 



- :v+N - 

musica, come lui bizzarro e sregolato. Non si com- 
prende quindi perciiè Ira i primi suoi atti, fosse 
quello di licenziare il Monteverdi, con grave danno 
della sua Corte, e buona fortuna del maestro, il quale 
andò alla nativa Cremona e quindi a Milano. 

Certo r invidia dei cortigiani dovette esser la causa 
precipua del licenziamento, poiché appena Claudio 
fu a Milano, al duca fu narrato che « una mattina 
dirigendo egli la musica del Duomo, ne nacque tal 
disordine che non fu capace di ristabilirlo, onde che 
con poco suo onore gli convenne di ritirarsi a Cre- 
mona )) — Francesco, allora, chiese notizie di questo 
fiasco al suo ambasciatore, il quale invece gli rispose: 
« Tanto è lontano dal vero che il Monteverdi siasi 
partito con poca riputazione da questa città, che anzi 
è stato honoratissimo da' cavalieri, e dai virtuosi ben 
veduto et accarezzato al possibile, e le sue opere si 
cantano qui con gran lode ne' più notabili ridotti. 
Né è vero che gli sia occorso esercitar mai il carico 
di maestro di capella in questo Duomo, il qual ufficio 
non ha il Monteverdi voluto pretendere per non far 
torto a chi l'ha, non essendo il luogo vacante. » 

Tutti questi pettegolezzi non dovevano ormai più 
importare al Monteverdi, poiché, come é noto, nel 1613 
fu chiamato a dirigere la musica della cappella di 
S. Marco in Venezia, dove stette sino alla morte, 
avvenuta trent'anni dopo. E in questi trent'anni fece 
opere così insigni e s'affaticò tanto, che Venezia, città 
già assai colta in musica , pervenne a tale eccellenza 



— 34U — 
da esserle concesso, senza discussione, quel primato 
che tenne onorevolmente sino alla morte di Benedetto 
Marcello. E la divina città del mare così vide morire 
il Monteverdi e Riccardo Wagner, l'alfa e l'omega 
degli operisti ! 



V. 



Non si conosce un ben se non si perde è il pro- 
verbio che forse ritornò in mente a Francesco quando 
Claudio s' era definitivamente allontanato da Mantova. 
V'era un altro , in Italia, d'uguale celebrità, Jacopo 
Peri; ma non si sarebbe mai mosso da Firenze, dove 
il Granduca lo favoriva! 

Mantova del resto non poteva restar senza musico, 
e poiché vi si trovava temporaneamente Sante Orlandi, 
il duca richiese il proprio fratello cardinale perchè 
glielo cedesse. Il cardinale lasciò 1' Orlandi alla Corte 
di Francesco per poco, poi l' invitò a tornare in Roma, 
cosa ch'ei fece a malincuore, perchè nel nuovo stato 
si riteneva // più contento giovane che fosse mai stato 
sotto la cappa del sole. Il duca rimandando il musico 
al fratello, lo pregò di cercargliene un altro, il quale 
sapesse comporre bene e presto, balli, mottetti e madri- 
gali in stile recitativo e cantativo. Intanto, alla notizia 
della partenza del Monteverdi, alcuni avevano chiesto 
d'entrare nel suo posto Fra questi si trovò Pietro 
Maria Marsolo, maestro di cappella del duomo di 
Ferrara e autore di due libri di mottetti a cinque voci 



— 3.M' — 

decaiìtandj in lolius iintii solcnìniorihiis diebus. « Si è 
inteso, scriveva il 2 settemlirc lói^, si è inteso, per 
cosa certissima, che il signor Monteverdi si è absen- 
t;ito dal servizio dell' A. V. S.""', il che essendo vero, 
io me li olVero a tal servizio... tanto in Camera come 
in S. Barbara e nella scena. » Le offerte del Marsolo 
non furono rifiutate, ma si richiesero saggi della sua 
abilità a comporre musica sacra e profana. Egli allora 
mandò un madrigale musicato in due modi, per con- 
certarlo con istrumenti e per cantarlo a cinque voci ; 
una canzonetta napoletana a tre voci (due soprani e 
un basso) ed un'altra canzonetta ordinaria a quat- 
tro voci, raccomandando tutto ciò con lettere che il 
Davari pubblica- in parte e il Vogel riproduce. 

.Altri però avevano concorso come lui, fra i quali 
un Giov. Francesco Arecio, proposto dal cardinale Gon- 
zaga , per le richieste surriferite; ma mentre si stava 
pensando alla scelta, il duca morì, e lo stesso cardi- 
nale, corso a Mantova, ad assumere le redini del 
Governo, condusse seco Sante Orlandi. 



VI. 



Una fra le prime cose che pensò il duca Ferdi- 
nando, fu quella di riprendere le vecchie relazioni 
con Claudio Monteverdi, e nel fabbraio del 1615 
l'invitò a mettere in musica una sua favola e a re- 
carsi a Mantova. Al secondo invito non potè tenere, 
perchè il lavoro della chiesa di S. Marco nella setti- 



— 35' — 

mana santa gì' impediva d'allontanarsi, fosse pur per 
un giorno, da Venezia. Promise invece di musicare 
la favola (che si doveva rappresentare per le nozze 
del duca con Camilla Faa, da lui turpemente abban- 
donata per accettare la mano di Caterina de' Medici 
imposta da Corti straniere) e intanto compose un ballo 
di sei mutande. 

Nel 1616 Ferdinando, riconosciuto e proclamato 
sesto duca di Mantova, pensò di rendere splendidis- 
sime le feste, invitando anche il Peri e il Rinuccini 
ad andare a Mantova per mettere in scena qualche 
melodramma nel teatro di Corte. Essi, che si trova- 
vano a Bologna per la riproduzione dell' Euridice in 
casa Marescotti, risposero accettando. Il Peri scrisse 
al duca: « Non mi poteva arrivar gratia maggiore, né 
più da me desiderata che occasione di servire V. A. S. e 
però la ringrazio per mille volte dell'onore fattomi 
di chiamarmi a Mantova, dove verrò prontissimo a 
ricevere i suoi comandamenti.» E Ottavio Rinuccini: 
« Venerdì s'aspetta gl'Illustrissimi Leni, Bevilacqua 
e Rivarola, in quattro giorni forniranno i regali appa- 
recchiati, una giostra a rincontro, V Euridice in privato 
e un palio. Io subito verrò a ricevere l'onore dei suoi 
comandamenti. » E a questo proposito è graziosissima 
una lettera da Bologna, del cav. Andrea Barbazza, 
nella quale si dice: « Questa sera si recitare V Euridice, 
maneggiata però dal Zazzarino et signor Ottavio Re- 
nuzzini, i quali sono in disparere tra di loro, perchè 
il Zazzarino non vorrebbe che si facesse, lamentandosi 



iÌl'1 tempo e delle voci, et il sif;nor Ottavio sta perti- 
nace talmente perchè si facci, clic il /azzerino dice 
che il sif;nor Ottavio fa più da musicho che da poeta, 
onde è cosa ridicolosa, et io in quanto me credo che 
faciano alle spalleggiate insieme. » 

Intanto s'appressava il tempo delle nozze di Fer- 
dinando Gonzaga con Caterina de' Medici, ed era 
necessario pensare agli spettacoli. Il conte Scipione 
Agnelli compose tosto i versi d'una favola dal titolo 
Teti e Peleo ; Francesco Rasi ne scrisse un'altra, Ati 
e Cibele. A queste due opere se ne doveva aggiungere 
un'altra, Endimione , il libretto della quale era dello 
stesso duca, 

Claudio Monteverdi invitato a scrivere la musica 
della prima, Teti e Peleo^ si rifiutò per molte ragioni 
esposte in una lettera che, riguardo al tempo, è un 
capolavoro. Ne riproduco alcuni passi: « Li concerti 
descritti in tal favola son tutti bassi et vicini alla 
terra, mancamento grandissimo alle belle armonie, 
poiché le armonie saranno poste ne' fiati più grossi 
dell'aria della terra, faticosi da essere da tutti uditi 
et dentro alla scena da essere concertate, et di questo 
ne lascio la sentenza al suo finissimo gusto, che per 
tal diffetto in loco d'un chitarone ce ne vorà tre, in 
loco d'un arpa ce ne vorrebbe tre, et va discorendo, 
et in loco d'una voce delicata del cantore ce ne vo- 
rebbe una sforzata; oltre di ciò la imitatione propria 
del parlare dovrebbe a mio giuditio essere appoggiata 
sopra ad instrumenti da fiato piutosto che sopra ad 



— 353 — 

instrimenti da corde et delicati, poiché le armonie dei 
tritoni et altri Dei marini crederò che siano sopra a 
tromboni et cornette et non sopra a cettere o clavi- 
cenbani et arpe.... Oltre di che ho visto li interlocu- 
tori essere Venti, Amoretti, Zeffiretti et Sirene, et per 
conseguenza molti soprani faranno di bisogna; et 
s'aggiunge di più che li Venti hanno a cantare, cioè 
li Zeffiri et li Boreali; come caro signore potrò io 
imitare il parlar de' Venti se non parlano? Et come 
potrò io con il mezzo loro movere gli affetti? Mosse 
l'Arianna per essere donna, et mosse parimente Orfeo 
per esser homo, et non vento. Le armonie imittano 
loro medesime (et non con l'oratione) et li strepiti 
de' venti, et il bellar delle pecore, il nitrir de' cavalli 
et va discorrendo, ma non imitano il parlar de' venti 
che non si trova. Li balli poi che per entro a tal 
favola sono sparsi, non hanno piedi da ballo; la fa- 
vola tutta poi , quanto alla mia non poco ignoranza , 
non sento che ponto mi mova, et con difficoltà anco 
la intendo, né sento che lei mi porta con ordine na- 
turale ad un fine che mi mova. L'Arianna mi porta 
ad un giusto lamento et 1' Orfeo ad una giusta pre- 
ghiera, ma questa non so a qual fine; siche, che 
vole V. S. che la musica possa in questa? » — Questo 
è un programma tecnico e filosofico della più alta 
importanza storica, che rileva a un tratto come fosse 
profonda la mente del Monteverdi. Quanti oggi si 
mettono a scrivere melodrammi senza pur una delie 
savie laggi che s'imponeva quel grande precursore! 

25 



— 3.S4 - 

.\l>i che sarìi hi sua musica, quantunque sviluppata 
ncir imperfezione de' mc/zi istrumentali? 1'- perchè 
nei licei musicali non si ridesta la voce del passato 
e non s'aumenta per tal modo la cultura nazionale? 



VII. 



Il conte Agnelli si diede allora a scrivere un altro 
libretto: La conf^iiinta d' Alceste e d' Anieto , che il 
Monteverdi decise di musicare quantunque fosse assai 
indispettito della ristrettezza del tempo, la quale gli 
tolse anche dal potersi recare a Firenze cui lo chia- 
mava il Rinuccini promettendogli « che sarebbe stato 
impiegato in qualche fatica musicale e che sarebbe 
stato ben visto da tutta quella nobiltèi e dallo stesso 
Granduca. » 

Ma questo rifiuto e le fatiche durate intorno 
all'esame di quei melodrammi, non ebbero ricom- 
pensa alcuna, perchè tutto a un tratto apprese che 
s'era abbandonata l'idea di rappresentare una sua 
opera, e che poteva sospendere l'andata a Mantova. 
Ciò lo seccò moltissimo; e lo disse in una lettera 
allo Striggi , anche prima che la rappresentazione 
della Calateci del Chiabrera, musicata dall'Orlandi, 
facesse capire che quell' improvvisa sospensione si do- 
veva alle pratiche e agli imbrogli di costui! 

L'Orlandi morì nel 1619 e la Corte mantovana 
tornò fiduciosa al Monteverdi, anima schietta e gen- 
tilissima cui non aderivano i torti più meschini e le 



— 355 — 

guerricciuole più disoneste. Allora Alessandro Striggi 
gli offrì l'egloga Commento d' Apollo, ed Ercole Mar- 
liani il dramma Andromeda. 

Fu dopo la lìtessa da morto pel Granduca Co- 
simo II, che istituendosi in Bologna V Accademia dei 
Filomusi da Girolamo Giacobbi maestro di cappella 
in San Petronio, fra i primi aggregati si lesse: Claudio 
Monteverdi mastro di capella della Republica Ve- 
neta, (i) 

Il Davari ed il Vogel pubblicano in appendice ai 
loro studi una quarantina di lettere del nostro Claudio, 
nelle quali si parla di molti cantori e sonatori, ch'e' prov- 
vedeva alla corte di Mantova, lettere che contengono 
un vero tesoro per la storia della musica. Con esse 
teneva anche informato il duca dei lavori che andava 
man mano completando e specialmente della Licori 
finta pa^^a « inamoraia d' Aminta, la qual doppo fatto 
mille inventioni ridiculose, si riduce al sposalitio con 
bell'arte d' inganno. » Nell'ultima lettera scritta da 
Parma, nel febbraio del 1628, mentre provava certi 
suoi intermezzi apparenti ad una commedia, e la 
musica d'un torneo, avverte: « Le parole d'esso torneo 
le ha fatte il signor Aquilini, et sono più di mille versi, 
belli sì per il torneo, ma per musica assai lontani; 
mi hanno dato estremo da fare. Hora si provano le 
dette musiche di esso torneo, et dove non ho potuto 

(i) Antonio Francesco Giuselli. Memorie Antiche di Bolvgiia, niss. nella 
Kcgia Biblioteca U'iivcrbitaria Bolognese, Toni. X.XIV, 599. 



— s_^(l — 

Irowir i\in\iti()iii iwlli jfl'clti , ho riceiwilo di wirurt' 
nel Diodo di conccrljrli\ e spero che piaceranno. » 

Nella seconda appendice di documenti, nello 
studio del Dovari, si trovano quattro lettere di i-ian- 
cesco Cini e cinque di Jacopo i*eri dirette a l'erdi- 
nando Gonzaga, il quale morì nel 1626 a soli quaran- 
t'anni, lasciando erede della corona il fratello Vin- 
cenzo che gli sopravvisse appena un'anno, 

Carlo di Nevers, il nuovo duca, favorì il Monre- 
verdi, convertendo la sua pensione in un bene stabile, 
ma questo atto fu certo uno dei tanti coi quali pro- 
curò render gradito l' incerto suo governo. Egli era 
troppo occupato ad assicurarsi sul trono, cosicché 
le relazioni fra, la Corte di Mantova e (>laudio cessa- 
rono intorno al 1628. 



r^^^rj^^^) 




CAVALLERIA BAROCCA 



CAVALLERIA BAROCCA 



I. 



Prima di chiudere l'ultima miscellanea dei mano- 
scritti Spreti, conservati nella Classense di Ravenna, 
piglio alcuni appunti sopra due stranissime questioni 
cavalleresche sorte del secolo scorso, le quali ritrag- 
gono pienamente la vita insulsa di quei vecchi no- 
bili, che accovacciati sotto il vessillo delle sante chiavi 
non vedevano sorgere su dalla Francia un nembo si- 
nistramente rumoreggiante. Vernon Lee nel suo libro 
// settecento in Italia, pubblicato fra noi di recente, 
non penetra gran fatto nell'intima società d'allora, 
benché sulle prime si possa giudicare diversamente, 
essendo facilissimo confondere le induzioni che la 
scrittrice inglese ricava dal prodotto letterario di quel 
tempo, col frutto di più minute e più difficili ricer- 
che negli archivi e nelle biblioteche. Il Masi, nel 
suo libro suir Albergati , quantunque s'aggiri in un 
campo assai più ristretto, riesce a riprodurre certi 
tratti caratteristici con molta più efficacia. Né la cosa 
manca d' interesse, poiché ci spieghiamo appunto l' im- 
menso e rapido dilatarsi dei moti francesi, studiando 
la società pettegola del secolo XVIII. 



■■t,iìO — 

11 j-irinio Jc' hitti e questo, lìn cavaliere ravennate 
— lii cui manca il nome nel manoscritto — si ritro- 
vava in chiesa, seduto sopra una banca e attento alla 
predica. Una dama, giunta poco dopo, non potendo 
scorgere un luogo ove sedersi, mosse senz'altro verso 
il cavaliere e e li face motto, acciò si levasse; questo 
o fingesse o non volesse intendere tal motto; avicina- 
tasi la Dama gli disse che si levasse: l'altro nò meno 
a questo si mosse. Vedendo questo, la Dama li diede 
con un guanto su la faccia e lo rimproverò di mal 
creato. » L'offesa, benché mossa da una donna, era 
grave e il cavaliere certo non poteva più fare lo 
gnorri. Come crede il lettore eh' e' si vendicasse? Se- 
guiamo con le parole dell'indiscreto cronista: « Figli 
levatosi in piedi subbilo l'abbracciò e le diede un 
bacio. Seguito questo, immediatamente la Dama partì, 
come fece il cavaliero. Sopra tal disordine^ il marito 
desiderando le dovute soddisfazioni ricercò quali fos- 
sero per aggiustar tal pendenza. » 



II. 



Si ricorse al dottore Orsi, il quale scrisse una 
lunga lettera dove con una erudizione veramente ec- 
cezionale e con un sussiego incredibile, cita un eser- 
cito d'autori per determinare fino a che grado sia 
riprensibile offesa di donna. Dopo di che passa a di- 
scutere sulla gravità dell'insulto operato dal cavaliere 
contro di lei a titolo insussistente di risentimento. E lo 



— 3'*' — 

trova eccessivo di fronte all' insulto e allo schiaffo 
coi guanti, perchè — chi lo crederebbe? — il Gessi 
nella SpjJa d'onore chiama il bacio « ignominioso 
insulto nella nostra Italia. » La qual cosa (sia detto 
fra parentesi) lascia pensare che il Gessi fosse molto 
brutto o fosse molto geloso! 

Infatti quando siamo alla pena, l'Orsi si mostra 
mitissimo. Dice che il cavaliere si deve presentare in 
luogo pubblico a chieder scusa alla Dama e al marito 
di lei, dichiarando che « stimandosi aspramente agra- 
vato dalla percossa col guanto, fu acceso da tal ca- 
lore, che non discernendo allora ciò che operasse, e 
apigliandosi a una inconsiderata via di risentimento, 
proruppe in quell'atto temerario del quale ora si 
chiama estremamente pentito e dolente. ;> 

Il cavaliere, ridendo forse di così tenue pena e 
ricordando che un bacio dato non è mai perduto, ào- 
mandò perdono in un luogo pubblico, ma non in 
chiesa, non in piazza o in simili altri siti, perchè ci 
dice l'Orsi: il Birago aver affermato che per luogo 
pubblico si prende cavalerescamente ogni luogo ove 
sieno persone nobili. 

Nulla toglie però che il marito della dama non 
fosse pili feroce di Pisistrato, tiranno d'Atene, per 
colpa del dottore arbitro, il quale dimenticò o non 
volle ricordare i maravigliosi versi danteschi: 

Indi m' apparve un' altra con quell' acque 
Giù per le gote che il dolor distilla. 
Quando da gran dispetto in altrui nacque . 



- :^()-2 — 

E Jir : Se tu so' sire ile l.i vilU , 
Del cui nome Ir.i' ilei In t.iiin lite , 
l£l Ulule ogni scicii/.ia disfavilla, 

Vendica te di k]iielle braccia ardite , 
Clic abbracciar nostra figlia, o Pisistrito. 
E il signor mi parca lienigno e mite 

Risponder lei con viso temperato: 
Cile tareni noi a chi mal ne desira , 
Se quei che ci ama i per noi condannato? 



III. 



Pochi anni dopo, circa alla metà del secolo, per 
un fatto anche di minore importanza, le parti alter- 
canti non si limitarono al giudizio erudito di un dot- 
tore, ma chiesero e vollero i voti cavallereschi di Mi- 
lano, Roma, Parma, Firenze e Bologna. E furono 
stampati a Mantova nel 1757 in una bella edizione 
in quarto, di pili che cinquanta pagine, col titolo: 
Lettera ed osservazioni d'un cavaliere sopra il fatto 
accaduto in Ravenna li 28 luglio iJS^ tra il coc- 
chiere di queir Illustrissimo Maestrato ed il cocchiere 
degli signori Conti Lovatelli. 

Riassumiamo il fatto in poche parole. Cantandosi 
nella basilica Ursiana una messa solenne, il Magistrato 
intervenne in corpo, o come allora soleva dirsi, in 
fiocchi. Entrata la prima carrozza sotto il portico di 



— '"03 — 
mezzogiorno, il cocchiere invece d' inoltrarsi nel cor- 
tile attiguo e là attendere che la funzione volgesse 
al suo fine, si fermò senz'altro avanti la porta della 
chiesa impedendo così l'accesso ad ogni altra car- 
rozza. Infatti pochi minuti dopo ne sopravveniva 
un'altra con entro la contessa Teresa Lovatelli, si- 
gnora vecchia di oltri settantacinque anni. Quando 
il cocchiere di lei vide il luogo impedito, fa' cenno 
colla mano al cocchiere del Maestrato che desse 
luogo: questi invece crollò la testa ricusando di muo- 
versi. L'altro allora finì per dire eh' era un asino e che 
non sapeva le conveniente e la maniera di trattar 
colle Dame. 

Il cocchiere offeso, in aria minacciosa scese di 
cassetta; all'atto, la contessa Lovatelli smontò dalla 
carrozza fuori del portico, e movendo verso la porta 
della chiesa gli disse che rimontasse in cassetta, ba- 
dasse a' suoi cavalli , e la finisse lì. Entrata la Dama 
nella basilica, i due cocchieri si azzuffarono « e la 
cosa andava a finire in tragedia, se gente non occor- 
reva che li divise, e rimandò ciascheduno alle loro 
carrozze. » 



IV. 



Dopo questo fatto, i cavalieri ravennati si divi- 
sero in due schiere; e si scrissero opuscoli, lettere, 
orazioni, ecc. per sostenere o l'uno o l'altro degli 



— ;^(,i — 
altercami. La città prose parto alla lotta e i.|iii.'l p^'t- 
tegolczzo che oggi morirebbe senza alcun interesso 
fra le amenità d'una Pretura urbana, fu allora causa 
di yrandi rumori. Non solo le carte, in proposito, 
della famiglia Spreti, sono numerosissime, ma ancor 
quelle dell'Archivio comunale. Del resto, non dove 
far maraviglia che si riscaldasse tanto in quella ridi- 
cola questione anche il Magistrato, quando si sappia 
ch'oi proprio in quegli anni lasciava fare i burattini 
nella sala del Palazzo Pubblico, (i) 

Parrà che io rinvangando simili ciancie, faccia 
una cosa inutile. Il lettore che così pensasse, mostre- 
rebbe d' ignorare come solo questa storia aneddotica 
serve a spiegare fa successiva e rapida diffusione della 
filosofia francese, massime in quelle città soggette sino 
allora al pessimo governo dei pontefici. 

Due cavalieri dapprima sostennero il cocchiere 
del Maestrato : mentre un terzo prendeva le difese 
dell'altro, citando il Birago, Euripide, il Gessi, V Urrea, 
l'Attendolo, l'Albergati, il Raynaldo, Seneca, Paolo, 
il Grozio, Cicerone, S. Gregorio Magno, Aristotile, 
Demostene, Plinio, Plutarco e ne lascio altri cento 
disposti nell'ordine medesimo dei citati. 

La questione, com' è naturale, non si risolvendo. 
fu richiesto il voto cavalleresco di F^oma, dato dai 



(i) V. Arch. Com. Rav. T. LX (tur.) Cart. 5 vena. — L.i cosa parrà 
troppo strana perchè io poss.T esimermi d.il citare il docilmente autentico 
da cui la tolsi. 



— 3*^S — 
marchesi Patrizi e Teodoli; poi i voti di Parma, Fi- 
renze, Milano e Bologna, nell'ultimo de' quali trovansi 
delle osservazioni singolarmente bizzarre. Ripetuto 
infatti quanto ci narra Quinto Curzio sulla famosa 
risposta che diede Diogene ad Alessandro Magno, 
il quale gli aveva chiesto qual cosa desiderasse da 
lui, il bolognese Marescalchi soggiunge: « Non può 
negarsi, che non intervenga una certa relazione fra 
il sole reclamato dal filosofo, e la Chiesa della Dama, 
sopra i quali non avendo diritto né il Re, né il Ma- 
gistrato per impedirgli a chi si sia , parerebbe che il 
Cocchiere del Magistrato avesse dovuto praticare con 
il Cocchiere della Dama quello, che Alessandro pra- 
ticò con il filosofo, poiché non é admissibile, che si 
usurpi il diritto di nessuno, sia mediatamente o im- 
mediatamente; sia o nel meno, o nel più! » Come 
la cosa finisse, dalle carte che ho fra le mani, non si 
ricava. Sembra però che a soddisfazione dei padroni, 
pigliassero di mezzo ambedue i cocchieri, come quelli 
che — almeno così la pensarono gli arbitri romani — 
erano persone plebee. 

Ma mentre per simili miserie si menava uno scal- 
pore insolito per la città intera, pei fatti gravi invece, 
ove pigliassero parte o sacerdoti o nobili, tutto si po- 
neva in tacere con una piccola formalità di scusa 
fatta per lo più dal meno nobile. L'abate Giuseppe 
Pompili alterca in piazza con Fabio Guiccioli. Dalle 
parole passano ai fatti, e il primo accoltella l'altro. 
Basta che il feritore scriva in un foglio di carta: 



— ;-;u() — 
.■ (3on dolore, pentito lo domando un generoso per- 
dono » perchè la giustizia volga altrove gli sguardi, 
molto ben disposta verso quei due che non crjiio ycr- 
snnc plebee. K appunto questa inuguaglianza di fronte 
alla legge, più di ogni altra cosa, spinse sulla fine 
del secolo XVIII, tutto il popolo alla rivendicazione 
dei propri diritti! 




AGGIUNTE E CORREZIONI 



AGGIUNTE E CORREZIONI 

( I primordi dello studio di Bologna ) 



Nella raccolta dei documenti, sia degli inediti, 
come degli editi, sono incorsi errori che ci è dato 
finalmente verificare e correggere. 

Le correzioni indicate col segno {a) rispondono 
agli errori di lettura delle pergamene; le correzioni con- 
traddistinte col (b) agli errori incorsi nella prima edi- 
zione di questa memoria fatta nel 1887 {Aììiiiiario del- 
l' Università di Bologna 1886-87)-^ e quelle col (e) agli 
errori incorsi in questo stesso volume. Con questa ta- 
vola è dato quindi di dare ai documenti la lezione 
originale. 

Pag. linea leggi 

loi 14 ommia omnia (e) 

102 13 potestatem postestatem (sic) {e) 
» 28 In duplo In duplo, (e) 

103 19 caoca cauco (b) 

104 13 Salvatoris Salvatoris. (e) 

105 I ege le gè (e) 
I IO 9 allis aliis {e) 

» \'f) si ve sine (e) 

III G tempore maneat tempore in sua ma- 

neat (b) 
» 21 gandulfo figlio gandul/o filius 

« 24 pensioque pensio {a) 

115 3 vigesimo viesimo (sic) (e) 

116 3,4 possidendum possidedendum 

(sic) (e) 



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LEGGI 


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vostra 


vestras (a) 

ncque tu Jonii'iic ^b) 


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tcstibtts (e) 


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transactionis 


ttwìs.ìcciunis (il) 


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relieta relieta de 

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ii8 


21, 22 


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1 in teff ri ter In in te- 
ff rum (a) 


119 


7 


cuius iura. 


cuius tura est. (a) 


121 


4 


primo 


prima (sic) (e) 


» 


>7 


arardo lorardo 


arardo leremia 






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[bade {b) 


» 


ult. 


de 


de mansi.... {a) 


122 


20 


Massaropro 


Massaro prò (e) 


123 


20 


intefui 


in ter fui (e) 


B 


3 uh. 


Vt 


Ut (i) 


126 


17 


, lunias 


lunias. (e) 


S 


19 


atque, delegatus 


atque delegatus (e) 


130 


1 


omitisse 


comitisse (e) 


>3' 


9< 10 


tran-sferrimus 


trans-ferriwus (e) 


> 


14 


integram 


integran (e) 


« 


15 


ecclesie 


ecclesiae (e) 


132 


26 


remedio eorum 


remedio anime (b) 


"33 


'4 


de beio, 


de beio, et albertus 
filius rustici io- 
hannes bonus cai 
sidicus, (b) 


'37 


. 7 


dare tibi 


dare re tibi (sic) {e) 


i3<) 


(. ult. 


Petrii 


Petrì (e) 


•43 


4 


tabeliio 


tabeliio (e) 


'45 


9, 


icarnacione 


incarnacione (e) 


« 


penul. 


episcopus 


episcopus. (e) 


146 


I 


Genricus 


Henricus (e) 


147 


8 


Varvirius 


Tarvisius {e) 


148 


IO 


suorum 


suorum. (e) 


» 


1 1 


fa stoni 


fustem (e) 


14Q 


6 


ingredienti 


ingrediente (e) 


'5' 


6 ult. 


et intrat 


et intrat in Petro- 
sa tn, et intrat (e) 


134 


22 


esunt 


erunt (b) 



— 371 — 



•AG. 


MNEA 




I.KGGI 


155 


6 


afTui. et. 


ciffiii. et (sic) (e) 
libello (a) 


161 


6,7 


libellum 


» 


8 


ptedicti 


predicti (e) 


» 


16 


publica 


plubica (b) 


163 


2 


et 


ac (a) 


» 


6 


atque 


aque (e) 


* 


IO 


(cuiu) 


(cui) (e) 


164 


3 


spondeo actum 


spondeo, actum (e) 


)) 


1 1 


petrus de 


petrus tursapullus. 
et petrus de (e) 


167 



j 


predicto 


predictus {a) 


168 


7 


X 


X^ (b) 


171 


'7 


monastetii 


monasterii {e) 


172 


6 


Butallus 


Butellus (e) 


» 


7 


iudices et cogni- 


■ iudices et cognito- 






tores litis cogni- 


■ res litis et (e) 






tores litis et 




il 


26 


■>ar tis 


par tis (e) 


173 


16 


Barbetti 


Barbetti. (e) 


•74 


8 


dum, meis 


du}7i^ Idest nomina- 
tivam medietatem 
de mobilibus nel 
Inmobilibus meis 
(e) 


» 


9 


michi 


mjchi fsic) (e) 


» 


13 


Incultum uel 


Incultum diuisum et 
Indiuisum donni- 
catum uel (e) 


» 


20 


tra-dat 


tradat {e) 


'75 


2,3 


supradictis 


suprascrjptis {sìc){b) 


» 


penul. 


centesimo, 


centesimo trigesi- 
mo, (e) 


» 


ult. 


octava 


octava. (e) 


177 


I 


diacono 


diacono, (e) 


J78 


2 


sicu 


sicut (e) 


» 


2 


metropolitane 


matropolitane (sic) 

(e) 


» 


IO 


ihe xpi 


ihc xpi (sic) {e) 


178 


6 ult 


In aliis tam 


In aliis scripturis (e) 


179 


I 


stiiglatico 


stiiglatico (e) 


» 


7 


ordina 


ordina- (e) 



.t/ 



Pai.. 


I.INKA 






I.F.GGt 


f 


20 


miindum 




vìuf^diim ('sic) (e) 


fi 


alt. 


doctrinam 




doctriìijDi (e) 


i8o 


1 


Vnde et noi 


bis 


\'iuic a iiubis {l7) 


u 


22 


mauibus 




niJiiibus (e) 


is;, 


iT) 


ustre 




twstre (e) 


u 


20 


usqu 




itsque (e) 


1S2 


IO 


proiectione 




protcclionc (e") 


a 


'3 


mnrchiocomes 


Durcliin. cnnics (e 



Oltre a ciò dovremmo registrare nel testo a p. 84, 
lin. 13 un Passjueri invece di Possaveri e a p. 90, 
lin. 19 si usano in vece di non si usano ecc. ma gli 
errori tipografici del testo sono di poco momento, 
onde li lasciamo correggere al lettore intelligente. Pre- 
ferimmo invece correggere gli errori più minuti che 
riguardano ai documenti perchè della esatta lezione 
d'essi dipende iL valore di simili pubblicazioni 



(Preti in Gabbia) 

Nella Cronaca di Fileno dalle Tuate, conservata 
nella Biblioteca Univ. di Bologna n. 1439 voi. I, 
e. 191 v. si legge: « Adì 22 dito (aprile i38G)sescho- 
perse uno tratato che fece M. Tadeo figliolo di M. 
Iacopo di Pepoli. De che funo dechapitati, Ferante, 
sarto di Miralsole, M. Mateo suo figliolo, dotore de 
legge, Geronimo, bidello de Miralsole, e certi altri. 
Per la quale chaxone el Ghapitanio del populo fé' 
pigliare el Priori di Fra de li Anzoli, el quale confesò 
chome lui e altri citadini de Bologna fevano tratato 
per dare la tera a M. Tadeo di Pepuli, e fu decha- 
pitati anchora quisti : Lazarino da le Arme, Benvi- 
gnudo de Polo, trombeta, Antonio ui Sbardeladi. Fu 



— 373 — 

dito che questo tratato non fu vero e che li mal- 
traversi r aveano fato per disfare in tuto li Pepuli, 
overo la parte Schachexe. Ma pure li sopraschriti 
sono justiciati. Adì 21 de majo fu messo el dito Priore 
in gabia con li feri a piedi incatenato. E lì stette 
dì 96, e lì morì che non era se non la pelle e l'osso. » 
V. anche la Hist. Misceli.! cit. col 527. 



DG 
1888 



Ricci , Corrado 

I primordi dello Studio 
di Bologna 2. ed. 



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